L'oblio che saremo L'oblio che saremo

L'oblio che saremo

Letteratura straniera

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Medellín, 25 agosto 1987: Héctor Abad Gómez - medico, professore dell'Università e presidente del Comitato per i Diritti Umani - viene barbaramente trucidato per strada dagli squadroni della morte colombiani. È la fine annunciata di un uomo che aveva dedicato la propria vita alla difesa dell'uguaglianza sociale, ai diritti, all'istruzione e alla salute degli esclusi in un Paese stretto nella morsa di narcotrafficanti e di politici reazionari. Vent'anni dopo Héctor Abad, suo figlio - ormai affermato scrittore e giornalista -, decide di provare a raccontarne la vita, e contemporaneamente la propria infanzia e formazione, fino a quel terribile epilogo. Il risultato è un romanzo «bellissimo e commovente, e al tempo stesso la testimonianza di un reale impegno civile per la democrazia e la tolleranza», come ha scritto sulle pagine del «País» il filosofo Fernando Savater.



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L'oblio che saremo 2019-04-17 05:37:34 siti
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siti Opinione inserita da siti    17 Aprile, 2019
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Una storia esemplare

Richiamata da uno splendido titolo - scopro poi essere l'incipit di una lirica di Borges, la cui attribuzione è stata più volte messa in dubbio in quanto parte degli ultimi scritti senza attestazione editoriale e citati per la prima volta da questo autore colombiano - mi ritrovo a leggere un vero e proprio tributo a un padre molto amato. È un memoriale autobiografico, non dunque un romanzo, e insieme è un atto di scrittura necessario a un figlio che ha perso il genitore amato e compie il definitivo e ultimo atto di un laborioso percorso di elaborazione del lutto. La specificità dello scritto, rispetto a quella che parrebbe a prima vista una storie fra tante, risiede nel fatto che trattando un dolore personale si offre il ritratto della travagliata storia colombiana di cui il padre, annoverabile oggi fra i suoi martiri moderni, fu involontario protagonista. Era un medico poco avvezzo alla pratica chirurgica e un pragmatico dispensatore di principi di igiene, convinto, nonostante fosse un professore universitario, di avere il dovere di istruire le persone raggiungendole di persona nei luoghi più poveri del Paese. Era un idealista e si batteva per una seria riforma agraria, per l'acqua potabile accessibile a tutti, per i vaccini e per i diritti umani, professore spesso costretto all'esilio volontario per allentare la pressione ricevuta tra i palazzi dell'università in seguito al suo pericoloso esporsi che lo rendeva inviso alle classi sociali più conservatrici. La sua morte arriva preannunciata e non temuta perché, benché morissero progressivamente tutte le persone vicine a lui, egli era consapevole della sua fortuna e della sua vita felice e pur non preferendo morire, altro non poteva fare che vivere ancora come aveva sempre fatto anche se minacciato.
Lettura interessante, inizialmente eccessiva e ripetitiva nel decantar le lodi paterne per giungere a un giusto equilibrio espressivo nella parte centrale e in quella più delicata che ci consegna la rappresentazione dell'omicidio e del dolore senza cadere nel vanto o nella retorica. Lo consiglio, a me ha richiamato nomi quali Guido Rossa, Mario Calabresi, gli anni di piombo ma anche Falcone e Borsellino e la loro lotta alla mafia. Ci sono pagine in cui viene descritto lo scenario colombiano fra gli anni '70 e '80 e ci si ritrova basiti a contemplare la descrizione di meccanismi già noti e già vissuti qui in Italia e purtroppo non ancora tramontati.

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Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là
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