Narrativa italiana Classici Canne al vento
 

Canne al vento Canne al vento

Canne al vento

Letteratura italiana

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Nella casa di Pintor, Ruth, Noemi, Ester, discendenti da una famiglia nobile andata in rovina, il servo Efix con grande fatica riesce a conservare il decoro, coltivando l'ultimo podere rimasto. In passato una quarta sorella, Lia, era fuggita in continente e Efix era stato involontariamente causa della morte del padre che cercava di fermarla. Morta anche Lia, torna alla casa materna Giacinto, suo figlio, un giovane dissoluto che manda in rovina le zie. Noemi, legata da un ambiguo sentimento al nipote, rifiuta le nozze con don Predu a cui era stato venduto il podere. Efix che si era allontanato dalla casa da lui creduta maledetta per sua colpa, vi fa ritorno e muore il giorno stesso delle nozze tra Noemi e don Predu, avendo ritrovato la pace.

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Canne al vento 2019-06-29 15:32:20 leogaro
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leogaro Opinione inserita da leogaro    29 Giugno, 2019
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Delitto e castigo in Sardegna

La storia si svolge all’inizio del Novecento in un villaggio sardo, Galte. Qui vive quel che resta della nobile famiglia Pintor, ormai decaduta. Il servo Efix si prende cura delle tre sorelle rimaste, Ruth, Ester e Noemi, gestendo un piccolo podere appena sufficiente al loro sostentamento. Le tre dame abitano ormai in una casa cadente, in povertà. Le Pintor lo mandano a chiamare perché, dalla penisola, è giunta una lettera di Giacinto, figlio della quarta sorella, Lia. Nel racconto, Efix ricorda l’infanzia delle Pintor, sottomesse alle ferree regole del padre, Don Zame: prepotente e geloso dell'onore della famiglia, egli teneva le donne recluse in casa, dedite ai lavoro domestici nell’attesa di esser maritate a un buon partito. Ma Lia si ribellò a questa condizione e fuggì a Civitavecchia; l’indomani, Don Zame fu misteriosamente trovato morto fuori dal paese. Lia, ripudiata dalla famiglia, si sposò ed ebbe un figlio, Giacinto. Nella sua lettera, il giovane annuncia di essere rimasto orfano e, insoddisfatto del lavoro alla dogana, chiede di poter raggiungere le zie in Sardegna. Le sorelle sono in disaccordo sul da farsi. Efix, invece, spera che l’arrivo del ragazzo riaccenda la speranza della rinascita della famiglia: “Sperare sì, ma non fidarsi anche. Star vigili come le canne, che a ogni soffio di vento si battono l’una all’altra le foglie, come per avvertirsi del pericolo”.

Giacinto arriva nei giorni della Festa del Rimedio ed è accolto dalle zie con sentimenti alterni. Il bel ragazzo desta subito l’attenzione di Grixenda, giovane vicina di casa delle Pintor. Già dai primi giorni, Giacinto inizia a spendere: viene visto giocare a carte, offrire da bere… inoltre, fa una corte serrata a Grixenda, che s’innamora follemente. “Spendeva e non guadagnava: e anche il pozzo più profondo, ad attingervi troppo si secca”. Incuriositi dalla sua apparente ricchezza, il sindaco Don Predu e il Milese, un ricco mercante, lo accolgono nel loro circolo. Efix sospetta dei suoi vizi e gliene parla: Giacinto, allora, confessa d’esser stato licenziato dalla dogana per aver truffato un ufficiale e che, orfano e spaesato, voleva cercarsi un lavoro onesto a Nuoro. Efix gli crede e lo difende dalle accuse dell’intransigente Noemi, la cui durezza nasconde in realtà una forte infatuazione per il nipote. Ester e Ruth, invece, s’indebitano sempre più per amore del nipote. Nell’oziosa quotidianità, Giacinto, ancora disoccupato, svolge piccoli servizi per il Milese, ma continua a perdere soldi al gioco e ricorre ai prestiti di Kallina. Efix parla all’usuraia e scopre che Giacinto ha presentato due cambiali, contraffacendo le firme di Ester. In paese, Giacinto è sparito da ormai tre giorni quando Kallina protesta le cambiali: venutane al corrente, Ruth muore d’infarto. Efix parte in cerca di Giacinto; lo trova a Nuoro, dove vive coi pochi soldi guadagnati col Milese. Efix lo rimprovera per la condotta che sta portando le zie alla rovina, ma Giacinto lo zittisce rivelandogli di conoscere il suo terribile segreto.

