Narrativa italiana Romanzi storici M. Il figlio del secolo
 

M. Il figlio del secolo M. Il figlio del secolo

M. Il figlio del secolo

Letteratura italiana

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Lui è come una bestia: sente il tempo che viene. Lo fiuta. E quel che fiuta è un'Italia sfinita, stanca della "casta" politica, dei moderati, del buonsenso. Allora lui si mette a capo degli irregolari, dei cialtroni, dei delinquenti, degli avventurieri, degli incendiari e anche dei "puri", che sono i più feroci e i più fessi. Da un rapporto di Pubblica Sicurezza del 1919 lui invece è descritto come un uomo "intelligente, di forte costituzione, benché sifilitico, sensuale, emotivo, audace, facile alle pronte simpatie e antipatie, ambiziosissimo, al fondo sentimentale". Lui: Benito Mussolini, ex leader socialista cacciato dal partito, agitatore politico indefesso e direttore di un piccolo giornale di opposizione, è un personaggio da romanzo. Sarebbe un personaggio da romanzo, se non fosse l'uomo che più d'ogni altro ha marchiato a sangue la realtà, il corpo dell'Italia, nella storia e nella cronaca, nella tragedia e nella farsa. E infatti la saggistica ha finora dissezionato ogni aspetto della vita di Mussolini. Nessuno però aveva mai trattato la parabola politica, umana, esistenziale di Mussolini e del fascismo come se si trattasse di un romanzo. Un romanzo in cui d'inventato non c'è assolutamente nulla. Un'opera grandiosa e audace che ci conduce a rivivere passo per passo il ventennio che ha cambiato per sempre la nostra storia.

Recensione della Redazione QLibri

 
M. Il figlio del secolo 2018-09-17 17:40:18 ornella donna
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    17 Settembre, 2018
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Benito Mussolini, ritratto di un'epoca


