Narrativa italiana Romanzi storici L'invisibile ovunque
 

L'invisibile ovunque L'invisibile ovunque

L'invisibile ovunque

Letteratura italiana

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L’invisibile ovunque racconta quattro vite nella Grande guerra, saltando dal fronte italiano a quello francese e ritorno. Chi vive in queste pagine sa che «niente uccide un uomo come l’obbligo di rappresentare una nazione» (Jacques Vaché) e adotta strategie per evadere dall’orrore. Qualcuno sceglie la sfida all’istituzione psichiatrica, accettando il rischio che la follia simulata diventi reale. Qualcuno si arruola negli Arditi, scansando la vita di trincea, al prezzo di divenire un uomo-arma, pugnale con braccia e gambe che un potere futuro potrà usare a suo piacimento. Qualcuno cerca di nascondersi nelle pieghe della guerra, praticando l’umorismo e il paradosso, fantasticando piani grandiosi per assaltare il mondo che ha vomitato un tale abominio. Qualcuno coltiva l’utopia di un’invisibilità che renda impossibile agli uomini combattersi.



Recensione della Redazione QLibri

 
L'invisibile ovunque 2015-11-29 16:16:00 silvia71
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silvia71 Opinione inserita da silvia71    29 Novembre, 2015
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L'altra faccia della guerra

Per tutti gli affezionati del collettivo bolognese Wu MIng, è disponibile da pochi giorni l'ultimo lavoro intitolato “L'invisibile ovunque”.
La forza del collettivo sta nel raccontare le zone d'ombra della Storia, nella ricerca degli angoli grigi, delle vicende scomode, degli eventi insabbiati; sono mossi da un interesse per il particolare affinché assurga a idea generale, affinché sfoci in pensiero.

L'esigua mole del nuovo romanzo di primo acchito stupisce, memori dei precedenti volumi corposi e straripanti; tuttavia a fine percorso, il contenuto denso di questa manciata di pagine risulta più sostanzioso che mai.
Il romanzo è frutto di una sperimentazione stilistica differente che vede le quattro penne viaggiare in piena autonomia per confluire in un unico capolinea.
Quattro narrazioni dal tessuto differente si susseguono, facendo assaporare al lettore consistenze e prospettive molteplici su un tema pesante e pluri trattato come la Grande Guerra.
La grandezza dei Wu Ming è la totale assenza di banalità, di immagini trite e convenzionali, di pensieri standardizzati; con la solita tecnica narrativa che mescola reale a surreale, storia ad immaginazione, la visione proposta in lettura si arricchisce di notizie poco conosciute, estrapolate da fonti scarsamente citate e di punti di vista nuovi e alternativi, perché le strade polverose della Storia sono fatte anche di piccole ramificazioni che il tempo e certi opportunismi hanno cancellato.

Il controcanto dei Wu Ming ci presenta una guerra da cui scappare, un male da evitare con qualsiasi mezzo pur di far salva la pelle. Gli uomini che percorrono le pagine non sono pervasi da senso dell'onore e da amore cieco per la patria; sono uomini che vogliono sperimentare una via per svicolare dalla morte certa in trincea, non codardi ma attaccati alla vita, avversi alle follie dei potenti.
Ottimo pertanto il lavoro documentaristico per riportare alla luce i carteggi che conservano memoria di alcune compagnie di genieri “camaleonti” che studiavano tutti i mezzi possibili per camuffare soldati e trincee, per salvare vite sotto una pioggia infinita di morte.

Una Grande Guerra che vede l'uomo alla ricerca dell'invisibilità, per trovare un'evasione lecita alla distruzione, in uno scenario imposto, fatto di cannoni, di freddo, di sangue e di straniamento.

Il romanzo storico italiano deve tanto a Wu Ming, ci auguriamo quindi di poter leggere molto altro ancora.

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L'invisibile ovunque 2017-01-28 16:16:49 Mane
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Mane Opinione inserita da Mane    28 Gennaio, 2017
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Il trionfo di Thanatos

“L’invisibile ovunque” trae il titolo da una citazione di Yvan Goll, inserita alla stregua di un tributo all’apertura delle prime pagine del libro:

“La guerra era l’invisibile ovunque, il suo battito gonfiava
le vene degli uomini, suonava con le campane dei villaggi,
tuonava la notte durante la tempesta. La guerra erano i
giorni del calendario. Era la cifra del secolo. Era il lamento
dei poveri, la rabbia dei deboli. Era la fame. Era la morte.”