Efix, in preda ai rimorsi che riemergono dal passato, torna a Galte dalle Pintor, desiderose che il giovane non si faccia più vedere. Per sfuggire all’usuraia Kallina, Ester e Noemi vendono il poderetto a Don Predu, che s’accolla tutti i loro debiti. Convinto che ciò preluda al matrimonio tra Predu e Noemi, Efix abbandona la casa, deciso a espiare, mendicando, quelle colpe che gravano sulla sua coscienza. “Cuore bisogna avere, null'altro”. Ma il matrimonio tarda ad arrivare, per la riottosità di Noemi che, forse, nasconde qualcosa. E proprio Giacinto, prendendosi le sue responsabilità, potrà indirizzare correttamente la sua vita e quella delle zie, fornendo indirettamente loro l’ultima àncora di salvezza. Efix, fino alla fine, vivrà stoicamente per compiere il suo proposito morale, unico modo per metter finalmente pace nella sua anima tormentata. “La vita passa e noi la lasciamo passare come l'acqua del fiume, e solo quando manca ci accorgiamo che manca.”

L’opera è gradevole sebbene la lettura risulti, talvolta, eccessivamente lenta. Il linguaggio è semplice, a volte essenziale, non sfoggia ricercatezze particolari e, anzi, ingloba alcuni termini dialettali. La Deledda è brava nell’immergere il lettore nella Sardegna d’inizio Novecento, in bilico tra le tradizioni del passato e le innovazioni che stentano a far breccia. Ci tuffiamo così in una Sardegna aspra, immota, caratterizzata da una vita modesta ma genuina, intrisa di temi universali: amore, invidia, lealtà, povertà. Grazia Deledda è attenta nel tratteggiare, con vivida forza narrativa, i caratteri morali e psicologici dei suoi personaggi, regalandoci un classico della letteratura.

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autori classici attenti all'aspetto psicologico dei personaggi: pare doveroso citare Dostoevsky, ma anche Svevo, Pirandello e, perchè no, Joyce, Hawthorne e Virginia Woolf.
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Canne al vento 2019-06-10 12:43:01 Emilio Berra TO
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Emilio Berra  TO Opinione inserita da Emilio Berra TO    10 Giugno, 2019
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Quiete apparente

"Siamo proprio come le canne al vento, (...) siamo canne, e la sorte è il vento."
"Sì, va bene: ma perché questa sorte?"
"E il vento, perché? Dio solo lo sa."

Una Sardegna che profuma d'antico. Tre sorelle nubili in una vecchia dimora testimone di un passato di ricchezza e specchio della decadenza attuale. Persino la più giovane di esse "riviveva talmente nel passato che il presente non la interessava quasi più".
Il loro attempato e fedele servitore, presso l'unico podere rimasto.
Ecco che si fa vivo un nipote ignoto, figlio di una sorella ora defunta, fuggita di casa ancora ragazza e mai più tornata.
Quasi in contrasto con la tetra casa, "il grande paesaggio pieno di luce", "sotto i monti azzurri e chiari come fatti di marmo e d'aria".