Antonio Scurati che nel 2005 con Il sopravvissuto ha vinto la XLIII edizione del Premio Campiello, ha al suo attivo una vasta produzione, che spazia da Una storia romantica a Il bambino che sognava la fine del mondo, La seconda mezzanotte a Il padre infedele a Il tempo migliore della nostra vita. Ora scrive M. Il figlio de secolo, il primo volume di una trilogia, un testo di oltre 800 pagine. Un’opera sicuramente monumentale, destinata ad attirare l’attenzione della critica e non, che ho letto con molta attenzione e altrettanta fatica.
Ma chi è M. Il figlio del secolo? E’ Benito Mussolini, colui che ha governato e tiranizzato l’Italia per oltre un ventennio. L’innovazione insita in questo testo è che non si tratta della solita biografia, bensì la voce narrante è Mussolini stesso. Dunque la parabola di vita di un tal uomo si accompagna con la nascita, la crescita e la disfatta di quello che fu il partito fascista, per venire a costituire quello che nelle intenzioni stesse dell’autore è:
“il suo massimo contributo all’antifascismo.”.
Lo stesso autore ne “Il Libraio” ha dichiarato che:
“il fatto è che l’antifascismo Novecentesco non regge più ai tempi nuovi, e dunque, io credo, l’antifascismo va ripensato su nuove basi. Raccontare il fascismo, per la prima volta in un romanzo, attraverso i fascisti e senza pregiudiziali ideologiche, è il mio contributo alla rifondazione dell’antifascismo.”.
Una sorta di
“esorcismo”
Effettuato contro
“il fantasma”,
di quest’uomo che pare essere tornato ad infestare le case. Mussolini è dunque:
“Lo sbandato per eccellenza, il protettore degli smobilitati, lo sperduto alla ricerca della strada.”.
Dunque un rivoluzionario, venuto dalla terra di Romagna, abile stratega e abile conoscitore dei meccanismi per aizzare le masse:
“Quando i tuoi amici si scannano a vicenda, la sola da fare è aspettare.”.
E lui ha atteso, non invano. Ha saputo far leva sulle folle, approfittando dell’incertezza, conseguenza del primo dopoguerra, della fame, della sete, della voglia di riscatto in funzione della costituzione di un mondo che si ipotizzava migliore. Questo testo inizia proprio dal 1919 con la Fondazione dei Fasci di combattimento, dove:
“L’Europa è ormai un palcoscenico senza personaggi. Tutti spariti: gli uomini con la barba, i padri monumentali melodrammatici, i magnanimi liberali piagnucolosi, gli oratori magniloquenti, colti e fioriti, i moderati e il loro buon senso, cui da sempre dobbiamo la nostra sciagura, i politici decotti che vivono nel panico del crollo imminente, elemosinando una proroga all’inevitabile evento. (..) Il mondo va verso due grandi partiti: quelli che ci sono stati e quelli che non ci sono stati.”
E termina con il 1924 e l’uccisione di Matteotti. Un tempo breve per una narrazione predominante è data dalla figura di Mussolini, così descritto:
“Benito Mussolini è di forte costituzione fisica sebbene sia affetto da sifilide. Questa sua robustezza gli permette un continuo lavoro. (…) E’ sensuale e ciò è dimostrato dalle molte relazioni contratte con svariate donne. E’ un emotivo e un impulsivo. Questi caratteri lo rendono suggestivo e persuasivo nei suoi discorsi. Pur parlando bene, però, non lo si può definire propriamente un oratore . E’ in fondo un sentimentale e questo gli attira molte simpatie, molte amicizie. (…) E’ molto intelligente, accorto, misurato, riflessivo, buon conoscitore degli uomini, delle loro qualità, e dei loro difetti. “.
La cui filosofia è così riassunta:
“Trattare, ingannare, minacciare. Trattare con tutti, tradire tutti.”.
Un libro poderoso, dove accanto alla narrazione, sempre molto breve e coincisa, della voce narrante, si alternano capitoletti con brani documentari, costituiti da comunicati ufficiali, articoli, lettere, discorsi. Frutto di una ricerca che, si sente, è accurata e stancante. Ne scaturisce, così, un dipinto che non è mai frutto di fervida fantasia, che colpisce e allo stesso tempo, attanaglia nel profondo. Un caleidoscopio di personaggi (da D’Annunzio a Marinetti a Balbo), per non parlare delle innumerevoli amanti (da Margherita Sarfatti a Bianca Ceccato) contribuiscono a rendere un quadro vivido e realistico dell’epoca e del suo protagonista. Un romanzo che farà parlare e discutere; cercando, forse, di dipanare le innumerevoli ombre che tuttora aleggiano intorno a questo argomento. Per quanto mi riguarda ho apprezzato la fine ricerca del testo; mi è parsa troppo pesante la lettura. Credo sia nel complesso una lettura non comune, non per tutti, ma di stretta elite. Un docu-film, come è stato definito, che non mi ha convinto. Penso che sia giusta quell’asserzione, che afferma che:
“Per raccontare Mussolini ci vorrebbe un Malaparte.”.
Ma noi non l’abbiamo!

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M. Il figlio del secolo 2019-02-12 16:07:54 Bradamante
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Opinione inserita da Bradamante    12 Febbraio, 2019