Quella di Goll, oltre ad essere, per quanto concisa, una ottima prefazione alla lettura, non è l’unico richiamo ad altri scritti ed autori, in un libro che in questo senso pullula di riferimenti, elemento d'altra parte non nuovo al collettivo Wu Ming, data la propensione alla coscienziosa ricerca di fonti bibliografiche per la realizzazione dei propri lavori.

Ciò che è nuovo rispetto ai più celebri romanzi storici del suddetto collettivo è l’architettura del testo, fatta non di una trama unica quanto piuttosto di frammenti (quattro per la precisione) di una realtà assai complessa quale fu la Grande Guerra.
Quattro frammenti per restituire un’immagine del caleidoscopico tutto.
Quattro schegge di shrapnel lanciate a sondare e illuminare quel silenzioso invisibile ovunque, sotteso alla classica narrazione dei grandi eventi della Prima Guerra Mondiale, di cui son carichi diari di guerra e libri scolastici.

Il nesso invisibile che tiene uniti i frammenti è il tema della morte, il trionfo di Thanatos, l’impulso distruttivo che tutto muove e che distrugge, annienta, demolisce.

Fin dall’inizio, ma specialmente dentro al terzo atto, si capisce che, più dei fatti raccontati, sono le immagini evocate dalle audaci analogie prodotte da Wu Ming ad essere latrici della violenza, della follia, della disperazione, dell’alienazione, della fragilità umana, della brama di riscatto da vite grame, cullate nell’alveo del conflitto.

Allo stesso modo, come proiettati nel caos di un quadro futurista, si è preda della complessità dall’intreccio, fatta di anticipazioni, flash-back, parallelismi ed ellissi narrative (con l’andamento di un climax culminante ancora una volta tra le pagine del terzo atto), investita del compito di trasmettere lo smarrimento e l’incertezza dell’epoca in analisi.

Emilio Lussu, con le pagine di “Un Anno sull’Altipiano”, supremo esempio della letteratura anti-militaristica a livello mondiale, diede voce al suo disprezzo per la guerra facendolo trapelare con maestria dai fatti vissuti in prima linea ed esposti in una narrazione nitida e concreta.
Wu Ming invece, benché non risparmi lo spregio per le armi, lo celebra tra le righe con una scrittura evocativa, risuonante e ricercata: così il verde delle divise è detto “marcio”, “le falene notturne” richiamano la potente immagine de “La primavera hitleriana” di Eugenio Montale (a me carissimo tra i poeti), lo sfacelo dei corpi in decomposizione punge la vista e l’olfatto, i manicomi abbracciano la follia dei transfughi dai campi di battaglia e le urla degli incompresi.

Giunti al quarto tempo di questo libro particolare, siamo sorpresi dal cambio stilistico che detta un carattere più analitico al racconto e ci rivela un’interessante retroscena, senz’altro poco noto: cosa mai possono aver avuto a che fare i pittori con l’esercito? Dove mai possono aver avuto modo di incrociarsi pennelli e artiglieria?

Altro non aggiungo per non guastare la sorpresa a nessuno.


Wu Ming tiene alto il suo vessillo.

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L'invisibile ovunque 2015-11-25 23:19:20 leo
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Opinione inserita da leo    26 Novembre, 2015

grandi come sempre

Anche stavolta i wu ming offrono punti di vista alternativi rispetto a quelli correnti su temi ed eventi storici. I primi tre capitoli sono in forma di racconto, il quarto sembra un saggio: nota comune il rifiuto della guerra, invero meno netto nel protagonista del primo capitolo, il contadino-cacciatore-fante-ardito Adelmo Cantelli. L'opera dei wu ming funge da contraltare alle roboanti celebrazioni nazionalistiche del centenario della vittoria della grande guerra e ci riporta la sofferenza, le paure, l'orrore che provarono coloro che, giovanissimi, si trovarono catapultati nelle trincee, coinvolti in una carneficina imposta da strategie di guerra che non tenevano in alcun conto la perdita di vite umane.
Molto suggestiva ed interessante è l'ipotesi avanzata nel quarto capitolo, suffragata da puntuali ricerche, dell'esistenza di una compagnia di soldati-pittori, la cd compagnia camaleonti, progettata da due soldati mossi dal solo intento di mettere un freno al massacro di fanti lanciati all'assalto delle postazioni nemiche senza alcuna copertura o riparo. Tale compagnia sarebbe divenuta operativa solo dopo la disfatta di Caporetto e avrebbe contribuito alla vittoria finale, dando il colpo di grazia all'esercito austro ungarico, fiaccandone il morale e provocandone la fuga dalle postazioni occupate: "i crucchi " avrebbero visto dei soldati italiani sbucati dalla terra invadere improvvisamente i loro camminamenti.
I wu ming non deludono mai.

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