Narrativa straniera Classici Il richiamo della foresta
 

Il richiamo della foresta Il richiamo della foresta

Il richiamo della foresta

Letteratura straniera

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Buck è un cane fortunato: trascorre un'esistenza serena nella casa del suo padrone, un magistrato benestante. Ma la sua tranquilla felicità è spazzata via il giorno in cui viene rapito da un domestico infedele e si ritrova su un treno, in viaggio per il Grande Nord. Da quel momento Buck è costretto ad affrontare una spietata lotta per la sopravvivenza. Riscoprirà di avere sangue di lupo nelle vene e sentirà di nuovo "il richiamo della foresta".



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Il richiamo della foresta 2020-04-23 09:14:27 Bruno Izzo
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Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    23 Aprile, 2020
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Attenti al lupo

Gran bella fortuna godere del privilegio di nascere in una bella famiglia, ricca nei mezzi e prodiga di buoni sentimenti.
Ne consegue che, con facilità, cresci libero, sano, forte, circondato da amore, non ti manca nulla per essere felice: cibo ottimo e abbondante, un tetto e un riparo caldo, affetti, pace, serenità.
Poi un giorno qualcosa all'improvviso gira storto, e tutto cambia.
Sei strappato a forza dalla tua famiglia, dai tuoi affetti, da tutto quanto di comodo, di caldo, di sicuro la vita ti aveva finora riservato.
Per la prima volta, incontri la violenza, la cattiveria, la brutalità, crudele e bestiale.
E ti fa male, ti fai male, soffri un dolore che mai in vita tua neanche avresti immaginato che potesse esistere. Non lo conoscevi, non lo avevi mai provato, non ne avevi menzione, è una scoperta atroce.
Un dolore che ti strazia la carne e ti annichilisce l’anima, sei disposto a fare qualsiasi cosa, a obbedire a qualunque ordine, a perdere ogni e qualsiasi traccia di dignità, perché dolore, umiliazione, strazio abbiano termine.
Magari sei anche grande e grosso, ma sei completamente impreparato all'evento, niente e nessuno ti avevano mai solo prospettato un simile disumano modo di essere: sopraffatto, prevaricato, brutalizzato. Non sai neanche come reagire, sei confuso, disorientato, anche paralizzato e incapace.
Allora, hai due scelte: o subisci, una volta per sempre, e ti adatti a gestire l’esistenza sempre in posizione sottoposta, attento a schivare le botte e ad accontentarti che non te ne siano distribuite troppe. A leccare la mano che, come ti sfama può, a suo piacimento, colpirti brutalmente se non ti adegui a ogni ordine impartito, fosse pure per capriccio, se non ti sottometti, letteralmente ti genufletti, senza discutere, con obbedienza piena e assoluta: e così, solo così, hai davvero molte speranze di cavartela.
Senza mai alzare la testa, naturalmente, ma ti è dato di sopravvivere, anche bene, date le circostanze.
Oppure…oppure puoi reagire. Certo, questo ha un prezzo. Serve coraggio, cuore e testa.
Un prezzo assai doloroso da pagare, in termini di orrore ancora maggiore di quanto già elargitoti.
Senza sconti di alcun genere. Un prezzo di botte, di torture, di fame, di umiliazioni, di testa chinata, di reiterate sconfitte, per un numero imprecisato di volte.
E però…e però, se sei davvero tosto, veramente deciso, fortemente determinato a imparare, se apprendi e fai tesoro di quanto assorbi, se osservi e impari a gestire quanto ti viene mostrato, se sei disperatamente disponibile a non tollerare oltre le cose che ti vengono imposte, a batterti per questo ed a morire nel tentativo, ma a non subire ancora un qualsiasi tipo di oltraggio fisico e morale, ecco, allora hai una probabilità. Una sola, bada, non ne avrai altre.
L’unica…quella che devi farti necessariamente bastare, per vincere.
Per reagire, per restituire colpo su colpo, per divenire il più feroce, il più crudele, il più bestiale, in definitiva, in quest’ambito, il Migliore.
Quello di cui gli altri hanno paura, colui che temono, da cui pur di non subire dolore e mortificazioni, si sottomettono senza discutere.
Perché lo riconoscono superiore, più spietato, invincibile, il capo supremo e indiscusso.
Insomma, come si suol dire, quello che non ti uccide, ti fortifica. Se però scegli tu di fortificarti.
Se hai talento e fortuna, e l’indole necessaria a cambiarti tuo malgrado in qualcuno che mai avresti pensato di essere, se non soccombi alla violenza delle bestie, divieni tu per primo una belva temuta dalle più violente delle bestie.
Quanto detto vale per qualsiasi essere vivente, per un uomo o, perché no, anche per un cane.
In estrema sintesi, questo è il senso del “Richiamo della Foresta”, celeberrimo romanzo breve di Jack London, autore di vari e fortunati libri come “Zanna bianca”, “Martin Eden” e racconti quali “Batard”, e “Preparare un fuoco”.
