Una pace perfetta Una pace perfetta

Una pace perfetta

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Alla vigilia della Guerra dei sei giorni, in un kibbutz, i fondatori d'Israele e i loro figli cercano di conciliarsi tra loro e con la loro terra. Yolek esulta per i traguardi raggiunti, una volta solo sognati; suo figlio Yonathan si contrappone al padre e lotta per affermare un'identità diversa; Rimona, la fragile giovane moglie, ha perso il contatto con la realtà; e Azariah Gitlin, la nuova recluta, dotata e carismatica, freme di emozioni. Il mondo apparentemente circoscritto del kibbutz diventa teatro universale e le relazioni fra i personaggi si trasformano in un sempre più fitto intreccio di gesti, sogni, tensioni.



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Una pace perfetta 2019-12-08 11:46:22 Chiara77
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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    08 Dicembre, 2019
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Io cerco la vita

«Solo io starò sveglio. Io non voglio dormire, voglio impazzire. Non cerco nessuna giustizia, io, cerco la vita. Che è più o meno il contrario della giustizia. Ho già dormito abbastanza, d'ora in poi sarò sveglio come un grillo. Sono scampato alle grinfie di quei vecchi pazzi, sono uscito dalla loro loro follia, sono uscito vivo una volta per tutte dal loro sogno, perché non appartengo a loro. Fuori dal loro ammattimento di redenzione, fuori dalla giustizia. Saluti. Che dormano fino a domani. Io sono solo e sveglio e ora comincia il viaggio.»

Kibbutz di Granot, inverno 1965. Yonatan Lifschitz, 26 anni, è nato e cresciuto in quel luogo. Si è sposato da poco con una ragazza bellissima e strana, Rimona, ma la loro unione è stata già logorata dalla tristezza e dal lutto: hanno dovuto affrontare prima un aborto, poi la morte della loro prima neonata. Ne sono rimasti entrambi feriti in profondità, ma hanno manifestato reazioni opposte: Rimona si è chiusa nella sua malinconia, Yonatan invece vuole andarsene, lasciare tutti e vivere una vita diversa, che gli appartenga veramente, non vivere la scelta di vita compiuta dai suoi genitori.
Suo padre, Yolek, segretario del kibbutz, venuto a conoscenza del progetto del figlio, come risposta gli affida la gestione dell'autorimessa.
Intanto l'inverno si trascina lento sulle vite dei personaggi, è un inverno piovoso, estenuante, lungo nel suo trascorrere inesorabile. Una sera arriva nel kibbutz un ragazzo strano, Azariah: arrivato da chissà dove ed estremamente solo, ha l'unico sogno di essere accolto nel kibbutz. Il giovane ha un fascino particolare, cita Spinoza, è attratto da Rimona e sembra voler prendere il posto di Yonatan. La stagione delle piogge continua, interrotta da un giorno di primavera anticipata. Ma per quanto il tempo – e la meravigliosa prosa di Amos Oz- possano trascorrere apparentemente all'infinito senza che accada nulla, improvvisamente qualcosa succede.
Come nella vita, quando i giorni si susseguono alle notti, sempre uguali e attraversati da un infinito inverno piovigginoso che però nasconde dentro di sé la tensione e l'anelito ad uno spasimo esistenziale, e all'improvviso arriva davvero la primavera, e sconvolge i giorni, che diventano luminosi, e le notti, che si trasformano in lunghe veglie, così nel romanzo di Oz c'è una svolta imprevista e tutto ciò che doveva avverarsi si avvera.
Questo ovviamente, proprio come nella vita, non porterà alla soluzione razionale delle situazioni assurde, sconvolgenti o incresciose: il mistero dell'esistenza rimane intatto e non conoscibile da noi poveri esseri umani. Ognuno deve percorrere la sua strada, attraversare il proprio destino, ma, per dirla con le parole dello stupendo personaggio di Shrulik, quale sarà il senso di tutto questo? Alla fine, è inutile illudersi, non lo sappiamo.

« La terra è indifferente. Il cielo immenso e indecifrabile. Il mare? Misterioso. Le piante. Le migrazioni degli uccelli. La pietra tace sempre. La morte è forte, tanto, presente ovunque. Siamo tutti impregnati di crudeltà. Ognuno di noi è un po' assassino: se non con gli altri, con se stesso. L'amore, ancora non lo afferro, e certo non farò in tempo ad imparare. Il dolore è un fatto compiuto. Ma malgrado tutto ciò, so anche che possiamo fare qualcosa. Possiamo, e perciò siamo tenuti a farlo. Tutto il resto – chi lo sa? Chi vivrà, vedrà. Invece di dilungarmi, questa sera suonerò un po' il flauto. Ci sarà pure posto anche per questo. Il senso quale sarà? Non lo so.»

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Una pace perfetta 2017-01-10 08:34:49 68
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68 Opinione inserita da 68    10 Gennaio, 2017
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Forza del destino ed accettazione dei desideri