Storia e Romanzo

Confesso che per le prime trenta pagine sono stata preda di dubbi e esitazioni. Ho persino appoggiato il volume da parte e ho letto nel frattempo un paio di altri libri. Poi l’ho ripreso in mano e non mi sono più fermata. Ottocentiventicinque pagine, dal 23 marzo 1919 al 3 gennaio 1925.
Ogni capitolo - composto da non molte pagine – inizia con l’indicazione di una data, un luogo e un personaggio e termina con brevi ritagli o citazioni di articoli di giornale, di brani di discorsi, di telegrammi, lettere o comunicati.
Ogni parola riportata, ogni dialogo proviene da fonti storiche, eppure si legge come un romanzo.
I ricordi del liceo su quegli anni ammontano a pochi elementi: il ritorno degli Arditi dalla Grande Guerra, il biennio rosso, la reazioni degli “agrari”, la marcia su Roma, il delitto Matteotti. Il libro di Scurati ci conduce tra questi avvenimenti storici- senza dimenticare l’occupazione di Fiume-ricostruendo le dinamiche, le relazioni, i personaggi, le forze in campo, tenendo al centro Mussolini, che come un magnete funge da calamita nello spazio attorno a sé.
Impariamo a conoscere – tra gli altri- Margherita Sarfatti, Gabriele Dannunzio, Nicola Bombacci, Italo Balbo, Giovanni Giolitti, Giacomo Matteotti, tratteggiati con grande perizia.
Il testo ci accompagna nel percorso di affermazione del Fascismo in Italia, con un ritmo all’inizio lento e poi via via più intenso e febbrile mano a mano che ci avviciniamo al culmine drammatico dell’omicidio di Giacomo Matteotti.
La violenza permea di sé l’intero libro, che ci mostra anche i momenti in cui la Storia avrebbe potuto prendere una svolta diversa sia per i capricci del caso sia per l’iniziativa di altri uomini che non hanno saputo sfruttare alcune finestre di opportunità.
Di alcune specifiche imprecisioni storiche e di un editing carente rilevati da Ernesto Galli della Loggia ha dato conto il Corriere della Sera. Per quanto mi riguarda posso dire di aver rilevato a pagina 287 la cottura a Ferrara due giorni prima di Natale del cappon magro, che è una preparazione di pesce della tradizione ligure pasquale. Si intuisce che si tratta di un semplice brodo di cappone, ma anche questo piccolo errore conferma che l’editing non è stato accurato.
Questo non toglie che si tratti di uno dei migliori libri usciti nel 2018.

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M. Il figlio del secolo 2019-02-05 04:15:29 ant
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ant Opinione inserita da ant    05 Febbraio, 2019
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l'Italia tra il 1919 e il 1925

Disamina molto particolare su Mussolini e si parla della storia d'Italia tra il 1919 al 1925. Mi ha colpito molto questo passaggio
...i Fasci non hanno un'idea del futuro, non sanno dove sboccare...Bisogna prendere la realtà a grandi linee.In fondo ogni vita valeva un'altra vita, ogni sangue un altro sangue.I fascisti non vogliono riscrivere il libro della realtà, vogliono solo il loro posto nel mondo. E lo avranno .Si tratta solo di fomentare gli odi di fazione, di esasperare i risentimenti. Nulla allora, sarà precluso. Non c'è più né sinistra né destra ...
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M. Il figlio del secolo 2019-01-25 16:52:37 lego-ergo-sum
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lego-ergo-sum Opinione inserita da lego-ergo-sum    25 Gennaio, 2019
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Il cappello di Mussolini