Dietro l'apparente quiete, c'è però un delitto e c'è il castigo. Il delitto è segreto e nascosto ; il castigo, un peso opprimente e dura una vita.
Certo che viene in mente Dostoevskij , ma il mondo e la scrittura della Deledda sono peculiari e legati alla sua terra d'origine lasciata per vivere a Roma ; una realtà lontana, fuori dalla Storia, fra leggende e tradizioni.
Anche la grande scrittrice sarda, come il celebre Autore russo, non è però ripiegata su stessa.
La sua bellissima scrittura, punteggiata di note cromatiche, tende a smorzare l'elemento drammatico della realtà rappresentata. Anzi, nelle sue pagine si percepisce chiaramente il soffio lieve che schiude alla luce.


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narrativa d'autore
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Canne al vento 2018-08-28 13:23:23 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    28 Agosto, 2018
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Come canne al vento...

«Ogni volta che si allontanava lo guardava così, tenero e melanconico, appunto come un uccello che emigra: sentiva di lasciar lassù la parte migliore di se stesso, la forza che dà la solitudine, il distacco dal mondo; e andando su per lo stradone attraverso la brughiera, i giuncheti, i bassi ontani lungo il fiume, gli sembrava di essere un pellegrino, con la piccola bisaccia di lana sulle spalle e un bastone di sambuco in mano, diretto verso un luogo di penitenza: il mondo.» p. 15

Efix è al servizio della famiglia Pintor da molti molti anni, ovvero dai tempi in cui il pater familias era ancora in vita e da prima che Lia, una delle sorelle figlie di questo, riuscisse a scappare per approdare a Civitavecchia luogo dove si era di poi sposata e dal cui matrimonio aveva avuto un figlio, Giacinto. Ormai appartenente ad una nobiltà decaduta che le obbliga a vivere di quel che riescono a ottenere dal poderetto di cui si occupa il fedele servo e sfiancate dall’usura, le tre donne padrone ricevono una lettera da questo sconosciuto nipote di cui a malapena conoscono dell’esistenza. Che fare? Come comportarsi? Ospitarlo? Che sia una buona notizia? Oppure il giovane non farà altro che riportare dolore e scompiglio nella famiglia? Perché dal giorno della partenza di Lia, è come se tutto si fosse cristallizzato in un passato che per quanto sia passato è ancora presente e che per questo è capace di continuare a ferire, a far soffrire. Tra decadenza, dolore, apatia, abbandono, rimuginare, rimorsi, errori. Pertanto quella missiva del giovane continentale non può che rappresentare un ritorno di quei giorni che persistono a non abbandonare queste figure così chiuse, incapaci di accettare e ancora meno perdonare quegli eventi. E ben presto, i fatti che si succederanno, le porteranno a chiedersi se forse questo passato non sia tornato per ripetersi, per ricalcare errori, dolori e angosce che appaiono senza fine come colpe insite nell’essere umano. Lo stesso Efix è vincolato da quei tempi che furono: immolato alle sorti delle sue nobili egli vive custodendo un segreto che lo consuma e lo distrugge perché a sua volta incapace di accettarlo, di ammetterlo, di farvi fronte.
Come dunque non accumunare la venuta del giovane con un rimanifestarsi di quelle colpe mai espiate da parte di tutti i personaggi? In questo contesto Efix è un simbolo, è l’emblema di questa condizione di immobilità, è la colonna portante di quel percorso costruito dall’autrice che passando per l’aspetto prettamente individuale e collettivo interiore, che passando per quegli ambienti mitici e magici che vengono descritti e dove le canne sono emblema della resistenza alla sconfitta e della tempra umana, al dolore, alla sofferenza, e passando ancora per una disamina tra il bene e il male, il giusto e lo sbagliato, si giunge a quella che è la finale e conclusiva morale di un componimento frazionato da aspetti di riflessione e ponderazione. Perché l’uomo è fragile ma al contempo resiste e non si spezza, se non talvolta, bensì si flette e piega, a quello che è il vento dell’esistenza.
A cornice di un contenuto variegato e toccante si affianca una prosa ricca, lirica e ascetica che dona pensieri, anime, silenzi, paesaggi, che semplicemente racconta quella sofferenza dell’io, quella impossibilità di rifuggire a quelli che sono i dolori dell’inconscio umano, anche in punto di morte quando quel dialogo si chiude insieme a quell’uscio che custodisce segreti.

