Fiore di roccia Fiore di roccia

Fiore di roccia

Letteratura italiana

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Con Fiore di roccia Ilaria Tuti celebra il coraggio e la resilienza delle donne, la capacità di abnegazione di contadine umili ma forti nel desiderio di pace e pronte a sacrificarsi per aiutare i militari al fronte durante la Prima guerra mondiale. La Storia si è dimenticata delle Portatrici per molto tempo. Questo romanzo le restituisce per ciò che erano e sono: indimenticabili. «Quelli che riecheggiano lassù, fra le cime, non sono tuoni. Il fragore delle bombe austriache scuote anche chi è rimasto nei villaggi, mille metri più in basso. Restiamo soltanto noi donne, ed è a noi che il comando militare italiano chiede aiuto: alle nostre schiene, alle nostre gambe, alla nostra conoscenza di quelle vette e dei segreti per risalirle. Dobbiamo andare, altrimenti quei poveri ragazzi moriranno anche di fame. Questa guerra mi ha tolto tutto, lasciandomi solo la paura. Mi ha tolto il tempo di prendermi cura di mio padre malato, il tempo di leggere i libri che riempiono la mia casa. Mi ha tolto il futuro, soffocandomi in un presente di povertà e terrore. Ma lassù hanno bisogno di me, di noi, e noi rispondiamo alla chiamata. Alcune sono ancora bambine, altre già anziane, ma insieme, ogni mattina, corriamo ai magazzini militari a valle. Riempiamo le nostre gerle fino a farle traboccare di viveri, medicinali, munizioni, e ci avviamo lungo gli antichi sentieri della fienagione. Risaliamo per ore, nella neve che arriva fino alle ginocchia, per raggiungere il fronte. Il nemico, con i suoi cecchini – diavoli bianchi, li chiamano – ci tiene sotto tiro. Ma noi cantiamo e preghiamo, mentre ci arrampichiamo con gli scarpetz ai piedi. Ci aggrappiamo agli speroni con tutte le nostre forze, proprio come fanno le stelle alpine, i «fiori di roccia». Ma oggi ho incontrato il nemico. Per la prima volta, ho visto la guerra attraverso gli occhi di un diavolo bianco. E ora so che niente può più essere come prima.»



Recensione della Redazione QLibri

 
Fiore di roccia 2020-06-14 17:47:57 siti
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siti Opinione inserita da siti    14 Giugno, 2020
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Come le stelle alpine

Il delicato compito, assolto egregiamente da Ilaria Tuti, di far conoscere il ruolo assunto dalle donne friulane durante la Grande Guerra, non era esente dal pericolo più strisciante e latente ovvero quello di non contribuire affatto a restituirne la memoria ma, al contrario, paradossalmente, di impoverirla ulteriormente con un racconto poco degno di nota. E invece, la scrittrice friulana, conosciuta e apprezzata da molti lettori per i suoi precedenti romanzi con protagonista, guarda a caso una donna, il commissario Teresa Battaglia, e la sua terra, il Friuli , riesce a restituire il vero senso della partecipazione femminile al conflitto e la misura di tale impegno, lasciando il lettore attonito rispetto al coraggio e alla generosità di queste donne. E in realtà, dietro la storia particolare legata agli anni del conflitto, vi è la storia millenaria della donna: “la nostra capacità di bastare a noi stesse non ci è riconosciuta, né concessa. L’abbiamo tessuta con la fatica e il sacrificio, nel silenzio e nel dolore, da madre in figlia … ”; ora l’occasione di essere audaci e coraggiose potrà essere palese agli occhi di tutti perché questa volta a chiamare è la guerra, compito solo maschile. È facile riconoscere l’importanza della donna, ma peggio la si dà per scontata, quando a lei è affidato un ruolo cristallizzato, la cura della casa , dei bambini, o ancora dei vecchi, la fatica del tirare avanti in assenza dell’uomo, diverso è invece riconoscerle pare dignità in un terreno mai sperimentato prima: quello delle trincee, dei camminamenti, dei sentieri esposti ai cecchini austriaci … Questo fanno le donne in questione, le Trogarinnen, le Portatrici. Munite solo della loro capiente gerla e degli scarpetz, scarpe fatte di stracci sovrapposti, aderenti alla dura roccia, camminano dal paese fino al fronte e trasportano viveri, medicinali, munizioni portando con sé il canto, la gioia e perfino la speranza. Sono mamme con il seno turgido e dolorante, lasciano i loro piccoli a casa dopo la poppata, sono figlie devote con il pensiero del malato che le attende a valle, sono giovani donne innamorate in attesa che la guerra restituisca loro il ragazzo, vivo. Fra tutte spicca Agata Primus, la sua voce narrante permette di focalizzare l’attenzione del lettore su una storia particolare, la sua, che ha il dono di essere l’emblema di tutte le restanti. Sullo sfondo le vite delle vere portatrici sulla scorta di un’ accurata ricostruzione storica che è stato possibile realizzare a partire proprio dai documenti che la memoria , questa volta maschile, ha voluto conservare e perpetrare. Libro bello, delicato e doloroso, necessario per conservare la memoria di una pagina importante della storia d’Italia, stavolta scritta dalle donne.