Un italiano “non privo di ingegno” centrò in pieno il problema del rapporto tra poesia e storia. Il poeta intuisce, secondo Manzoni, quello che c’è nel profondo dell’animo dei personaggi storici e realmente esistiti. In questo modo, egli “completa” la storia, indagando nel segreto delle passioni e delle motivazioni che ne spiegano l'agire, le decisioni, le scelte.
Ed in piena coerenza con tali premesse teoriche, il conte di Carmagnola, Desiderio, Adelchi, nelle tragedie, Ferrer o il cardinale Borromeo, nei Promessi sposi, vivono, pensano, agiscono, parlano in qualità di personaggi, dicono e fanno cose “verosimili”, che i documenti non riportano o accennano soltanto, ma che “sarebbero” potute accadere e che tocca al narratore immaginare e ricostruire. Così nutrito di storia e di una invenzione sempre calata nel contesto storico, il romanzo consegna ai lettori e agli studiosi un affresco ineguagliato del Seicento, dei suoi mali, delle sue storture, delle sue miserie come delle sue grandezze.
Tutto questo, per Manzoni, si riassume nell’atto specifico del “divinare”, che rende il romanziere diverso dallo storico puro e gli restituisce la sua peculiarità di artista, però non immerso e perduto nei cieli di una fantasia sterile e disancorata dalla realtà.
Perché tornare, parlando del romanzo di Scurati, su queste nozioni che sanno di scolastico e di stantio, ma sono invece ben attuali?
Ogni romanzo storico richiede, forse più di altre declinazioni di questo genere cardine del sistema letterario moderno, una riflessione dell’autore sul modo in cui intende svilupparlo. La bussola che guida Scurati, seguendo la traccia manzoniana, è la documentazione storica, entro i cui confini egli intende muoversi, basando il racconto sempre e comunque su fatti ed eventi reali. A riprova di questo, correda ogni capitolo con testi e documenti ufficiali: editoriali e articoli di cronaca politica, rapporti della pubblica sicurezza (memorabile il ritratto che l’ispettore generale Giovanni Gasti disegna di Mussolini nella primavera del ‘19), manifesti dei partiti, discorsi e scritti dello stesso capo del fascismo, per mostrare al lettore i supporti documentali della ricostruzione effettuata. La trasformazione di Mussolini, come dei suoi comprimari o degli avversari, in personaggio e quindi in creatura dotata di una propria vita artistica, trova per questo un limite chiaro ed esplicito nelle stesse premesse indicate dall’autore. Sarebbe un esercizio presuntuoso e sterile mettere in discussione la poetica di uno scrittore, ma, pur accettando il principio che si è dato, non sarebbe stato lecito, con la forza dell’intuizione, immergersi con maggiore determinazione nel “porto sepolto” del fascismo e dei suoi rappresentanti, vietato alla ricerca dello storico?
Scurati, che è, non dimentichiamolo mai, uno storico, non corre troppi rischi, non azzarda e non vuole azzardare, anche se ha dichiarato in un intervista apparsa su Il libraio nel settembre scorso, di aver già fatto grosse concessioni al romanzesco. Proprio in questa occasione cita, insieme ad altri, il grande Carrère come esponente del romanzo storico contemporaneo, mostrando così di considerarlo, se non un modello, comunque un punto di riferimento. Eppure non lo vediamo interagire con le sue creature, entrare in un rapporto dialettico con esse, accompagnarle con ipotesi, dubbi, problematiche finanche personali e desunte dalla propria esperienza di vita: ciò che rende vitali e impareggiabili le riletture di Carrère, poniamo del mostro de L’avversario, di Limonov o di Paolo di Tarso e di Luca ne Il regno.
Il romanzo oscilla così tra la trattazione storica e la rielaborazione letteraria, propendendo in genere per la prima e limitando la libertà creativa ad una sapiente ricostruzione logica e cronologica, che aiuta a comprendere i fatti, rifrange in numerosi quadri la dinamica degli eventi, ne illumina brillantemente i rapporti di causa ed effetto, squarciando con un’opera di forte impegno il panorama asfittico e talora solipsistico della narrativa italiana. Il quadro è ampio e articolato e ne fanno parte figure femminili come le amanti del duce e, con esiti particolarmente felici, la Sarfatti; letterati come D’Annunzio, precursore sconfitto ed emarginato del duce, o Marinetti, il cui manifesto del futurismo anticipa e fornisce un supporto al bellicismo fascista; comprimari, collaboratori preziosi e decisivi come Cesare Rossi; meri esecutori violenti come Dumini, il sicario del delitto Matteotti, anch’egli ritratto in pagine tra le più efficaci, sintomatiche di un’implacabile discesa del paese verso gli inferi dell’arbitrio e della illegalità più assoluti.