«Efix ramenti, Efix rammenti? Sei andato, sei tornato, sei di nuovo in mezzo a noi come uno della nostra famiglia. Chi si piega e chi si spezza, chi resiste oggi ma si piegherà domani e posdomani si spezzerà. Efix rammenti, Efix rammenti?» p. 210

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Canne al vento 2018-08-27 17:51:25 Unda Maris86
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Unda Maris86 Opinione inserita da Unda Maris86    27 Agosto, 2018
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Quadri viventi

“Canne al vento” non è un libro come un altro. O, meglio, non è un libro. Non so se vi è mai capitato di andare a vedere i cosiddetti “quadri viventi”: a me viene in mente, in primis, il “presepe vivente” allestito da una decina d’anni a questa parte, nel periodo di Natale, nei Sassi di Matera, la mia città. Ebbene, si tratta di manifestazioni in cui i figuranti “danno vita” a quadri famosi o, nel caso di Matera, ai personaggi del presepe. Ecco, “Canne al vento” è questo: un grande quadro / presepe vivente.

Già il titolo solletica la nostra immaginazione visiva e ci fa capire che, leggendo questo libro, ci addentreremo in una natura animata, piena di segreti, maestosa e terribile al tempo stesso. Una grande madre che sembra contenere nel suo grembo tutta la sapienza dell’umanità, quelle verità ancestrali che, nascoste ai più, si rivelano solo attraverso il corso inesorabile degli eventi.

Come lettori, ci si sente subito trasportati in quest’atmosfera un po’incantata, dove creature misteriose quali nani e panas (spiriti di donne morte di parto) fanno apparire la Sardegna di fine Ottocento una terra quasi fiabesca per poi lasciare spazio al realismo dei tanti paesaggi descritti (o, sarebbe meglio dire, dipinti) ed alla concretezza dei gesti del vivere quotidiano.

Al centro della storia, il destino delle tre sorelle Pintor, in ordine d’età Ruth, Ester e Noemi: tre nomi biblici per esaltare, forse, non solo la nobiltà di stirpe della famiglia, ma anche il senso di sacralità che attraversa, in silenzio, il progredire della trama. Tre nomi che racchiudono, inoltre, proprio come la storia della salvezza narrata nella Bibbia, la fede in una promessa: la speranza di una felicità nuova dopo il “vento” sfavorevole della cattiva sorte che ha piegato la famiglia Pintor portandola sull’orlo di una voragine sempre più profonda.

Ad incarnare simbolicamente il destino della famiglia ed il senso di tutta la storia, troviamo la figura del servo fedele, che, a ben vedere, ha anch’essa una chiara matrice biblica, oltre a rievocare il personaggio della nota parabola evangelica. Efix, questo il nome del servo, sente di essere attaccato al “destino tragico della famiglia” come “il musco alla pietra”. Egli, pronto a tutto per le sue padrone e fiducioso nella capacità di redenzione del loro giovane nipote giunto dal continente, don Giacintino, prende idealmente e fisicamente su di sé il peso di tutti i mali abbattutisi sulla famiglia ed affronta un viaggio di purificazione che tanto ricorda, per restare in tema biblico, quello del Cristo caricato della Croce verso il Calvario. Se vi sarà riscatto e resurrezione o, al contrario, solo l’ombra della notte, lo saprete non prima della fine.

Nel frattempo, avrete l’illusione di trovarvi anche voi in mezzo ai personaggi di questo grande “presepe” e, con un po’ d’immaginazione, anche voi ascolterete il suono delle canne che “sussurrano la preghiera della terra”. Perché è un libro di un’intensità unica che difficilmente scorderete. Una poesia vestita di prosa. Un quadro vivente racchiuso nella minuscola, ma magica e infinita, forma delle lettere.

