Taras Bul'ba Taras Bul'ba

Taras Bul'ba

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Ispirato al modello dei romanzi storici di Walter Scott, di cui però offre una rielaborazione del tutto originale, Taras Bul'ba viene pubblicato per la prima volta nel 1835 nella raccolta Mirgorod. Ambientato nell'Ucraina cosacca in un'epoca non ben definita, tra il XV, il XVI, il XVII secolo, ha come protagonisti il vecchio e valoroso guerriero Taras e i suoi due giovani figli, Ostap e Andrij, che mandati dal padre a istruirsi a Kiev, compiranno al ritorno il loro vero apprendistato nella Seč, la libera comunità dei cosacchi.

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Taras Bul'ba 2013-07-03 19:55:14 DanySanny
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DanySanny Opinione inserita da DanySanny    03 Luglio, 2013
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La prosa di Van Gogh ovvero l'epica della brutalit

Sono feroci le pennellate di Van Gogh, brutali sono le descrizioni di Gogol, quasi animalesche. Le poche pause di lirismo sembrano oasi introno al delirio che attanaglia i protagonisti di questo romanzo breve. Uno stile feroce come le battaglie in esso rappresentate, un' orgia di sangue, uomini mutilati, spade e munizioni, in un delirio bellico che poco a poco annichilisce qualsiasi spiraglio di tranquillità. Non sono uomini i protagonisti di Taras Bul'ba, sono cosacchi. Latitano in un'allegria sfrenata, continua, inesauribile, all'interno della Sec, scuola e patria cosacca. Dove poi si trovi è semplici dirlo: tra le steppe russe; se si tratti di XV o XVI o addirittura XVII Gogol non si preoccupa. Sono guerrieri ipnotizzati da un delirio circostante che non lascia spazio a nessun sentimentalismo, a nessuna tenerezza: banchetti e divertimento, soltanto per uomini. Le donne sono strumento per la figliazione. Se poi si chiede ad un cosacco quale ritenga sia la gloria più appetibile, questo risponderebbe: combattere, e morire combattendo. Quasi a far eco a quell'etico spartana, così brutale, da dissolvere anche il legame affettivo per i figli.

In questo clima di patriottismo sfrenato, allegria degenere, eppure in questa società dove l'ordine e il rispetto, quasi l'educazione vengono pedissequamente rispettate, e i crimini puniti severamente, insomma, nel regno dell'antinomia, vengono catapultati, complice lo spirito infaticabile del padre Taras Bul'ba, due giovani, Ostap ed Andrij, che ben presto si assuefanno al mondo cosacco, nel tentativo di difendere la gloria, di incrementare il proprio onore. Eppure il destino, anzi la fatalità (o forse semplicemente l'indole) soffre delle "restrizioni" del mondo cosacco, che fagocitato nel rigido isolamento di pantagruelici banchetti, e avviluppati dall'odio per i turchi, non è in grado di soddisfare i desideri di un giovane. perchè se la guerra è il primo obiettivo da perseguire, nemmeno la più rigida disciplina può placare i sentimenti, tanto più l'amore. Ma il mondo cosacco è il regno della ferocia, e le pagine scorrono rapide come rivoli di sangue, celeri come il sottile istante che separa la vita dalla morte, il tradimento dal rispetto. E' proprio dell'antinomia tra adesione ai valori condivisi e libero spirito personale che un personaggio rimarrà vittima, e per lui non ci sarà redenzione, implacabilmente punito da un etica di gruppo dimentica dei legami di sangue.

Il cuore pulsante di Taras Bul'ba sta proprio nel rapporto conflittuale tra l'affermazione di sé e una società he tende all'omologazione, che timorosa della tenerezza, distrugge l'amore, per una volta sconfitto. Fuggono le pagine, galoppando al seguito dei cosacchi e voltandosi si apre un paesaggio desolato di distruzione, morte, sangue, mentre nelle orecchie echeggiano colpi di sciabola, con un'abilità descrittiva che ricorda nello stile i poemi omerici. Eppure non si è sotto Troia, nel tentativo di vendicare un guerriero offeso, siamo al confine dell'età moderna. La guerra non è mezzo per raggiungere la gloria, ma viene dipinta in tutta la sua inaudita ferocia, in tutta la sua brutalità, nel terrore continuo di un assedio infinito: quello dell'obbligo.

Eppure anche la più brutale delle azioni sembra caricarsi di commovente fragilità dinnanzi all'abnegazione, all'adempimento di un ideale. Il ritmo serrato si scioglie soltanto alla fine, con la tragica consapevolezza, e anche tristezza, non soltanto di vite sconfitte, ma di un epoca al tramonto. Certo è che nessuno vorrebbe vivere in questo libro, ritrovarsi tra implacabili battaglie, respirare sangue, udire i gemiti della morte. Gogol non condanna, non entra nella storia, modula perfettamente lo stile, ora epico-omerico, ora pienamente ottocentesco. Inflessibilità e vendetta si mescolano inesorabilmente, sullo sfondo gli scontri tra ortodossi e musulmani, l'adesione ai valori di gruppo. Certo è che tra tanta distruzione, tra tutto questo sangue, la grigia monotonia della quotidianità non sembra così inappetibile, e stupisce che al termine della lettura si senta qualcosa di rotto , qualcosa di estremamente commovente. Forse perchè anche l'uomo, nonostante tutto, ha pietà del proprio simile, o forse semplicemente è il sollievo di allontanarsi da una brutalità dall'inesausta bellezza, che come il sublime romantico, è fonte di meraviglia. Terrore o attrazione che sia.

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