Giorni senza fine Giorni senza fine

Giorni senza fine

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L'America di metà Ottocento è un posto senza pace. A ovest gli indiani si oppongono all'aggressiva avanzata dei bianchi tentando di difendere il territorio in cui hanno sempre vissuto, mentre a est si riversano gli europei in fuga dalla carestia, illusi di aver trovato la salvezza. Thomas McNulty ha solo quindici anni quando, rimasto orfano, decide di tentare la sua fortuna lontano dall'Irlanda e approda sulle coste americane. Qui Thomas incontra per caso John Cole che ha all'incirca la sua stessa età e i suoi stessi problemi. E simpatia immediata. Con un colpo di fortuna, i due trovano lavoro in un saloon: ripuliti ed elegantemente vestiti da donna, dovranno ballare con i minatori regalando loro un po' di femminilità in un postaccio di frontiera in cui il gentil sesso è merce rara. Ma la vita è impietosa e, quando i loro visi e corpi cominciano a tradire la realtà, Thomas e John devono inventarsi qualcos'altro. Stavolta, per guadagnarsi la pagnotta, si arruolano nell'esercito. Finiscono cosí in mezzo alle praterie, carnefici riluttanti nella guerra massacrante contro gli indiani. Anche Winona è una vittima innocente di questa guerra sanguinosa: rimasta sola al mondo, ritrova in John e Thomas quello che più assomiglia a un paio di genitori. A legare lo strano trio un amore fuori dal comune, che ha il sapore di una promessa di libertà. Ma allo scoppio di una nuova guerra, quella civile, anche se ormai sono passati a un'occupazione totalmente diversa, Thomas e John non vogliono abbandonare i vecchi amici e si riuniscono a loro indossando l'uniforme blu dell'Unione. Assistono ancora a violenze, ingiustizie e orrori indicibili: la strada da percorrere sembra lunga e tortuosa, i nemici innumerevoli, l'elenco di avventure tutto da scrivere. Thomas racconta quello che vive e vede in prima persona, colorando di amore e umanità l'orizzonte di quei giorni che sembrano senza fine.

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Giorni senza fine 2018-11-29 15:38:04 Valerio91
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    29 Novembre, 2018
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Un western tra alti e bassi

Credo che I romanzi western siano tra i più difficili da scrivere: è facile eccedere in crudezza, ma lo è anche scrivere qualcosa che non colpisca abbastanza.
Kazuo Ishiguro ha definito “Giorni senza fine” di Sebastian Barry il romanzo dell’anno; io l’ho trovato un buon western ma nulla più, un romanzo coi suoi pregi ma anche coi suoi difetti.
Lo stile dell’autore è particolare e vorrei spenderci qualche parola. In primis caratterizza piuttosto bene il protagonista e si sforza di adattarsi al suo modo di parlare e di esprimersi: un po’ alla Huckleberry Finn, o alla Holden, se preferite. In certi tratti l’autore racconta la storia con una forza impressionante; mi riferisco soprattutto alle scene d’azione, di battaglia, oppure nei momenti di particolare difficoltà che colpiscono i protagonisti. Di contro però, le pagine che intercorrono tra questi momenti di grande potenza narrativa, sono piuttosto pesanti e tendono a far vagare l’attenzione del lettore, soprattutto nei tratti in cui l’autore si sofferma sui viaggi dei protagonisti tra i paesaggi tipici del Far West. C’è da dire che questi sono una caratteristica peculiare del genere, dunque ci sta la loro presenza, però in questo romanzo li ho sofferti un pochino in più.
Tralasciando lo stile, la storia strizza l’occhio ad argomenti attuali come il razzismo e l’omosessualità, ma devo dire che soprattutto riguardo a quest’ultimo aspetto e alla figura del protagonista, la cosa mi è sembrata forzata e un po’ fuori contesto, ma è un mio giudizio personale.

Thomas McNulty è un irlandese fuggito dalla sua terra natia quando era ancora un ragazzo, sbarcato in quell’America che sembra carica di promesse ma che sembra essere ancor più crudele dell’Irlanda che ha lasciato. All’inizio incontra John Cole, un ragazzino diffidente che però diventa subito suo amico e compagno tra le disavventure che si troveranno ad affrontare. Insieme conosceranno gli orrori della miseria, che li costringerà a fare gli “attori” prima in un bar e poi in un teatro; conosceranno la guerra, prima contro orde di indiani sanguinari e poi contro i Sudisti, nella guerra di Secessione; conosceranno le privazioni e la fame a cui ti costringe la prigionia.
In mezzo alla bruttura però, ci sarà spazio anche per un fiore che allieterà le loro vite: Winona, figlia di indiani della quale decideranno di prendersi cura, e che dopo un po’ di tempo imparano ad amare come se fosse figlia loro.
Una lettura a tratti cruda, a tratti tenera, con attimi potenti e frenetici e attimi placidi e lenti.

“Con tutto che eravamo afflitti e decimati, qualcosa ci era rimasto. Qualcosa che l’alluvione e la fame non erano riuscite a spegnere. La volontà umana. Roba da levarsi il cappello. L’ho vista tante volte. Non è così rara. È il meglio che abbiamo.”

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