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Canne al vento 2018-02-04 18:33:25 Chiara77
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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    04 Febbraio, 2018
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Espiazione

Nella prima parte della mia vita da lettrice ho avuto una stretta frequentazione con i classici, ma, stranamente, non avevo ancora mai letto niente di Grazia Deledda: davvero imperdonabile, considerando anche che è stata l'unica donna italiana ad aver vinto il premio Nobel per la Letteratura.

Mi sono trovata di fronte ad un romanzo potente, dall'ambientazione incantata e mitica.
Efix, il protagonista, è un vecchio servo, rimasto fedele alle sue padrone dopo che il loro padre è morto. Molti anni prima, una delle quattro sorelle Pintor, Lia, era riuscita a scappare dalla casa paterna, probabilmente con l'aiuto di Efix. Era sbarcata a Civitavecchia e lì si era sposata ed aveva avuto un figlio, Giacinto. Il romanzo si apre con la notizia che il figlio di Lia, Giacinto, sta per arrivare alla casa delle sue zie: sarà una buona notizia? Oppure il giovane, come sua madre, porterà soltanto dolore e scompiglio alla famiglia?
Gli eventi scorrono lenti ed ineluttabili, secondo quanto vuole la sorte: i vari personaggi non riescono ad imporsi al destino.

Efix stesso è consumato da un tormento segreto, ha una colpa feroce che gli pesa sulla coscienza e che non riesce a dimenticare né ad affrontare fino in fondo. Dovrà intraprendere un lungo e faticoso viaggio, sia un vero e proprio cammino sia un percorso dell'anima, per raggiungere la tanto sospirata pace. Anche gli altri personaggi nascondono peccati e segreti, passioni inconfessabili, colpe nascoste, ognuno si porta dentro il proprio tormento.

Lo stile della Deledda è estremamente lirico, le descrizioni dell'ambiente e delle situazioni in cui si trovano a vivere gli esseri umani sono poetiche e languide.
Viene raccontato un mondo rurale che ormai non esiste più, una Sardegna meravigliosa ed arcaica.

“ La luna saliva davanti a lui, e le voci della sera avvertivano l'uomo che la sua giornata era finita. Era il grido cadenzato del cuculo, il zirlio dei grilli precoci, qualche gemito d'uccello; era il sospiro delle canne e la voce sempre più chiara del fiume: ma era soprattutto un soffio, un ansito misterioso che pareva uscire dalla terra stessa: sì, la giornata dell'uomo lavoratore era finita, ma cominciava la vita fantastica dei folletti, delle fate, degli spiriti erranti”. (p. 6)

Eppure le passioni, i sentimenti, i tormenti che muovono noi fragili esseri umani sono sempre gli stessi.

“ «[…] Ma perché questo, Efix, dimmi, tu che hai girato il mondo: è da per tutto così? Perchè la sorte ci stronca così, come canne?»
«Sì», egli disse allora, «siamo proprio come le canne al vento, donna Ester mia. Ecco perché! Siamo canne, e la nostra sorte è il vento».” (p. 195)

Una lettura malinconica, triste, lirica, che può ancora parlare al cuore e alla coscienza di un lettore di oggi.

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Canne al vento 2017-10-05 07:58:29 Laura V.
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Laura V. Opinione inserita da Laura V.    05 Ottobre, 2017
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“Siamo canne, e la sorte è il vento.”

