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Educazione europea
 
Educazione europea 2018-05-10 08:36:55 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    10 Mag, 2018
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L'educazione Europea

«La disperazione si aggira ovunque, da sempre, intorno all’umanità… E quando si avvicina troppo e gli penetra dentro, un uomo diventa un tedesco, anche se è un patriota polacco. La questione è sapere se l’uomo è tedesco è no, se gli capita di esserlo solo talvolta. È quel che tento di scrivere nel mio libro. Non mi chiedi il titolo? […] Si intitolerà: Educazione europea. […] La verità è che ci sono momenti nella storia, momenti come quello che stiamo vivendo, in cui tutto quel che impedisce all’uomo di abbandonarsi alla disperazione, tutto ciò che gli permette di avere una fede e continuare a vivere, ha bisogno di un nascondiglio, di un rifugio. Talvolta questo rifugio è solo una canzone, una poesia, una musica, un libro. Vorrei che il mio libro fosse uno di questi rifugi e che aprendolo, alla fine della guerra, gli uomini ritrovassero intatti i loro valori e capissero che, se hanno potuto forzarci a vivere come bestie, non hanno potuto costringerci a disperare. Non esiste un’arte disperata: la disperazione è solo una mancanza di talento» p. 70

Sin dalle prime pagine di “Educazione Europea” il lettore è trasmutato in quegli anni del Secondo Conflitto Mondiale che Gary ha personalmente vissuto e pertanto è a sua volta chiamato a riviverli. In particolare, questo componimento, è anche l’opera con cui l’autore ha esordito e che riporta, romanzata, quella che è stata l’esperienza bellica del medesimo come aviatore della Francia Libera che gli determinò la Legion d’Onore. È un libro forte, intenso, che nulla lascia al caso. Romain si concentra sulla fame, sulla repressione nazista, sugli espedienti per sopravvivere, sulle crudeltà, sulle prostituzioni volute e forzate, sulle violenze in genere. E tutto avviene mediante la voce di Janek, un ragazzo di appena 13/14 anni (all’inizio del volume, un uomo alla sua conclusione), che prima viene privato dei fratelli, poi della madre, poi del padre medico e infine della gioventù, della spensieratezza, della fantasia. Sarà costretto a lasciare il suo rifugio e a unirsi ai partigiani, sarà qui che assisterà alla manifestazione dei due volti dell’essere umano: il tradimento che può celare anche altruismo, l’odio che può nascondere anche l’amore. Si innamorerà, dovrà curare i propri fantasmi nonché quelli della sua amata costretta, per andare avanti, a concedersi a uomini che non le permettono di sentire più alcunché, diventerà adulto e conoscerà il significato della parola libertà ma anche di quello della sofferenza, condizione, quest’ultima, in cui l’individuo sembra essere radicato e da cui non sembra potervi essere alcuna possibilità di salvezza.
L’elaborato è fortemente concentrato sulle emozioni, sulle sensazioni. Si è trasportati in una dimensione parallela, si ha la percezione del fragore delle foglie, del canto degli usignoli, ma anche il grido disperato di un mondo in decomposizione per la stessa mano del suo principale abitante. Al tutto si somma un profondo senso di sconforto per quelle sorti disperate che appaiono quali irrevocabili e immutabili.
A un testo dal contenuto molto profondo e magnetico si somma, ancora, uno stile narrativo che è pura e semplice poesia.
Intimo, ricco di contenuti, imperdibile.

«Quanti usignoli, pensò Janek, avevano cantato così nella notte attraverso i secoli? Quanti usignoli umani, fiduciosi e ispirati, sono morti cantando questa eterna e meravigliosa canzone? Quanti altri ne moriranno ancora, nel freddo e nei patimenti, circondati dal disprezzo, odio e solitudine, prima che la promessa del loro canto inebriante venga mantenuta? Quanti secoli ci vorranno ancora? Quante nascite, quante morti? Quante preghiere e sogni? Quante lacrime e canzoni, quanti canti nella notte? Quanti usignoli?» p. 264

«”Janek”
“Sono qui”
“Abbiamo vinto”
“È così”
“Non sarà una vittoria come le altre…”
“Sicuro.”
“Nessuna cosa importante muore…”
“Sì, lo so, conosco…”
Stava per dire: conosco la canzone. Ma disse soltanto:
“Non basta sapere”.
“Nessuna cosa importante… muore… Soltanto gli uomini… e le farfalle…» p. 270

«Si arrampicano sull’ostacolo o trottano, indifferenti e frettolose, sopra le strane parole tracciate sulla carta a grandi lettere nere: Educazione Europea. Trascinano con ostinazione le loro ridicole some. Ben altro che un libro occorrerebbe per costringerle a lasciare la loro via, la via che milioni di altre formiche hanno percorso prima di loro, che milioni di altre formiche hanno tracciato. Da quanti millenni faticano a questo modo, e per quanti millenni questa razza ridicola, tragica e instancabile, dovrà faticare ancora per quella via? Quante nuove cattedrali dovranno essere ancora costruite, per adorarvi un Dio che dà loro così deboli reni e un così pesante carico? A che serve lottare e pregare, sperare e credere? Il mondo nel quale soffrono e muoiono gli uomini è quello stesso nel quale soffrono e muoiono le formiche: un mondo crudele e incomprensibile, in cui la sola cosa che conta è portare sempre più lontano un arduo fardello, un filo di paglia, sempre più lontano, col sudore della propria fronte e a prezzo di lacrime e sangue, sempre più lontano senza mai fermarsi per respirare o per chiedersi perché… “Gli uomini e le farfalle”» p. 271

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Commenti

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Che bella recensione, Maria!
Conosco l'autore solo di fama e avevo su di lui qualche preconcetto. Ora continuo a leggere commenti positivi, forse mi converrebbe cominciare con "Gli aquiloni". Che cosa ne pensi?
Bellissimo commento, Maria, richiama alla memoria molti elementi già incontrati nei due romanzi che ho letto: la voce narrante ancora affidata a un bambino o a un adolescente, il messaggio pacifista, la poesia insita in una prosa a volte cadenzata anche di trivialità, l'arguzia lessicale: la disperazione come mancanza di talento poi...me la segno, bellissima!
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