Narrativa italiana Romanzi storici Come cavalli che dormono in piedi
 

Come cavalli che dormono in piedi Come cavalli che dormono in piedi

Come cavalli che dormono in piedi

Letteratura italiana

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Nell'agosto del 1914, più di centomila trentini e giuliani vanno a combattere per l'Impero austroungarico, di cui sono ancora sudditi. Muovono verso il fronte russo. Paolo Rumiz comincia da lì, e da lì continua in forma di viaggio verso la Galizia, mitica frontiera dell'Impero austroungarico, oggi compresa fra Polonia e Ucraina. Alla celebrazione Rumiz contrappone l'evocazione di quelle figure ancestrali, in un'omerica discesa nell'Ade, con un rito che respira pietà, la compassione che lega finalmente in una sola voce il silenzio di Redipuglia ai bisbigli dei cimiteri galiziani. L'Europa è lì, sembra suggerire l'autore, in quella riconciliazione con i morti che sono i veri vivi, gli unici depositari di senso di un'unione che già allora poteva nascere e oggi forse non è ancora cominciata.



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Come cavalli che dormono in piedi 2019-08-21 21:05:15 siti
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siti Opinione inserita da siti    21 Agosto, 2019
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Niente retorica!

Siamo alla vigilia del centenario della Grande Guerra, il Paese è in fermento, la retorica diventa industria e i già monumentali sacrari italiani, squadrati, vuoti, simbolo dell'incapacità di custodire il ricordo e di farlo parlare appaiano mere spersonalizzazioni di quella che invece fu la tragedia più individuale che potesse colpire i popoli della vecchia Europa, quando niente parlava di guerra, quando il progresso spianava la via della sicurezza e della tranquillità. Confido di avere provato sentimenti simili presenziando a certi eventi commemorativi dove la retorica dell'Istituto Luce veniva proposta, ancora, e senza nessun filtro. La guerra è guerra, sempre, la guerra è morte, non si vince, si perde, sempre. Paolo Rumiz, ecco, ha risvegliato in me quel sentimento, quando raccontando del suo sconforto provato nel sacrario di Redipuglia decide di seguire le voci di quei militari italiani e di spingersi fino alla sperduta Galizia e di ripercorrere il sacrificio dei tanti italiani che combatterono dalla parte sbagliata, come suo nonno, o meglio combatterono a favore di quella che allora era la loro patria. Il nonno tornò ma la sua esperienza divenne un tabù nella sua Trieste divenuta italiana. E l'Italia ha dimenticato questi soldati, per loro nessuna celebrazione, nessun monumento, solo l'oblio e la vergogna per aver combattuto dalla parte sbagliata. Il viaggio intrapreso da Rumiz apre le porte al lettore per dimensioni geografiche, storiche e culturali spesso inesplorate o dimenticate o peggio ancora denigrate, alla scoperta di un'umanità accomunata dalla stessa tragedia. È un itinerario difficile da seguire, uscire da Trieste verso est è oggi difficoltoso, quello che un tempo era il centro dell'impero austroungarico è attualmente una terra sulla quale la nostra nazione non investe, la rete ferroviaria imperiale è dismessa, il viaggio si presenta subito difficile ma non impossibile. Rumiz però non ha fretta, segue il suo istinto e raggiungendo i luoghi delle battaglie, quelle sconosciute dell'altrettanto sconosciuto piatto fronte orientale del quale nessun manuale di storia nostrano fa menzione, si immerge in essi, li fa propri, li sente quasi in forma mistica e ce li ripropone come dovettero viverli e sentirli i nostri triestini. Porta con sé i loro scritti e li fa riecheggiare, ritrova i sepolcri di quelli che non ebbero modo di rientrare e di testimoniare e vi lascia un lumicino. Il viaggio prosegue poi verso la Polonia e pagina dopo pagina apre inesplorate geografie ritrovando storie e destini che spesso si incrociano. Una lettura affascinante, ricca di riferimenti bibliografici, dai diari dei soldati ai memoriali letterari, alla letteratura yiddish, al mito del finis Austriae. Una prima conoscenza di Rumiz del quale mi riprometto di leggere gli altri memoriali di viaggio ai quali da decenni ormai si dedica. Un senso di gioia nell'aver trovato un degno successore di quel Terzani che tanto mi aveva arricchita in termini culturali e umani con le sue esperienze di vita, di viaggio, di lavoro.

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Come cavalli che dormono in piedi 2015-02-22 20:25:40 ant
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ant Opinione inserita da ant    22 Febbraio, 2015
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97° Reggimento

Un viaggio fatto volutamente in treno perché solo così, a detta dell'autore, si entra nel cuore dei luoghi e delle espressioni tipiche. Rumiz ci regala un'interessante spaccato storico relativo al 1914, e cerca di far luce sul 97° Reggimento formato da 125 mila uomini triestini e trentini (e goriziani, friulani, istriani) che andò a combattere in Galizia...ma indossando le divise austro-ungariche, visto che quei territori all'epoca appartenevano a questi ultimi!!! Bravissimo l'autore a narrare sia degli avvenimenti che portarono alla 1° guerra mondiale che soprattutto nelle descrizioni socio-politiche e digressioni locali a riguardo delle popolazioni dell'area friuliana, giuliana, trentina etc. e la molteplicità di avvenimenti storici che hanno caratterizzato la storia di quelle regioni.Concludo riportando uno stralcio che mi piace molto e che, purtroppo, trovo molto attuale in quanto conosco tantissime persone che ragionano nel modo descritto dall'autore
...""Come sarebbe più semplice vivere in un mondo che conferma i pregiudizi, un mondo fatto di francesi supponenti, italiani corrotti, polacchi antisemiti, tedeschi filonazisti, serbi violenti etc. Ma il mondo è complesso , ti smentisce sempre, e c'è chi non lo tollera. Così c'è sempre qualcuno che vuole banalizzarti perché non regge la tua complessità. Qualcuno che ha bisogno di un nemico per esistere""...
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