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Il cigno nero
 
Il cigno nero 2017-08-21 21:41:27 Martin
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Contenuti 
 
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Martin Opinione inserita da Martin    21 Agosto, 2017
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SIAMO CIGNI NERI

Ad Einstein è attribuita la frase: “Ci sono due modi di vivere la vita. Uno è pensare che niente è un miracolo. L’altro è pensare che ogni cosa è un miracolo”. Per il grande fisico, dunque, o si osserva il mondo con lo sguardo analitico e prosaico del materialista, oppure ci si affaccia alla vita e all’universo con lo spirito di Leibniz, il quale credeva che in ogni cosa, persino nel più minuscolo e insignificante essere vivente, albergasse un’unicità irripetibile. Non è così radicale Nassim Nicholas Taleb, economista e filosofo sui generis, il quale sostiene che i “miracoli”, per essere tali, devono essere fenomeni rari e allo stesso tempo capaci di imporsi e modificare ogni nostra certezza. Il miracolo di Taleb, inteso in senso laico e soprattutto sfrondato da ogni caratterizzazione soprannaturale e morale (esistono miracoli positivi così come miracoli negativi), prende il nome di Cigno Nero: difatti, basta scorgere fra i canneti di una laguna anche un solo cigno nero affinché la certezza che tutti i cigni siano bianchi, frutto di innumerevoli osservazioni empiriche, rovini precipitosamente. Le certezze che noi acquisiamo col tempo, inferendo il generale dal particolare, non hanno fondamento: è questo il grande insegnamento cui sono giunti grandi del pensiero come gli scettici antichi, Sesto Empirico, Al-Ghazali e David Hume, il quale ebbe modo di dire che non è possibile prevedere il sorgere del sole dal fatto che l’abbia sempre fatto finora. Taleb non si limita a far proprio tale insegnamento, ma cerca di corroborarlo con nuovi ragionamenti e prove, pescando da più ambiti (matematica, economia, psicologia, epistemologia): fra citazioni brillanti, omaggi a grandi pensatori del caos (Montaigne, Popper, Mandelbrot), esempi mal riusciti (le vicende del personaggio di Evgenija, che avrebbero dovuto facilitare le spiegazioni, poco si amalgamano alla trattazione) e echi autobiografici, Taleb squaderna un pensiero affascinante, non privo di aspetti controversi, che certo non elimina la causalità degli eventi, alla maniera dei sopra citati scettici, ma che descrive il cosmo in cui viviamo in modo estremamente più complicato di quanto pensiamo; le scienze, dunque, ci ingannano, il mondo non è sempre più prevedibile, e ciò che pur prevedono non è ciò che invece incide profondamente sulle nostre vite, ovvero l’accidente, l’evento inaspettato, il Cigno Nero. Anzi il mondo sta divenendo sempre più imprevedibile: pensate, ad esempio, a quante catastrofiche e quasi inimaginabili ripercussioni può avere una guerra oggi, rispetto le guerre del passato. Taleb si scaglia in particolar modo contro gli economisti, i trader, i professoroni in giacca e cravatta esperti di rischio, i quali cercano di convincerci, idolatrando il loro dio, la curva a campana di Gauss, che il mondo in cui viviamo è il Mediocristan, un posto grigio dove tutto è regolare e uniforme, e non il pericolosissimo (ma affascinante) Estremistan, pur di fronte all’evidenza dell’impotenza dei loro mezzi predittivi (si pensi alle tante crisi economiche e ai tanti successi aziendali mai previsti).
Ma gli economisti, alla fine, non fanno che adeguarsi a un modo di affrontare la vita che è insito nella nostra psicologia e a cui nemmeno Taleb a volte riesce a sottrarsi: viviamo e ci muoviamo nel mondo utilizzando pregiudizi, bias, in termini tecnici, che Taleb è abilissimo a descrivere, quali la fallacia narrativa, la tendenza a narrativizzare gli eventi, disponendoli in modo consequenziale e casuale proprio allo stesso modo in cui riordiniamo i frammenti onirici dopo un sogno, la maggior presa che hanno su di noi gli aneddoti rispetto alle statistiche, la tendenza a trascurare le prove silenziose, cosa che porta, per esempio, gli storici a dare ai fenici degli illetterati solo perché non si sono trovate opere letterarie, la diminuzione della percezione dei rischi corsi in passato, la fallacia ludica, la tendenza a trattare eventi governati dal caso attraverso schemi intellettuali.
Perfino le grandi scoperte scientifiche, per Taleb, devono molto alla cosiddetta “serendipità”, ovvero alla fortuna di trovarsi dinnanzi a Cigni Neri positivi: Fleming stava pulendo il suo laboratorio quando per caso scoprì la penicillina, i due radioastronomi dei Bell Labs che scoprirono la radiazione cosmica, erano dapprima convinti che l’antenna che monitoravano fosse disturbata dagli escrementi di uccelli. Come poi tutti ringraziano i grandi scienziati che fanno scoperte e nessuno i poveracci che, invece, intraprendono vie sbagliate e che così facendo impediscono ad altri di intraprenderle nuovamente.
Qual è a questo punto la “ricetta di vita” che Taleb propone al lettore? Si tratta di una ricetta forse troppo filosofica, ma non per questo meno incisiva: innanzitutto lasciar perdere i secchioni che pensano che tutto sia definibile con esattezza, studiare e andare avanti avendo come proprio presupposto non la conoscenza di cui si dispone ma l’ignoranza, rendendo in questo modo i Cigni Neri dei Cigni Grigi, essere sempre preparati agli accidenti, senza dimenticare che ne esistono anche di positivi, fluttuare senza mai affondare, privarsi di radici e scorrere su un mondo di possibilità, che ora naufragano ora si concretizzano, senza mai dimenticarsi che in quanto umani siamo un Cigno Nero, sopravvissuto al nulla, all'immobilità, all’incoscienza. Perché buttarsi giù per un incidente o un licenziamento, se abbiamo la fortuna di essere creature così rare e così vive? Siamo miracolo; siamo, in quanto vita, per dirla con le parole di Alfred North Whitead, “un’offensiva diretta contro il meccanismo ripetitivo dell’universo”.

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