Narrativa italiana Romanzi Divorare il cielo
 

Divorare il cielo Divorare il cielo

Divorare il cielo

Letteratura italiana

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La prima volta che Teresa li vede stanno facendo il bagno in piscina, nudi, di nascosto. Lei li spia dalla finestra. Le sembrano liberi e selvaggi. Sono tre intrusi, dice suo padre. O tre ragazzi e basta, proprio come lei. Bern. Tommaso. Nicola. E Teresa che li segue, li studia, li aspetta. Teresa che si innamora di Bern. In lui c'è un'inquietudine che lei non conosce, la nostalgia per un'idea assoluta in cui credere: la religione, la natura, un figlio. Sono uno strano gruppo di randagi, fratelli non di sangue, ciascuno con un padre manchevole, carichi di nostalgia per quello che non hanno mai avuto. Il corpo li guida e li stravolge: la passione, la fatica, le strade tortuose e semplici del desiderio. Il corpo è il veicolo fragile e forte della loro violenta aspirazione al cielo. E la campagna pugliese è il teatro di questa storia che attraversa vent'anni, quattro vite, un amore. Coltivare quella terra rossa, curare gli ulivi, sgusciare montagne di mandorle, un anno dopo l'altro, fino a quando Teresa rimarrà la sola a farlo. Perché il giro delle stagioni è un potente ciclo esistenziale, e la masseria il centro esatto del mondo.

Recensione della Redazione QLibri

 
Divorare il cielo 2018-05-10 14:17:39 ornella donna
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    10 Mag, 2018
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Teresa e Bern: conoscenze fallibili del mondo

A dieci anni dall’esordio che gli valse il Premio Strega con La solitudine dei numeri primi, torna Paolo Giordano con Divorare il cielo: un romanzo che è un ritorno alla giovinezza. Una storia tra tre “fratelli” in una masseria pugliese,
“divisi tra il radicamento alla terra e l’ambizione di prendersi tutto anche il cielo”.
A cui va ad aggiungersi Teresa, sedici anni. Quattro personaggi, un contesto concreto, una storia che attinge a valori e concetti immateriali. Un testo:
“potente e generoso, che restituisce al lettore l’antica meraviglia di una grande storia in cui perdersi”.
In primis la masseria: un vasto luogo dove Cesare, padre “adottivo” dei tre ragazzi, ha creato una piccola comunità dove trovano rifugio ragazzi dati in affido, dove:
“vanno e vengono, in continuo”.
Un luogo dove si lavora, si prega, si imparano a memoria i salmi. Un luogo ricco di sole, da sempre contrapposta all’altra ambientazione: Torino, la città da cui proviene Teresa, luoghi simbolo di emozioni e sensazioni contrastanti, per cui:
“Ormai ero abituata a trovare Torino più inospitale di come l’avevo lasciata, i viali troppo ampi, il cielo bianco e opprimente come un tendone di plastica. Un girono Cesare aveva detto: “alla fine tutto ciò che l’uomo ha costruito sarà ridotto a uno strato di polvere di meno di un centimetro. Siamo così insignificanti. E’ soltanto il pensiero di Dio a renderci degni”. Fra i palazzi del centro le sue parole mi tornavano in mente e tutto mi appariva precario, fasullo. “.
Il libro si apre con una scena piuttosto emblematica: una grande piscina, tre ragazzi si immergono nudi di notte, dall’alto Teresa, ragazza sedicenne, li contempla, li studia, li accompagna nella fuga. Un insieme, il primo di tanti, di trasgressione, misto tra innocenza e passione. Come lo sarà quello di fuggire tra i canneti a fare l’amore con Bern. Dopo quell’intrusione i tre “cospiratori” sono obbligati ad andare a chiedere scusa al padre di Teresa. In quel caso Bern conosce Teresa e l’effetto è dirompente e devastante. Si scopre l’amore, la passione oltre ogni dire. Si consuma nell’arco di una estate, perché nel secondo ritorno Teresa perde Bern, che non c’è più, tutti sussurrano qualcosa di terribile al riguardo. Ma anni dopo, quando arriva di nuovo in Puglia per il funerale della nonna, Teresa incontra di nuovo Bern: con Tommaso e altri amici è tornato alla masseria, divenuta una comune ecologista. Teresa torna con lui, abbandona l’università, Torino, la famiglia. Sarà per sempre…. Anche dopo l’allontanamento da Bern, che risentirà solo dopo anni di dolore causato da un omicidio; e solo in seguito a quell’abissale incontro tra i due la ragazza si metterà alla ricerca delle vicende che avevano segnato dei vuoti all’interno della loro storia. E lo farà in una notte di Natale, con Tommaso, l’ultima voce rimasta, che rivelerà sorprese inaudite.
Bern è il personaggio clou del romanzo, insieme a Teresa. E’ mistero e totalità, è passione irraggiungibile e tormentata, passione consumata e mai più trovata. In ogni suo comportamento c’è un assoluto totale e paralizzante, che non permette mediazioni di nessun tipo. Lui segue le sue passioni e le sue pulsioni, con forza e violenza, senza curarsi di nulla.
E poi c’è Teresa, appunto, l’anima alter di Bern. Cesare la chiama:
“l’Anfibia”,
perché racchiude in sé la durezza del compimento di scelte dolorose, come quella di abbandonare i suoi genitori, Torino, l’Università, e la capacità di conoscersi, di guardare al proprio dolore e alla sofferenza, cercando di superarli.
Un libro complesso, costituito da un forte intreccio, da rimandi al passato, da emozioni da vivere comunque e sempre. L’obiettivo è la conoscenza della vita, poiché:
“c’è sempre molto da conoscere della vita di qualcun altro. Non si finisce mai. E a volte sarebbe meglio non iniziare affatto.”.
Forse dopo questa lettura non avremmo la certezza e la perfetta conoscenza del mondo intero, di certo avremo una marcia in più per comprenderlo ed amarlo.