London è stato considerato a lungo, e a torto, uno scrittore per l’infanzia, ed in effetti devo confessare che anche per me è stato così, l’ho letto la prima volta che ero un bambino.
Non è stato in verità il primo libro che ho letto in assoluto, quest’onore è toccato, infatti, allo smielato e melenso “Cuore” di Edmondo De Amicis, neanche un cattivo libro questo, se vogliamo, ma era una lettura pressoché imposta, da leggere e far leggere il prima possibile ai bambini della mia generazione, gli era attribuito un potere pedagogico irresistibile, evidentemente, intriso com’ è di buoni sentimenti e racconti esemplari del vivere civile.
“Il richiamo della Foresta” e poi anche gli altri citati di London, però, è stato il mio primo libro “bello”, il primo cioè che ha concorso, se non contribuito in massima parte ad instradarmi ai piaceri incommensurabili della lettura.
Perciò sono grato al testo, all'autore, e al protagonista, il cane Buck.
Al quale ultimo devo, probabilmente, anche il mio amore per i cani: il mio primo cane volevo infatti chiamarlo Buck, solo dopo qualche resistenza mi feci convincere a chiamarlo in modo più originale…Lupo, trattandosi di un pastore tedesco.
Buck è un bell' esemplare di cane, un incrocio tra un San Bernardo e un pastore scozzese, il pet beniamino di una ricca famiglia californiana.
Un bel cagnone grande e grosso quanto mansueto, idolo dei bambini di casa, ben trattato e coccolato da tutta la famiglia.
Sono gli anni della celebre “corsa all'oro” appena scoperto in Klondike, nell’America del tardo ottocento, e Buck è un esemplare prezioso perché adatto a essere utilizzato come cane da slitta, ricercatissimo all'epoca per quei climi dove si avventuravano i cercatori del prezioso metallo. Rapito quindi da loschi individui a scopo di lucro, e venduto a crudeli addestratori, è sottoposto a ripetute e letteralmente bestiali violenze, volto a fiaccarne la resistenza e a trasformarlo in un obbediente cane da tiro, una vera e propria macchina di carne, usa ad essere impiegato in faticose corse sulla neve senza reticenze e ribellioni di alcun genere.
Da parte di chicchessia: perché la legge del più forte, e del più crudele, vale non solo per il suo padrone, che lo sottomette spietatamente alla sua legge con le botte inferte crudelmente con il bastone, ma anche per i suoi simili.
Il capobranco, infatti, con le sue zanne, non è da meno per violenze e sofferenze, impone la sua legge, predomina sui suoi simili, distribuisce a suo piacimento onori e oneri.
La crescita di Buck, la sua emancipazione, il suo rivalersi, il suo affermarsi come vincente passa proprio attraverso un progressivo fortificarsi, fare tesoro delle esperienze cui la sorte l’ha costretto, per riuscire vincente nella lotta contro i dettami di queste violenze portate dal bastone e dalla zanna.
Vincerà sul bastone, finendo per legarsi, anzi fa di più, finendo per affezionarsi a un padrone finalmente degno dell’appartenenza al genere umano e non a quello bestiale.
Vincerà sulla zanna, finendo per spodestare il capobranco divenendo lui stesso prima guida della slitta.
Sembra sia giunto per Buck finalmente una stagione della vita a misura naturale; e però, anche stavolta, un destino avverso si pone di traverso sulla felicità del bravo animale.
Proprio una tribù di pellerossa, che per il loro stile di vita dovrebbero apparire più vicini alla Natura, e alla sua empatia per i viventi, si dimostrano bestiali come un qualsiasi bieco umano dalla pelle bianca, trucidando il suo nuovo, caro e unico amico uomo rimastogli.
Lo vendicherà, Buck, facendo giustizia, dopodiché tra il ritorno e una civiltà forse più confortevole ma di sentimenti bestiali e una Natura dove esiste ugualmente la violenza ma mai gratuita e insensatamente crudele come tra gli umani, Buck accoglie senza esitazioni il richiamo della foresta, ritorna alle sue origini ataviche e selvagge, dai suoi progenitori, i lupi, gli unici che possono accoglierlo nella sua reale dimensione, a misura di un cuore buono e generoso, violento il giusto.
Perché il lupo descritto nelle favole non esiste, non è un lupo cattivo, è semplicemente un animale a misura di foresta; dentro e fuori di questa, i veri mostri hanno solo due zampe.
Un buon libro, dalla morale semplice e diretta, quindi un romanzo breve sempre attuale, direi.
Non una favola, ma un’ottima storia, adatto a chiunque, un piccolo gioiello scritto bene, in maniera semplice, chiara, fluente eppure “sentita”.
London descrive con delicatezza e poesia tanto i panorami naturali quanto il cuore dell’animale, i suoi pensieri, le sue sensazioni, oserei dire i suoi sentimenti.
Questa sua abilità gli deriva, a mio parere, dal grande amore da egli nutrito per la Natura, e per tutti i sui rappresentanti in fauna e flora.
Da come scrive, sono convinto che a London stesso dispiacesse far parte della razza umana, non avrebbe affatto disdegnato di seguire anch'egli, d’istinto, un a lui più congeniale richiamo della foresta. Non sarebbe stato il solo, lo avrei seguito volentieri anch'io.