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Fiore di roccia 2020-09-21 17:39:31 lapis
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lapis Opinione inserita da lapis    21 Settembre, 2020
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Anin, andiamo

Guerra è uomo. I soldati al fronte nel primo conflitto mondiale. Giovanissimi ragazzi con un copricapo di feltro piumato in testa e un fucile tra le braccia, che scivolano tra le trincee, nel tentativo di difendere un minuscolo lembo di montagna.
Ma guerra è anche donna. Le portatrici carniche. Anziane, madri, ragazze poco più che bambine che hanno risposto a una chiamata di aiuto, scalando ogni giorno i loro monti per portare cibo, medicine, munizioni, lettere a quei soldati, nel tentativo di tenerli in vita.

"Anin, senò chei biadaz ai murin encje di fan" (Andiamo, altrimenti quei poveretti muoiono anche di fame). Maria Plozner Mentil (18884-1916), Medaglia d'Oro al Valor Militare

Nel paese, ai piedi di quelle vette in cui il silenzio ha dovuto cedere il posto al fragore delle bombe e il profumo del muschio all'afrore dei corpi infranti, sono rimaste solo loro, le donne, a occuparsi dei campi, a curare chi è restato, a lottare quotidianamente contro la fame e la sopravvivenza. Hanno piedi minuti, avvolti in scarpine di velluto, e pelle dura, ispessita dalla fatica. Ma nonostante tutto, non si tirano indietro di fronte all'appello dell'esercito italiano, rendendosi protagoniste di un gesto che, per coraggio e generosità, merita qualunque tipo di medaglia. In spalla le pesantissime gerle riempite fino all'orlo e ai piedi i leggeri "scarpetz", si arrampicano su quel gigante di roccia che può tradirle a ogni passo, aggrappandosi con tenacia alle pareti come un fiore alpino, per portare un po' di sollievo al fronte.

Con questo romanzo, Ilaria Tuti riporta alla memoria collettiva un indimenticabile pezzo della nostra storia, purtroppo poco noto. E lo fa nell'unico modo che ha la letteratura per rendere davvero omaggio alla vita: rievocandone tutte le emozioni, con sensibilità e immedesimazione. I fatti sono dunque rispettati, ma riproposti all'interno di una storia, quella della giovane portatrice Agata, che attraverso la sua voce in prima persona ci accompagna lungo sentieri di pietra e sentimenti. Con i suoi occhi osserviamo la paura negli sguardi bui dei soldati. Con le sue orecchie ascoltiamo i pianti e i lamenti. Con il suo cuore avvertiamo il coraggio, l'abnegazione, la tenacia. E capiamo anche cosa abbia significato, per ciascuna portatrice, quest'esperienza. Essere guardate per la prima volta con rispetto dai militari. Scoprire di essere capaci di qualcosa di cui non si sarebbero mai immaginate. Ritrovarsi, in un luogo ormai abitato solo dalla signora con la falce, a vestire i panni di signore della speranza, di un ultimo flebile brandello di speranza.