L' atmosfera che si respira nella letteratura di Amos Oz contempla sempre uno spirito indomito, la ricerca di un quid indefinito, uno sguardo universale sul senso della vita, una forte connotazione religiosa e comunitaria, relazioni tormentate su uno sfondo socio-politico-religioso complicato, scontri generazionali, guerre e tematiche storiche rilevanti, temi filosofici ed indagine psicologica, inseriti nella forza di una natura mutevole, aspra, viva e pulsante.
In " Una pace perfetta " ( 1982 ) queste tematiche danno voce ad una trama piuttosto semplice, la vita e le relazioni all' interno del Kibbutz Granot alla metà degli anni' 60 ed alla vigilia della guerra dei sei giorni ( 1967 ).
Una vecchia coppia dai rapporti turbolenti, Hava e Yolek, fondatori del Kibbutz, lei piccola, espressiva, piena di rabbia, lui tarchiato, massiccio, sgradevole a vedersi, intriso di politica, detentore di un antico sapere che si fonda sulle consuetudini e sul mantenimento dello status quo.
Una seconda coppia, Joni ( figlio di Hava e Yolek ) e Rimona, giovani, nati nel Kibbutz, lei esile, diafana, attendista, avvolta da una attesa protratta, immalinconita da un fallito desiderio di maternità, lui inquieto, sognatore, affranto da una realtà ingombrante e non voluta, nella testa un' idea di fuga verso terre lontane, attratto dal mistero della vita e della conoscenza.
Due nuclei vicini ma in eterno conflitto, uno scontro generazionale, da una parte una fuga dall' Europa ( anni prima ) per fondare una nuova terra ed una organizzazione comunitaria, quella del kibbutz, colorata di socialità, uguaglianza, operosità, condivisione, dall' altra il rifiuto di questa realtà ereditata e definita, ma limitante, tra tradizione e lavoro condiviso, per ricercare una libertà negata, una vita diversa, un nemico oscuro ma sempre minaccioso, semplicemente se stessi.
Attorno un nugolo di personaggi con volti differenti, a cominciare da Azariah, ragazzo di origini russe sopraggiunto improvvisamente nella vita del Kibbutz, stravagante, ammaliante, filosofo ( seguace di Spinoza ) e sognatore, di una ingenuità fanciullesca, teorico della condivisione, della speranza, della ragione, della forza ed espressività della natura, equilibratore di una storia che grazie a lui decolla e si modifica, ridefinendo la vita comunitaria ed intrafamigliare ( anche propria ).
E poi la mirabile figura di Shrulik, nuovo segretario del Kibbutz, il cui diario riassume i concetti di una socialità condivisa riassumendone i contenuti e dispensando perle di saggezza ed esperienza personale.
Una scrittura, quella di Oz, ricca, fluente, lenta, da metabolizzare, sempre in bilico tra sogno e realtà, una narrazione che alterna prima e terza persona, realismo e tratti romantici, microstorie e sentimenti insondabili.
Le tematiche abbracciano un senso più ampio ( storico, religioso e sociale ) in un contesto romanzato profondamente poetico ed interiorizzato.
Le lotte intestine, gli scontri generazionali, parole come respingere, sottomettere, conquistare, soggiogare, così presenti nella quotidianità, finiscono con il perdersi in un tempo che sbriciola tutto, come la nostra intelligenza che cerca di distinguere il bene e il male, il brutto ed il bello, perché tutto finisce in polvere, cancellato dal tempo e dalla solitudine, che spezzerà ogni ricordo.
Ed allora quel dolore che imbratta ogni cosa e tutti i personaggi, dai più giovani agli anziani, ai saggi, alle madri, che attraversa ed accompagna la narrazione, " ... può essere mitigato dall' ascetismo, dalla solitudine, dalle parole, ( Azariah ) o, al contrario, con un' estasi dirompente, lo scatenarsi dei sensi, l' oblio totale, ascoltando solo il turbine degli impulsi ... " ( Joni )?
Alla fine le stagioni si susseguono, nella propria ripetitiva saggezza, ".. l' inverno insegue l' estate e dopo l' inverno viene l' estate ". La gente nasce e muore e tutto si disfa lentamente, il corpo i luoghi, i pensieri.
Vi è un ritorno ad una armoniosa presenza ed il diario di Shrulik ne è voce rappresentativa, il pensiero dell' autore, che ama quella terra così giovane e tormentata, affranta da lotte intestine ed inconcepibili desideri di sopraffazione, inquieta come i suoi abitanti e quella natura selvaggia.
Joni, compiuta la propria ricerca ed il viaggio dell' esperienza, un giorno si ripresenterà, improvvisamente, in un Kibbutz che vede rapporti cambiati, nuovi equilibri e nuclei famigliari, in una dimensione che traccia un nuovo inizio, persino la pioggia invernale incessante ha lasciato il posto al sole primaverile ed alla speranza, o semplicemente all' accettazione ed alla consapevolezza di se', ad un desiderio di amore ancora sfuggente ed inafferrabile.
È una esistenza che oltrepassa desideri e sopraffazioni e si riconsegna alla sacralità della natura ( Spinoza ), a quei monti e deserti silenti, a quel mare che mormora in lontananza, a quel cielo infuocato di giorno ed all' aria fresca della notte.
Ma soprattutto è il potere della scrittura, della letteratura, della poesia, del bello, a permettere di superare qualsiasi contrapposizione, incomprensione, violenza, disuguaglianza, ad avviare una condivisione universale, nel mistero di una vita complessa ed indecifrabile ma comunque degna di essere vissuta.
Ed allora, affidiamoci semplicemente alle parole del diario di Shrulik ( Amos Oz ), così limpide ed essenziali, poetiche e profetiche, oltre qualsiasi tentativo di spiegazione.


" La terra è indifferente. Il cielo è immenso ed indecifrabile. Il mare? Misterioso. Le piante. Le migrazioni degli uccelli. La pietra tace sempre. La morte è forte, tanto, presente ovunque. Siamo tutti impregnati di crudeltà. Ognuno di noi è un po' assassino, se non con gli altri, con se stesso.
L' amore, ancora non lo afferro, e certo non farò in tempo ad imparare. Il dolore è un fatto compiuto. Ma, malgrado tutto ciò, so anche che possiamo fare qualcosa. Possiamo, e perciò siamo tenuti a farlo. Tutto il resto - chi lo sa? Chi vivrà, vedrà'. Invece di dilungarmi, questa sera suonerò un po' il flauto. Ci sarà pure posto anche per questo. Il senso quale sarà? Non lo so. "

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