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Jack London, e a chi ama la Natura.
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Il richiamo della foresta 2017-05-09 08:17:07 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    09 Mag, 2017
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Buck

Con una penna chiara, cruda e asciutta, Jack London offre al lettore tre racconti di grande intensità e riflessione: “Batard”, “Il richiamo della foresta” e “Preparare un fuoco”.

Con “Batard” apprendiamo di un rapporto uomo-animale basato sull’odio. Pubblicato per la prima volta nel 1902 su “Cosmopolitan” come “Diable – A dog” e in seguito incluso in “The Faith of Men” (1904) con il titolo di cui ancora oggi è munito, l’opera narra le vicende che vedono quale protagonisti il cane, da tutti soprannominato – tranne che per il suo padrone che lo considerava soltanto un bastardo – “Stirpe dell’inferno”, e di Black Leclère, a sua volta un diavolo, che avrebbe dovuto prendersi cura di quel cucciolo e non anche farne destinatario del suo disprezzo. Di fatto tra i due non vi è simpatia sin dal primo incontro. Da quel momento, il loro rapporto si basa sul malessere, sulla violenza e sulla volontà di non abbassare mai il capo. Ognuno vuol prevalere sull’altro, qualsiasi sia il prezzo. Infine, la vendetta dell’animale sull’uomo ha adito. Il costo di questa, è alto. Ma non lo scoraggia dal conseguirla.

Ne “Il richiamo della foresta”, al contrario, protagonista è Buck, incrocio tra un San Bernardo e un cane da pastore scozzese. La giovinezza del canide ha luogo nelle terre del Sud, il suo padrone è un giudice e agi e comodità sono all’ordine del giorno. Quando la corsa all’oro diventa una febbre irrefrenabile, Buck viene rapito dal giardiniere che lo venderà a uomini che hanno bisogno di cani da slitta per condurre la loro volontà di arricchimento. Ha inizio così un periodo molto duro per l’ex facoltoso animale. Resterà spaesato e ben presto imparerà la legge della “Zanna e del bastone”. Eppure Buck è rapido nell’apprendere, nel conquistarsi la sua posizione dominante. Le leggi della natura lo conducono, e seppur cambierà più padroni, tra cui alcuni assolutamente incapaci, egli riuscirà a sopravvivere e a primeggiare. Svolta significativa sarà rappresentata da John Thorton, che lo salverà da morte certa e gli restituirà fiducia e calore verso quella, spesso spietata razza, che l’essere umano è. Ma badate bene, gli anni e gli avvenimenti hanno temprato il suo spirito, ed ogni giorno il richiamo è sempre più forte, l’unica barriera che impedisce al protagonista di abbandonarsi interamente ad esso è proprio l’amore verso questo eclettico uomo.

