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Nello straordinario ultimo volume della sua monumentale opera, Karl Ove Knausgård fa definitivamente i conti con se stesso in un romanzo diviso in tre parti. È il periodo particolarmente turbolento antecedente la pubblicazione del primo volume de La mia battaglia. Karl Ove sta ricevendo i pareri e le reazioni delle persone di cui ha scritto e, tra attestati di stima e tenui critiche, emerge la netta opposizione dello zio paterno, Gunnar, che lo accusa di aver mentito su ogni cosa. La soluzione che gli prospetta lui è una sola: cambiare tutto, pena un aspro scontro in tribunale. Il suo intervento inaspettato costringe Karl Ove a togliere il nome del genitore, che nel romanzo viene nominato unicamente con le parole “mio padre”. Il trauma di questa privazione costringe Knausgård a interrogarsi e a riflettere sulla memoria e sul ruolo fondamentale che ha il nome nell’infondere vita in una persona reale o in un personaggio di finzione. Il nome permette di penetrare l’intimità dell’essere umano e si contrappone al numero, che invece disumanizza creando sequenze riproducibili. Con l’aiuto di una poesia di Paul Celan e del testo che più di ogni altro ha incarnato il male assoluto – quel Mein Kampf che racconta la battaglia di Adolf Hitler per diventare la persona che tutti conosciamo –, Karl Ove Knausgård ancora una volta chiama il lettore a combattere e affrontare le proprie paure. Alla fine di questa lotta, ciò che rimane è l’amore per Linda, moglie e madre dei loro tre figli. La famiglia è un rifugio, un bozzolo che protegge e insieme reclama tempo, che è la risorsa necessaria alla scrittura. Ma adesso tocca a Linda leggere ciò che Karl Ove ha scritto di lei e scoprire quello che hanno visto gli occhi del marito e che vedranno anche i lettori di tutto il mondo.

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Fine 2020-03-21 16:55:17 68
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68 Opinione inserita da 68    21 Marzo, 2020
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Viaggio verso casa