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Divorare il cielo 2018-06-24 23:56:50 Bruno Elpis
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    25 Giugno, 2018
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Realizzavamo un’utopia

Divorare il cielo di Paolo Giordano è la storia di Teresa, che si lascia coinvolgere da un gruppo di ragazzi e da uno stile di vita – quello della comunità insediata nella masseria pugliese che confina con la villa della nonna paterna (“Mio padre, lui sì. Perché noi due eravamo ammalati di Speziale nello stesso luogo”) – e, attratta da un miraggio giovanile e da un amore intenso, rinuncia alla vita torinese per inseguire il proprio sogno esistenziale.

Quando la nonna le lascia in eredità la villa, Teresa non esita a venderla e a destinare la somma che ne ricava per l’acquisto della masseria, ove nel frattempo sei ragazzi tentano di realizzare l’utopia di una vita comune ed essenziale (“Raccoglievamo le olive… Realizzavamo un’utopia. Ma non lo dissi”), per rifuggire le contaminazioni e le adulterazioni imposte dalla società dei consumi.

Il romanzo è molto complesso, le vite dei protagonisti si sviluppano tra i disagi, le tensioni, le proteste, le ispirazioni religiose, culturali (“La verità è morta… è una lettera dell’alfabeto, una parola, un materiale che io posso utilizzare”, Stirner) ed ecologiste. I tre amici-fratelli Bern, Nicola e Tommaso transitano dai riti adolescenziali (“Poi Bern decise che dovevamo salire sulla torre”) di un’identità consumata anche sul piano erotico alle contrapposizioni ideologiche che si esprimono in scelte di vita divergenti e antitetiche, all’ombra del ricordo del drammatico suicidio di Violalibera, una ragazza condivisa nelle prime esperienze sessuali dai tre ragazzi.
L’amore tra Teresa (“La moglie di Bernardo Corianò”) e Bern viene messo a dura prova dal desiderio di genitorialità irrealizzata, ma troverà una propria forma, assai sofferta, di realizzazione e di idealizzazione.

Giudizio finale: comunardo, biblico, ecologista, intellettuale.

Bruno Elpis

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