A conclusione dell’opera vi è “Preparare un fuoco” (To build a fire) che ha al contrario il compito di, con la sua portata contenutistica dedicata al Grande Nord, rappresentare il ruolo dell’essere umano nella natura. London, a tal proposito, riprese la prima versione pubblicata nel 1902 su “Youth’s Companion”, vi aggiunse la figura del cane e tolse il nome al protagonista Vincent, trasformando il racconto nel capolavoro edito in “The Century Magazine” nel 1908 e di poi nella versione attuale classe 1910 (volume intitolato “Lost Face”).

Quelle narrate in questa raccolta sono storie eterogenee, che descrivono un rapporto complicato, fatto di molteplici sfumature. Un tratto che certamente non manca di venire alla mente del lettore è quel profondo senso di fedeltà che comunque ed in ogni caso è proprio di questi cani. E’ percepibile con mano, anche nei momenti più crudi. Sono racconti fortemente empatici quelli presentati, novelle dove il lettore entra semplicemente in simbiosi con i canidi, ed in particolare con Buck e il suo avvincente percorso.

«I suoi occhi pregavano per restare dov’era. Il conducente era perplesso. I suoi compagni parlarono di come si può spezzare il cuore di un cane negandogli di fare il lavoro che lo ha ucciso, e ricordarono gli esempi che avevano vissuto di cani troppo vecchi per fare quella fatica, oppure feriti, morti proprio quando erano stati tolti dalle tirelle. Inoltre, visto che Dave doveva comunque morire, consideravano una grazia lasciarlo morire contento e a cuor leggero ancora attaccato alle tirelle. Dunque venne di nuovo legato e tirò con l’orgoglio di un tempo, anche se più di una volta, a causa della morsa che gli procurava la lesione interna, involontariamente pianse. Cadde molte volte e ancora imbragato alle tirelle venne trascinato; una volta la slitta passò sopra a una delle sue zampe posteriori e da quel momento iniziò a zoppicare. Ma sino al campo tenne duro, e qui il conducente gli fece posto accanto al fuoco. Il mattino dopo era troppo debole per viaggiare. Quando fu il momento di essere legato cercò di strisciare verso il conducente. Con uno sforzo spasmodico riuscì a tirarsi su, barcollò e cadde. Poi si diresse verso il punto dove stavano mettendo i finimenti ai suoi compagni strisciando come un verme. Trascinava il corpo verso l’alto con una specie di movimento a strattoni portando avanti prima le zampe posteriori e poi quelle anteriori, quindi dava un altro strattone e avanzava di qualche altro centimetro. Le forze lo abbandonarono e i suoi compagni lo videro per l’ultima volta mentre rantolava nella neve smaniando per raggiungerli. Riuscirono a sentire l’ululato desolato, sino a quando, oltre una fascia di legname sul fiume furono fuori dalla visuale» p. 104-105

«Si rifiutò di muoversi. Aveva sofferto troppo, era distrutto per sentire qualcosa. E mentre le botte continuava a piovergli addosso, la scintilla della vita dentro di lui sfarfallò e crollò. Era quasi spenta. Si sentiva stranamente insensibile. Era colpevole che lo stavano picchiando, ma era come se fosse tutto molto lontano. Poi le ultime sensazioni di dolore lo abbandonarono. Non sentiva più, anche se molto flebilmente riusciva a sentire l’impatto del bastone sul corpo. Ma non era più il suo corpo quello, gli sembrava così lontano» p. 122

«Esiste una pazienza del selvatico; è quella tenace e instancabile, costante come la vita che fa stare immobile per interminabili ore il ragno nella rete, il serpente nelle spire, la pantera nel suo appostamento; questa pazienza è tipica della vita quando essa va a caccia del proprio cibo ancora vivo; era la stessa di Bucj, che restando a fianco del branco ne ritardava la marcia, faceva infuriare i giovani maschi, metteva in apprensione le femmine e i piccoli, e portava il maschio ferito dritto verso un’impotente e folle rabbia. » p. 150.