Non so se “Canne al vento” possa essere considerato il capolavoro assoluto di Grazia Deledda - come la particolare fama di quest’opera induce facilmente a pensare - dal momento che, tra romanzi e novelle, finora ho letto purtroppo soltanto una minima parte della a dir poco vasta produzione letteraria della scrittrice nuorese. Obiettivamente, il romanzo non manca di nulla che gli neghi l’etichetta appunto di capolavoro né, mi sento di dire, sfigura tra le opere dei nostri più grandi autori di fine Ottocento e primo Novecento.
Se “La madre” mi aveva indignata per il finale con il quale si conclude, se “Cosima” mi aveva incantata per lo “strano senso di sogno” che a tratti lo pervade, “Canne al vento” mi lascia ora un senso di inquietudine e smarrimento difficile da spiegare. Eppure anche qui ci sarebbe da indignarsi (per il giovane e scapestrato Giacinto che, a causa del suo comportamento, si sarebbe meritato di essere rispedito dall’isola al continente a suon di calci nel sedere; per donna Noemi che, al fine di fuggire dai sentimenti e dalla rovina economica, si rassegna infine a sposare chi non avrebbe mai voluto), anche qui ci sarebbe da incantarsi (davanti alle immagini di terra e cielo che si fondono in poetiche cornici dell’anima)… Ma l’incanto e l’indignazione del lettore sono sopraffatti da un intenso pathos che non viene meno neppure nelle ultime pagine, dal peso del destino che appare ineluttabile e contro cui è impossibile lottare, dal fruscio del vento che serpeggia indifferente nel canneto.
Siamo canne, sentenzia la penna deleddiana per bocca del vecchio servo Efix, e la nostra sorte è il vento: è l’essenza del romanzo, il messaggio cardine attorno a cui si svolge la vicenda narrata. Mi ha riportato alla mente l’immagine del giunco di Blaise Pascal: “L’uomo non è che un giunco, il più debole della natura”, quindi soggetto a tutte le intemperie dell’esistenza, caduco per sua propria condizione. Solo che, aggiunge il filosofo francese, “è un giunco pensante” e ciò implica un margine di meriti (e demeriti) personali sulla strada sia pur segnata del nostro destino. Del resto, lo stesso Efix, quando decide di recarsi al mulino per parlare con Giacinto, non pensa e agisce di conseguenza per cercare di risolvere una situazione in apparenza già decretata dalla sorte? E, sempre lui, non sceglie forse di ritornare al paese dalle sue nobildonne decadute, sebbene il suo destino gravato dal fardello di un’antica colpa non l’abbia guidato nel frattempo sulla via della penitenza tramutandolo in un mendicante errabondo?
“Canne al vento” non si limita però a questo: pubblicato nel 1913, esso è anche un romanzo che, tra fatalismo e rassegnazione, tabù e colpe da espiare usque ad mortem, fotografa la realtà sociale dell’epoca attraverso i colori inquieti dell’incontro-scontro tra vecchio che ristagna e imputridisce e nuovo che erompe e avanza con energica vitalità, magari facendosi largo a gomitate. È la novella società dei poveri arricchiti, mercanti e usurai come il Milese e Kallina, mentre ciò che resta dell’antica nobiltà di sangue si gioca a carte la propria dignità o si arrocca sdegnoso in palazzi che cadono a pezzi di giorno in giorno, proprio come le dame Pintor ridotte ormai a praticare ignominioso commercio di verdure pressoché di nascosto; persino il matrimonio di un servo figlio di servi con un rampollo sia pur squattrinato della ex aristocrazia terriera è una palese rottura delle antiche e silenti consuetudini che imponevano a ciascuno di stare se non con i propri pari.
Una lettura che fa male e molto riflettere. E questo perché il senso della vita, che sia dentro o fuori delle pagine di un romanzo, continua a essere il più grande mistero che non ci è dato comprendere.

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... altri romanzi della Deledda, ma anche a chi volesse inizare a farne la conoscenza.
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Canne al vento 2016-12-26 07:36:53 siti
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siti Opinione inserita da siti    26 Dicembre, 2016
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Un pugno di esistenze

