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Giustizia bendata Giustizia bendata

Giustizia bendata

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La benda sugli occhi, un attributo dell’immagine simbolica della giustizia come donna, è al centro del percorso disegnato nelle pagine di questo libro. Se in una celebre poesia di Edgar Lee Masters se ne fa uso per criticare la cecità delle corti e l’arbitrarietà delle sentenze, la benda appare nell’iconografia ufficiale la garanzia dell’imparzialità e incorruttibilità dei giudici. Di questo attributo viene qui ricostruito l’atto di nascita nel 1494, la rapida diffusione nel contesto dell’età della Riforma protestante e la fortuna successiva. Indagando le ragioni di tanta e così rapida fortuna (che non toccò però l’Italia) se ne è individuata quella fondamentale nella potente suggestione religiosa della narrazione evangelica di Gesù bendato e deriso: un modello di sofferenza e di perdono che dette nuovo impulso alla figura della dea Giustizia trasmessa dal paganesimo antico alla cultura dell’Europa occidentale. Risulta evidente, dalla ricostruzione dei percorsi dell’immagine, che in essa si sono incontrati e sovrapposti temi diversi e spesso conflittuali: la domanda di misericordia, la speranza nel risarcimento ultraterreno per tutte le vittime dell’ingiustizia, la promessa di incorruttibilità dei giudici, la protesta contro gli errori della giustizia umana. Dopo l’attesa medievale del Giudizio universale, l’esigenza della giustizia imparziale dominata dallo sguardo di Dio trovò la sua incarnazione nell’asserita investitura divina dei poteri politici e religiosi. Per dare poi vita nel Settecento all’idea del tribunale della pubblica opinione come espressione sostitutiva dell’antico simbolo dell’occhio di Dio. Ma nel mondo contemporaneo la spettacolarizzazione di crimini e processi si accompagna a una crisi della giustizia che sembra destinata a rendere nuovamente attuale e problematico il simbolo della benda.



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Giustizia bendata 2019-08-20 08:23:31 DanySanny
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DanySanny Opinione inserita da DanySanny    20 Agosto, 2019
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Giustizia ovvero Dio ovvero la politica

Per una volta, comincio la recensione con un aneddoto personale. Sono sempre stato un tipo da filosofia e molto poco da storia, nel senso che potrei parlarvi un’ora dell’Essere in Heidegger e forse cinque minuti della Rivoluzione Francese. Questo per dire che questo libro è molto lontano dalle mie corde e non l’avrei mai letto se non me lo avesse chiesto un mio amico, a corto di tempo, che lo doveva leggere per un esame universitario. (Okay, nella realtà mi ha regalato un libro e così mi ha comprato. Sono debole.)

Comunque: il libro ripercorre la storia della Giustizia, un tema imponente e di stringente attualità se si considera il complesso rapporto tra diritto e morale nel tempo della tecnica (e con essa eutanasia, aborto, ecc.) e il difficile rapporto tra potere giudiziario ed esecutivo: la storia italiana recente ha dimostrato con forza quanto la spettacolarizzazione dei processi, l’occhio del pubblico e il controllo delle reti mediatiche possa impattare sul concetto di giustizia. L’autore sceglie di ripercorrere il tema attraverso un ricco apparato iconografico, oltre 100 immagini prese da manoscritti medievali, opere a stampa, ma anche dipinti e sculture dal medioevo all’ottocento, cosicché tutto il libro appare come un lungo commento alle immagini. Questo da un lato rende l’opera più agile e fruibile, anche da un pubblico non addetto ai lavori, dall’altro rischia di frammentare il discorso e far perdere il filo.

Un problema generale dei libri scritti da accademici è proprio la difficoltà che essi trovano di uscire dall’ambito universitario e di scrivere opere chiare, che colgano le linee di continuità della storia senza soffermarsi troppo su digressioni ultraspecialistiche che hanno effetti deleteri sull’attenzione. In questo, il libro tentenna: scegliendo di seguire percorsi tematici (la spada della giustizia, la benda, la bilancia), frammenta lo stesso secolo in più capitoli cosicché la prospettiva diacronica appare distorta in una ricostruzione cubista che rende talora difficile seguire il discorso. Specialmente il periodo che va dalla fine del Medioevo alla Controriforma viene descritto in maniera alquanto complessa e con una certa ridondanza. Sicuramente l’autore è competente e il libro non manca di spunti.

In particolar modo è curioso il complesso passaggio di significati dall’ambito religioso a quello giuridico e cioè come il processo per eccellenza, quello di Gesù, il processo che ha condannato il più giusto tra gli uomini, abbia plasmato non solo il linguaggio del diritto (pena, confessione, giudizio…), ma anche il contesto in cui la pena si realizza (le grandi manifestazioni collettive del medioevo, in cui l’imputato è invitato a pentirsi pubblicamente prima e poi dinnanzi al confessore per chiedere il perdono). La storia della giustizia è anche la storia di un potere che la distorce, la sfrutta e della ricerca inesausta di una equità di giudizio che sembra impossibile. Ed emblematicamente apre e chiude l’opera l’immagine della benda, simbolo da un lato di una giustizia imparziale, che non distingue il ricco dal povero, dall’altro di una cecità della prassi che sacrifica l’imparzialità al denaro.

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