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Storia di una ladra di libri
 
Storia di una ladra di libri 2019-11-22 09:40:46 La Lettrice Raffinata
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    22 Novembre, 2019
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Storia di una Saumensch

“Storia di una ladra di libri” è sia un romanzo storico, per l’ambientazione nella Germania dei primi anni Quaranta, sia di formazione, infatti seguiamo la crescita della protagonista Liesel Meminger dalla fine dell’infanzia all’ingresso nell’adolescenza.
Con queste premesse la storia non sembra offrire degli spunti troppo innovativi: abbiamo già letto decine di libri sulla Seconda Guerra Mondiale e sulla maturazione di giovani orfani; Zusak ci offre però un’idea inusitata facendo raccontare tutti gli avvenimenti da una narratrice d’eccezione, ovvero la Morte. Devo ammettere che per quanto la trovata sia originale la voce narrante non mi ha convinto, ma ne riparliamo dopo... adesso vediamo la trama.
Costretta a separarsi dai genitori -bollati come Kommunisten dal partito nazista- a soli nove anni Liesel assiste alla morte del fratellino Werner e si ritrova poi affidata ai coniugi Hubermann, la severa ma generosa Rosa

«Per un attimo parve che la madre adottiva stesse per darle una pacca affettuosa sulla spalla.
Non lo fece.»

ed il pacato Hans, sempre capace di incoraggiare la bambina con una parola di conforto. Subito Liesel farà amicizia con il coetaneo Rudy Steiner, ma ben presto l’inizio del conflitto mondiale e delle persecuzioni contro gli ebrei in Germania verranno a spezzare il fragile equilibrio creatosi tra i protagonisti.
Come si evince da questo breve accenno, la trama sfrutta delle strutture già collaudate in noti classici per l’infanzia, come “Piccole donne” di Louisa M. Alcott (l’anziana vicina che chiede a Liesel di leggere per lei) o “Pollyanna” di Eleanor H. Porter (la signora Hermann resa apatica dalla morte del figlio), ma soprattutto “Anna dai capelli rossi” di Lucy M. Montgomery: in fondo gli Hubermann ricordano molto per carattere Marilla e Matthew Cuthbert, mentre Rudy è un eccellente sostituto per Gilbert, e Liesel ed Anna compiono il medesimo percorso di scoperta della letteratura, passione che le andrà ad accomunare.
A dispetto di questa abbondanza di cliché, devo ammettere che l’autore è riuscito comunque a rendere gradevole la storia puntando soprattutto sullo sviluppo delle relazioni tra i personaggi; personalmente ho apprezzato in particolare l’amicizia che va pian piano formandosi tra Liesel, Rudy e gli altri ragazzini della Himmelstrasse.
Avevo però un’idea del tutto sbagliata sullo sviluppo della storia, data forse dal primo titolo affibbiato in Italia al romanzo (“La bambina che salvava i libri”) e dalla visione del trailer dell’omonimo film; mi ero convinta che sarebbe stato dato molto più spazio al tema dell’olocausto, ed inoltre mi aspettavo che Liesel rubasse i libri per salvarli -perché messi al bando dai nazisti. Si tratta sicuramente di osservazioni del tutto soggettive, ma penso che altri lettori si siano trovati nella stessa situazione.
Ma passiamo alla nostra funesta narratrice. La Morte si rivolge al lettore in modo estremamente diretto, utilizzando la seconda persona singolare,

«Ora, un cambiamento di scena.
Finora le cose sono state fin troppo facili, non ti pare, amico mio?»

Questo punto di vista insolito ha certamente un gran potenziale, e risulta interessante leggere le scene alle quali assiste di persona perché, come lei stessa ci dice,

«Ti terrò l’anima in pugno. Un colore farà capolino dalla mia spalla, e ti porterò via con me, con dolcezza.
[...]
L’interrogativo che devi porti è: che colore assumerà ogni cosa nell’istante in cui verrò da te? Che cosa dirà il cielo?»

ed ecco che i colori assumono tutta un'altra rilevanza nelle descrizioni, come questa:

«Raccolsi la sua anima assieme alle altre e ci allontanammo. L’orizzonte aveva il colore del latte fresco, freddo, versato su tutto, fra i cadaveri.»

A dispetto di queste premesse, come ho già anticipato la Morte nei panni della narratrice non mi ha convinto: innanzitutto, ho trovato irritante la scelta di spoilerare continuamente degli eventi futuri, perché dopo una frase del genere:

«Facciamo un salto avanti, nel settembre 1943, nello scantinato.
[...]
Papà siede con la fisarmonica ai piedi.»

il lettore non potrà mai preoccuparsi per la sorte di Hans, anche se si trovasse in situazioni pericolose; ed è ancora peggio quanto va a narrare più volte lo stesso avvenimento, creando uno strano senso di déjà vu.
Ciò che mi ha lasciato maggiormente spaesata è la caratterizzazione della Morte. L’avrei preferita cinica e distaccata rispetto agli eventi ai quali assiste, mentre in più scene la vediamo esprimere dei pensieri fin troppo umani,

«Un gerarca in camicia bruna, un grassone che senza dubbio NON RISENTIVA DEL RAZIONAMENTO ALIMENTARE, informò il gruppo che rimaneva da percorrere un giro; [...]»

che vanno a collidere con la sua natura stessa.
Da ultimo, qualcosa di positivo e qualcosa di negativo. Ho adorato le descrizioni di questo romanzo, composte da parole scelto con molta cura ed a tratti quasi poetiche,

«Nelle strade c’erano pochissime persone. Pioggia come trucioli di matita grigia.»

mentre ancora non mi spiego le pagine del racconto “L’uomo che sovrasta”: se vengono strappate da un’edizione di “Mein Kampf” (saggio in lingua tedesca) e sono scritte da Max (cittadino tedesco di Stoccarda), perché le scritte sono in inglese? e, sotto la vernice, anche il testo del saggio è in inglese?
Una disattenzione che va a penalizzare un romanzo altrimenti molto accurato dal punto di vista dei dettagli linguistici.

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