Colpa ed espiazione, condanna del vivere e accettazione del bene e del male in esso insiti, fragilità umana ed epica resistenza, un’unica immagine ad esprimerla: le canne al vento, piantate nella terra, condannate all’elemento, capaci però di flettersi, talora di piegarsi, anche spezzarsi, a volte.
Efìsi, il servo sopravvissuto ai vecchi padroni, è immolato al destino delle loro tre figlie, custodi di un’antica nobiltà, di un rango decaduto, superstiti all’interno di una vecchia dimora capace di generare solo ortiche, ferite dalla vita e dall’abbandono della loro sorella, partita a tradimento, a cercare la sua libertà, la sua vita. Da quel giorno la loro esistenza si è cristallizzata, il padre morto, la famiglia in rovina, la sorella lontana, ormai madre e, mai perdonata, morta. Eppure il passato torna, veste gli abiti del figlio da lei generato che torna e, irrisolto, nella sua stessa generazione, entra di prepotenza in una famiglia chiusa, incapace di accettarlo e tanto meno di perdonarlo quando con le sue azioni pare reincarnare nuovi errori rinfocolando passioni mai sopite …
E tornano insieme a lui le colpe , non solo quella del servo, ma di tutti i personaggi, sapientemente rappresentanti nelle loro peculiarità, nella loro composita individualità fatta, in tutti, di bene e in ugual misura di male. Efìsi assurge a simbolo, efficace, di tale condizione, è il fulcro su cui è costruito un interessante impianto narrativo, è la cartina al tornasole della bellezza del paesaggio, dell’amore per la terra, delle sovrapposizioni dei pensieri, delle usanze e della morale, è in ultimo il cardine su cui ruota un pugno di esistenze che la vita ha generato in un territorio, piccolo, infimo, stretto quanti gli usci di case confinanti che non sono più capaci di aprirsi agli altri.
La prosa ricca ed efficace svetta in pagine di puro lirismo, restituisce i pensieri dei personaggi, anima i dialoghi, riempie i silenzi, descrive il paesaggio, racconta l’ambiente, svetta infine trionfante nel pensiero di un moribondo, richiudendo delicatamente l’uscio a proteggere gesti delicati e intimi.

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Canne al vento 2016-02-23 10:37:20 lapis
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lapis Opinione inserita da lapis    23 Febbraio, 2016
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Siamo canne, e la sorte è il vento

Attraverso pagine intrise di lirismo e poesia, Grazia Deledda ci porta nel cuore della Sardegna, in una società arcaica in cui il fascino della natura si fonde con miti e superstizioni, con la morale della religione e, soprattutto, con i volti e le passioni degli uomini.

Una vita rurale e dal sapore antico, quella del vecchio Efix, che serve con umile e ostinata fedeltà le sorelle Pintor, simbolo di una nobiltà ormai decaduta ma ancora orgogliosa. Una vita semplice: una cipolla consumata in una cadente capanna, terre da coltivare con fatica, tramonti che scandiscono le giornate. E notti di luna abitate da folletti e spiriti erranti, proiezione di angosce ed errori che non danno tregua.

Le parole di Grazia Deledda hanno suoni, colori e linee ben definite che vanno a disegnare vivide immagini: la vecchia casa Pintor che va in pezzi così come le antiche regole che hanno intessuto la società, la musica della fisarmonica di Zuannantoni che risale la montagna, il ballo alla festa del Rimedio vibrante di femminili speranze e le canne del fiume piegate dal vento, simbolo dell’ineluttabilità di un destino che non dà pace. E le parole sono capaci di penetrare allo stesso modo anche nelle pieghe dell’anima di un’umanità che appare fragile e inquieta, e in questo senso modernissima. Sono uomini corrosi da colpe e rimorsi, ossessionati da passioni infelici e debolezze inconfessabili, animati da rancori, dubbi e speranze. Sono uomini alle prese con la scelta di come proseguire il proprio cammino e trovare così la propria strada di espiazione e perdono: nel rapporto con gli altri, nel lavoro, nella propria coscienza. Perché un riscatto potrebbe essere ancora possibile, anche se forse dal sapore amaro.

Ammetto che lo stile lirico ed enfatico mi è risultato a tratti di difficile lettura, ma il fascino di questo mondo antico, che ti si imprime negli occhi con la sua forza descrittiva e la sua potenza introspettiva, merita sicuramente lo sforzo.