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a chi ama gli animali e i racconti di avventura.

N.B. = le edizioni attuali dell'opera comprendono e constano anche la presenza degli altri due racconti, da qui la mia recensione a "tre".
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Il richiamo della foresta 2017-02-06 19:15:17 Valerio91
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    06 Febbraio, 2017
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Un richiamo selvaggio e antico

"Il richiamo della foresta" è stato uno dei primi libri che ho letto da bambino. Una di quelle tante storie che apprezzi ma poi diventano sfocate, perché il tempo passa e molti ricordi si appannano. Eppure ho sempre tenuto questo libro tacitamente nel cuore, associato a bei ricordi che mi generano piacevoli sensazioni. Dunque meritava una rilettura un po' più matura, e vi posso assicurare che gli è assolutamente dovuta.
London è in grado di suscitare emozioni e di far riflettere pur raccontando la semplice storia di un cane che, dalle comodità di una famiglia benestante, si ritrova catapultato nelle terre selvagge che sono state dei suoi antenati.

Incrocio tra un San Bernardo e un cane da pastore scozzese, Buck vive in una grande casa nelle terre del Sud, circondato da comodità e agi. Quando la corsa all'oro nel Klondike diventa una febbre irrefrenabile, il giardiniere di quella casa rapisce Buck per venderlo a degli uomini che hanno urgente bisogno di cani da slitta robusti. Buck, per niente abituato alla vita dura e alla fatica, si troverà spaesato, immerso in un mondo selvaggio e difficile che non ha mai conosciuto. Eppure, gradualmente, lo spirito combattivo dei suoi antenati si ridesterà in lui, permettendogli di sopravvivere e primeggiare. Il mondo selvaggio si farà spazio nel suo cuore, richiamandolo a sé e rivendicando di diritto il suo possesso. Buck diventerà uno dei cani più ambiti e ammirati delle terre del Nord: uomini ammazzerebbero per averlo, eppure il richiamo della foresta si fa sempre più forte e cupamente seducente. Rimane solo una barriera a separare Buck dalle sue origini sepolte: l'amore. L'amore per un uomo che gli ha salvato la vita, l'ultimo legame con quel mondo che non gli appartiene ma che in fondo lo ha accolto, temprato con colpi di bastone e carezze.
Comunque, per quanto questo legame possa infine spezzarsi non lo farà mai del tutto, e una volta ceduto al richiamo della foresta rimarrà l'eco dei ricordi e dell'amore a ricordare a Buck che si è per sempre lasciato un pezzo di cuore alle spalle.

"Quando nelle gelide notti silenziose egli puntava il naso una stella, e lanciava lunghi ululati da lupo, erano i suoi antenati, ora divenuti polvere, che puntavano il naso verso quella stella e ululavano attraverso i secoli fino all lui. E le sue cadenze erano le loro, cadenze che esprimevano il loro dolore, e ciò che per loro significavano la quiete, il freddo e il buio. "

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Zanna Bianca
Il libro della Giungla
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Il richiamo della foresta 2015-04-29 12:36:18 C.U.B.
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C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    29 Aprile, 2015
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Ritorno al passato

Il corpo possente, la muscolatura elastica, un'intelligenza notevole, una grande casa e una corsia preferenziale a sua disposizione. Un re degno del titolo, cullato nel suo regno crede che la vita sia regolata dal rispetto e dall'onesta'. Non potrebbe essere diversamente del resto, se il suo destino e' nelle mani della razza suprema, quella umana.
Eppure viene ingannato, allontanato, venduto. 
Buck non ha piu' regno, Buck e' all'occhio dell'uomo solo un grosso, potente animale mezzo San Bernardo e mezzo lupo. Destinato ad essere deportato nelle terre del nord a trainare slitte, tra bastonate e frustate, fame e fatica, imparando molto velocemente la legge del bastone e delle zanne.