Il racconto è percorso, infatti, dal filo rosso della violenza, dei meri e brutali rapporti di forza che fanno dei reduci e degli arditi, gli inevitabili vincitori di un conflitto nel quale diventano decisive la loro abitudine all’uso delle armi e la partecipazione alla prima guerra mondiale, tra la cecità e l’opportunismo imbelle della vecchia classe politica liberale, e l’incapacità dei socialisti di tradurre consenso politico e moti di piazza in una vera azione rivoluzionaria.
Si resta però con un senso di incompiutezza, col desiderio di un quid in più di passione, di coinvolgimento emotivo sia del lettore sia dello stesso autore negli eventi e nei personaggi narrati.
Poiché questo è solo il primo atto di un lavoro che proseguirà e percorrerà l’intero ventennio (per ora siamo giunti al delitto Matteotti e alla nascita della vera e propria dittatura) si desidererebbe da Scurati una scelta più coraggiosa, quella di far pulsare con maggiore energia il suo cuore di “poeta” nelle “sudate carte” dello storico, anche a costo di qualche soluzione meno ortodossa sul piano dell’interpretazione e di qualche cedimento sul fronte della scelta di fondo che si è dato. Che insomma lo storico lasci un po’ di spazio ad una fantasia più libera e più sfrontata, come lo stesso Manzoni, pur rigoroso nemico del romanzesco, fece, ad esempio, quando s’inventò il magistrale dialogo tra Ferrer e il vicario di provvigione, laddove, nel chiuso di una carrozza, tra due ali di folla tumultuante, avrebbe potuto ascoltarli solo l’anima di un poeta, non certo la prudenza dello storico.
Eppure questa attitudine è presente in Scurati, come rivela il ripetuto accenno, di marca quasi kunderiana, al fatto che Mussolini, subito dopo i suoi incontri amorosi, fosse irresistibilmente attratto dall'immagine del suo cappello: dettagli ricavati da una storia laterale e apparentemente minore, ma che hanno il potere di trasformare il personaggio da storico in letterario. La materia che l’autore ha scelto interessa da sempre gli italiani, in qualche modo li spaventa e li affascina, anche perché forse non hanno fatto del tutto i conti con quel periodo della loro storia, e lo stesso scrittore vorrebbe dare un contributo aiutandoli ad “attraversare il fantasma” del fascismo e a gettare le basi per un nuovo antifascismo. Intento lodevole e in gran parte realizzato. Ma forse non è fuori luogo citare qui un altro gigante del romanzo storico italiano , Umberto Eco e l’aforisma con il quale chiudeva il risvolto di copertina della prima edizione de Il nome della rosa: “Su ciò di cui non si può teorizzare, si deve narrare”, che andrebbe, nel nostro caso, così modificato : “ Su ciò che non si può documentare, si deve narrare”.
La recensione sarebbe finita, ma ci sono ancora due questioni da accennare. La prima riguarda la stroncatura di Galli della Loggia che, sulle colonne del Corriere della sera, ha ravvisato alcune inesattezze storiche ed alcuni anacronismi, a suo dire particolarmente gravi per uno storico mosso da una forte intento di oggettività e di fedeltà al vero. Gli errori ci sono, in gran parte Scurati nella sua replica li ha ammessi, ma non inficiano in alcun modo la ricostruzione degli anni dal ‘19 al ’24: il cuore del racconto, il senso stesso dell’operazione letteraria ne restano fondamentalmente immuni.
Per l’appassionato di narratologia, poi, non resta ben chiarito il confine tra il punto di vista del personaggio e quello del narratore: nonostante certe dichiarazioni programmatiche (“immergermi in una narrazione dall’interno della mentalità e dell’esperienza fascista è stato sicuramente uno sforzo immaginativo enorme”), la gran parte dei capitoli non sembrano raccontati dall’interno, cioè dal punto di vista dei fascisti, ma dalla voce esterna di uno storico che giudica i fatti secondo parametri che non sono lontani da quelli usualmente adoperati dalla storiografia sull’ argomento. Questo non vale ovviamente per i capitoli in cui parla direttamente Mussolini, e segnatamente il primo e l’ultimo. Non a caso, i più interessanti e densi di spunti: forse una strada da battere in futuro con maggiore determinazione.

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Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
M. di Antonio Scurati: il romanzo che ritocca la storia, Corriere.it, 13 ottobre 2018;
Scurati replica a Galli della Loggia: Raccontare è arte, non scienza esatta, Corriere.it, 17 ottobre 2018;
Intervista ad Antonio Scurati , di Gloria Ghioni, Il Libraio 12.09.2018;
Alessandro Manzoni, Promessi sposi;
Umberto Eco, Il nome della rosa;
Emmanuel Carrère, Il regno.
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