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Canne al vento 2014-08-31 06:07:35 giov85
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giov85 Opinione inserita da giov85    31 Agosto, 2014
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Un capolavoro

Canne al Vento, capolavoro della scrittrice Premio Nobel, Grazia Deledda, è il romanzo del rimorso, dell’espiazione suprema. Il protagonista, il servo Efix, lavora per le sorelle Pintor, nobili decadute, con un’abnegazione ed un amore che sembrano innaturali: egli sta pagando lo scotto di un vecchio peccato, conducendo una vita santa, con l’unico obiettivo di proteggere le tre sorelle. Le giornate passano uguali per Efix e per le sorelle, finché non giunge al paese Giacintino loro nipote, che porterà la famiglia sull’orlo del tracollo finanziario. Dalle pagine del romanzo svetta la figura del servo, che combatterà strenuamente per evitare il disastro e, intraprendendo un cammino interiore vedrà, beffato dal destino, realizzati i propri sforzi ed i propri desideri solo in punto di morte. Questo processo di crescita, questa capacità di accettare il peccato e soprattutto il conseguente castigo come unica via di purificazione, rende Efix uno dei monumenti della letteratura moderna.
“Siamo proprio come le canne al vento, donna Ester mia. Ecco perché! Siamo canne, e la sorte è il vento.” Le nostre vite sono in balia del vento del destino, possono ondeggiare a destra, a sinistra, talvolta spezzarsi. Ma non si tratta di un messaggio di passività. Dalla lettura del romanzo scaturisce un significato ancora più profondo: il vento, la sorte, non sempre spezza le canne, molto più spesso queste resistono, si piegano e continuano a vivere. Gli unici nerbi, che possono permetterci di reagire alle folate del vento, il nostro destino, sono l’amore per il prossimo e la comprensione, che dovrebbero sempre guidare tutte le nostre azioni.

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Delitto e castigo
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Canne al vento 2014-06-26 17:57:28 C.U.B.
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C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    26 Giugno, 2014
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In Sardegna

L'amore e' istinto geologico, l'emozione che corre tra una scrittrice e la sua terra, un legame cantato tra le righe da un rapporto piu' profondo di quel che lega l'albero alla radice.
Così era nel secolo scorso in terra di Sardegna, dove la natura in simbiosi con l'uomo e' adorata da  Deledda in un racconto che sa di semplicita', di poverta' , di sofferenza e gioia tra la cruda realta' e le magie di un piccolo villaggio ancorato ad una tradizione spruzzata di mitologia.
La penna dell'autrice e' prosa poetica priva di sfarzo, con la delicatezza di grazia ovattata affonda le sue doti narrative in pagine indimenticabili, da contemplare riga dopo riga focalizzando i deliziosi personaggi caratterizzati in maniera impeccabile, così come le intense ambientazioni. Gente e luoghi e stile d'altri tempi sì, ma forse anche per questo così preziosi.
Il servo Efix contempla la sua baracca nel poderetto,  lo sguardo da amante che dimentico della miseria e della malattia si perde in quell'oasi in cima alla collina, tra il verde dei campi e l'ondulare del canneto. In fondo e' tanto semplice la filosofia del pover'uomo : per essere ricchi basta essere felici e dal tetto bucato si vedono le stelle. Per il resto ortaggi, frutta  e formaggio zittiscono in qualche maniera il brontolio dello stomaco.
Canne che non sono solo vegetazione, sono la passione di Deledda per i suoi luoghi, sono la preghiera che di notte esse raccolgono da terra e innalzano al cielo per mezzo del vento. Sono spadaccini che lottano nella tempesta e la mattina giacciono senza vita, le canne superstiti piangono lacrime di pioggia,  prostrando le fronde ai placidi caduti.
Poi scende ogni giorno la notte e canta l'usignolo in cima all'albero, la nostalgia gioca a nascondino coi fantasmi ed i folletti del buio. La sposa ha detto sì, Efix.
Buona lettura.

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