L’ epilogo dell’ enciclopedica opera di Karl Ove Knausgard ultimo capitolo in tre parti de “ La mia battaglia “, “ Fine “, sembra ricondurci all’ inizio, così tanto di irrisolto ed ancora da raccontare.
I primi volumi stanno per essere pubblicati, migliaia di pagine in cui l’ autore espone una vita calata nell’ asprezza dei fatti, riportando i nomi reali della propria famiglia, manoscritti inviati a parenti ed amici e da alcuni rigettati al mittente, in primis dallo zio paterno Gunnar che minaccia le vie legali e disconosce la versione di “ La morte del padre “, accusando il nipote di menzogna, plagiato dall’ odio materno verso la famiglia Knausgaard.
E poi c’è la moglie Linda, madre dei suoi tre figli, una scrittrice evanescente, tanto profonda e sublime quanto tormentata e umorale, schiacciata della propria inclinazione maniaco-depressiva ( con ricoveri annessi ) che annulla ogni suo desiderio destituendola dal ruolo di madre.
Come reagirà al tradimento narrato da Karl Ove e al suo spietato giudizio su di lei ( assente, incostante, irresponsabile, di nessun aiuto domestico )?
Restano i dubbi su se stesso ed il proprio passato, sulle verità rivelate, forse distopiche, su maturità e valore umano, su retaggi infantili protratti, sulla paura degli altri, su un privato complesso e da definire connivente con una fragilità evidente.
Ma oggi Karl Ove ( perché mentre sta scrivendo quest’ ultimo volume i primi sono già stati pubblicati ) vive la consapevolezza di essere uno scrittore quarantenne di valore e fama che ha raggiunto il proprio sogno adolescenziale.
E poi c’è un presente di padre che lotta nel quotidiano manifestarsi di esigenze affettive ed essenziali, occuparsi a tempo pieno dei propri figli, stare vicino a Linda, sovente a corto di denaro, con un desiderio di protezione famigliare, di avere una casa ed essere felice.
Tutto scorre e si arresta, bloccato da un rimuginio protratto, e gli sbalzi temporali rivisitano sospensioni, mentre il flusso quotidiano percorre strade difformi, viaggi lampo che inseguono promozioni editoriali, interviste, reading, email minacciose, vecchie amicizie abbandonate e trascurate, obblighi famigliari, imprevisti, nel mezzo il bisogno e la necessità di scrivere, per se stessi, di se stessi, dei propri cari, degli altri, per vivere, amare e chiarire, per l’ irrefrenabile desiderio di farlo, per adempiere al ruolo di scrittore, per esporre la propria versione dei fatti.
Il corposo volume “ La Fine “ riflette e corrobora l’ enorme flusso dell’ opera ma è qualcosa di diverso, perché il tempo passa, si invecchia, la realtà cambia ed i ricordi non sono più gli stessi.
Ma la memoria “ ... lascia tracce modelli, bordi, pareti, fondi ed abissi, ci rinchiude, ci lega, ci carica, trasforma le nostre vite in destini, e conduce a due soluzioni, la morte o la pazzia..”.
In fondo Karl Ove non ha scritto dei suoi genitori, ma dei ricordi che aveva di loro, e non ha considerato che essi potessero esistere in maniera a se’ stante.
C’è una sfera emotiva che esula dalla ragione e che lo ha accompagnato sin dall’ infanzia, un mondo esterno coercitivo contrapposto ad una libertà interiore con il pericolo di cadere nella involuta intimità paterna.
L’ autore deciderà di non nominare mai il padre, nel romanzo infatti non sono presenti ne’ il suo nome ne’ il suo cognome, anche se “ il nome “ racchiude il senso della realtà, e’ una chiave di accesso alla vita, essenza, verità.
C’è un altro Karl Ove, il fine letterato ed intellettuale che ha studiato letteratura ed arte e che vive di queste nella propria essenza più vera. Lui stesso e’ un artista, gli capita di imbattersi in altri scrittori ( Dag Solstadt tra i tanti ) anche se le sue conoscenze sovente soggiacciono al turbinio di domande e pettegolezzi sulla propria famiglia, su una vita privata non sempre all’ altezza, scaraventandolo in una bolgia mediatica che poco lo riguarda, se non nel quotidiano mostrarsi.
Intanto continua l’ incessante flusso narrativo, un moto perpetuo intriso di dettagli all’eccesso e sensibilità solipsistica, intervallato da lunghe ed eccessive dissertazioni teoriche su letteratura, arte, filosofia ( alcune piuttosto interessanti ), il suo vero campo di azione.
La seconda parte del volume e’ un lungo saggio sul “ Mein Kampf “, di Adolf Hitler, ( ricordiamoci che il titolo originario di “ La mia battaglia ‘ in norvegese è “ Min Kamp “ ) che un giorno l’ autore acquista e legge, tra le pagine del quale la cosa più importante non è la vita, ma l’ ideale a cui e’ sottoposta. Non è chiaro il nesso con il resto dell’ opera se non per spiegare la perdita di significato del nome proprio e due adolescenze ( la propria e quella di Hitler ) con punti di convergenza ( affettivo-relazionali ) ma così diverse nel dopo.
Hitler e’ un asociale, desidera essere un artista ma non ci riesce, ha un rapporto conflittuale con il padre, origini piccolo borghesi, manca di contatto con la realtà, ha sviluppato una paura per la intimità e per il sesso, ossessionato dalla pulizia e dalla cura esteriore, limitato nel pensiero, pieno di pregiudizi e saperi parziali, mezze verità, ha vissuto il dramma ed il trauma della Prima Guerra Mondiale, si è fatto un utopista rivoluzionario ed un fanatico nazista, un uomo all’ oscuro dei propri sentimenti che diviene il sovrano dei sentimenti del popolo tedesco.
Di certo ha fondato la propria propaganda su un’ onda sentimentale più forte di qualsiasi argomentazione, che punta ai sentimenti e non all’ intelletto, in cui domina la parola orale, l’ emotivita’, delegittimando la parola scritta legata a pensiero e ragione.
La forza enorme del “ Noi “ aveva riempito il popolo tedesco di un potere grande spingendolo alla guerra secondo la cieca utopia dell’ uno, un odio antisemita irragionevole fondato su ideologia e purezza razziale che annulla ogni senso di vita, tramutando i nomi in semplici numeri.
Nella terza parte dell’ opera, quando la vita lo pone di fronte a difficoltà insormontabili e scelte inderogabili, Karl Ove ricerca il coraggio in ciò che ha dentro, la sua vera vita, nella moglie Linda, nei figli Vania, Heidi e John, rendendosi conto di che cosa sono per lui, una famiglia che non vuole perdere, che e’ tutto quello che ha e lo mantiene vivo.
Di questo ha sentito la mancanza in tutta la sua vita: provenire da un luogo, appartenervi, poterlo chiamare “ casa mia “.
I sei volumi de” La mia battaglia “, un’ opera monumentale sulla vita di un uomo, di un padre, di uno scrittore, rappresentata così come è, nel dettaglio di fatti e luoghi che esprimono sensazioni cercando un senso d’ insieme, una maratona letteraria inserita in un flusso atemporale, il proprio io, un perfetto incastro di istanti.
Un testo indubbiamente originale, unico nel suo genere, un esperimento letterario, un autore dotato di indubbia capacità narrativa, con pagine toccanti di poesia e profondità, o solo una geniale costruzione pubblicitaria laddove il privato sconfina nel pubblico a metà tra il reality e la fiction ( 1 norvegese su 10 ha acquistato l’ opera ), ossessivamente ripetitivo, ridondante, autoreferenziale, manifesto di un ego smisurato e di un autore che in fondo poco ha da dire?
Questi dubbi si fanno strada tra le 3600 pagine dei sei volumi dell’ opera ( scritta tra il 2009 ed il 2011 ), più volte anche l’ autore ricerca un senso, una reale motivazione e necessità per tanta sofferenza inferta ( a se stesso ed ai famigliari ) imboccando una strada senza ritorno ( la fama letteraria ) con un futuro assai incerto ( nel privato ) ed un pensiero nella testa ( sul proprio essere ancora uno scrittore ), di certo questa maratona letteraria e di vita in lui ha lasciato il segno...

“ ....Adesso sono le 7.07 e il romanzo e’ finalmente terminato. Tra due ore Linda verrà qui,l’ abbraccerò e le dirò che ho finito e che non farò mai più nulla di simile contro di lei e i bambini. Poi prenderemo il treno per il Louisiana. Mi intervisteranno sul palco e poi intervisteranno lei, perché il suo libro è stato pubblicato e scintilla e crepita come un cielo stellato nell’ oscurità. Dopo prenderemo il treno per Malmo, ci metteremo in macchina e andremo a casa, la nostra casa, e durante tutto il tragitto mi godrò, mi godrò davvero, il pensiero che non sono più uno scrittore....”




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