Sempreverde Jack London non ha età questo libro, piuttosto potremmo attribuirgli diverse sfumature a seconda della maturita' con cui viene affrontato.
Potente il richiamo della foresta che risveglia nel cane istinti primordiali, abbandonare la civilta' per riscoprire le terre degli antenati, il ritmo del branco, l'ululato del lupo selvaggio. Altrettanto radicato ed irresistibile il cuore nobile della razza canina, che aggiunge alla gratitudine la fedelta' piu' pura, il legame con cui si sfida la morte pur di garantire la salvezza dell'amato padrone. 

Non perdona la natura che ingoia e condanna gli inetti, non perdona Buck finche' giustizia non e' fatta.  E la foresta innevata tornera' a vibrare del piu' fiero e splendido capobranco.

Troppo breve per le mie necessita', avrei voluto trascorrervi piu' tempo. La penna e' semplice e piacevole e il comportamento animale e' gestito con minuzia di particolari, rendendo la narrazione quanto mai verosimile. Ambientazione scenografica ed ostile, dai ghiacci impenetrabili fino alla primavera che risveglia i sensi, l'eternita' del passato che pulsa nelle vene di Buck e' un crescendo magnifico, eccitante , vibrante.
Buona lettura.

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Il richiamo della foresta 2013-01-04 09:02:39 dmcgianluca
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dmcgianluca Opinione inserita da dmcgianluca    04 Gennaio, 2013
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I ghiacci che scaldano il cuore degli uomini

London ci racconta una storia sicuramente ispirata alla sua vita avventurosa in giro per il continente americano di ormai ben due secoli fa.
E' incredibile come, in luoghi desolati dove il Silenzio Bianco copre e ferma tutto in una morsa da sessanta gradi sotto lo zero, le passioni degli uomini siano più forti e i cuori si scaldino in una lotta senza esclusione di colpi, verso la sopravvivenza e la supremazia del più forte.
Protagonista assoluta è la natura, impersonata dall'animale più plasmato dall'uomo, ma che, se sfidato, è capace anche di uccidere. Per amore, per istinto, perché la natura serve l'uomo, ma è lei la più forte.

Un grande romanzo d'avventura, roba d'altri tempi. Suggestivo, appassionante, vivo, crudo e allo stesso tempo romantico. Anche se è indicato come lettura per giovanissimi, non perde il suo fascino nemmeno se lo si legge quando si è un po' meno ragazzi.

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Il richiamo della foresta 2011-08-27 12:49:30 rondinella
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rondinella Opinione inserita da rondinella    27 Agosto, 2011
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Il richiamo della foresta

Se è vero che in ogni lupo c'è un po' di cane, è anche vero che in ogni cane c'è un po' di lupo.
Così succede a Buck, un cane da compagnia dei grandi manieri del Sud che si ritroverà ad affrontare la fatica del traino sulla pista durante la Corsa all'oro.

Buck, trascinato via da un ambiente agiato e tranquillo dovrà praticare il duro lavoro nelle terre selvagge del Nord, dove centinaia, migliaia di cani sono reclutati per spedire la posta da un ambiente all'altro dell'Alaska e anche oltre.
E come si comporterà Buck?
Come farebbe un essere umano, solo con un pizzico d'ingenuità in più, finchè l'istinto dei suoi avi non lo riporterà nelle terre primordiali dei lupi.
Al pari di Zanna Bianca, anche Buck dimostrerà il suo amore, diverso da quello del lupo per il solo fatto di essere cresciuto tra gli esseri umani. E conoscerà un altro tipo di amore, il richiamo dela sua razza, che non potrà essere ignorato.

Jack London ci racconta un'altra bellissima avventura, con gli ingredienti giusti del genere, senza tralasciare scene cruente o momenti di affetto; ci trascina un'altra volta nel grande e selvaggio Nord americano, raccontandoci con maestria com'era due secoli fa.
E il suo protagonista principale è sempre l'animale, che nella maggior parte dei casi si rivela più buono e più saggio dell'uomo.

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Classici d'avventura, Zanna Bianca
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