"Amo le parole, ma l'istinto è di custodirle. Ho imparato a maneggiare la loro arte, ma dentro di me è ancora salda la convinzione che alcuni, pochissimi, sentimenti non abbiano bisogno di suoni e non richiedano dialettica. Si espandono nei gesti, cantano nei sensi".

Il merito di questo romanzo è di aver saputo trovare le parole per raccontare qualcosa di così grande e complesso da sfuggire, come dice Agata, alle regole dell'alfabeto, da aver bisogno della vita. Affrontare queste pagine è davvero come incamminarsi su quei rocciosi pendii, lasciando che il vento ci accarezzi il viso, la durezza ci spezzi il fiato, le emozioni ci riempiano il cuore.
E allora anin, andiamo.

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Fiore di roccia 2020-07-02 11:41:22 Bruno Izzo
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Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    02 Luglio, 2020
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PORTATRICI D’AMORE

Questo è un romanzo pregevole, ma soprattutto lodevole, scritto da una donna, e che parla di donne, e che donne: le “Portatrici”, non donne di straordinarie virtù, ma donne eccezionali per la semplice e sola piena appartenenza al genere, in tutti i sensi, pratici e sentimentali, donne di braccia e di spirito, sempre e comunque.
La coerenza è più spesso un attributo del genere femminile, delle Portatrici sicuramente.
Donne compiute, complete, esaurienti, esaustive: Dio, se davvero esiste, deve essere Donna.
Con “Fiori di roccia” Ilaria Tuti ha sospeso crediamo e ci auguriamo solo pro tempore, i temi e i personaggi di successo dei suoi testi precedenti, con coraggio inusuale per un autore, in verità.
Ha qui voluto altro, si è spesa magistralmente a ricordare le figure di donne, spesso misconosciute a molti, figure realmente esistite, donne meritevoli di ogni elogio e di ogni onore, rievocate con precisione e rigore storico, con struggente intensità, incisività nella descrizione, espressività ed efficacia narrativa.
Un libro scritto bene, curato nei minimi particolari, frutto evidente di un lungo lavoro di ricerca e di cesello, elaborato con diligenza e fervore, con forza e pazienza, con passione e patema, che sono poi tutti i sentimenti che caratterizzano la protagonista e le sue compagne, quasi che Ilaria Tuti abbia letteralmente trasferito, nel suo scrivere, l’intimo dei suoi personaggi, creati sullo stampo di donne realmente esistite.
Donne che scelsero di essere libere. E lo fecero in tempi non sospetti, e poco permissivi, quelli della Prima guerra mondiale sul fronte italiano della Carnia.
Venendo meno a sé stesse, per gli stereotipi del tempo, e pagandone un caro prezzo.
Lo dice chiaro la protagonista, la giovane Agata Primus:
“Ho scelto di essere libera.
Libera da questa guerra, che altri hanno deciso per noi.
Libera dalla gabbia di un confine, che non ho tracciato io.
Libera da un odio che non mi appartiene e dalla palude del sospetto.
Quando tutto attorno a me era morte, io ho scelto la speranza.”
Agata Primus è nata e vive da sempre nell’alto Friuli, sulle Alpi Carniche, è una giovane, come le sue coetanee, tipica dei luoghi, non ha assolutamente vita facile, tra fame, stenti, miserie, date le condizioni dell’epoca, ma ha animo e corpo sodi, avvezzi alla fatica e al sacrificio richiesto dall’esistenza, lo accetta e ne sa sorridere.
Le donne di quei luoghi sono Donne come Dio comanda, il solo modo di sopravvivere; e Agata è il campione maggiormente esemplificativo, scolpita nelle rocce della Carnia, è tosta e decisa, risolta e determinata, senza che queste sue caratteristiche sminuiscano in qualche modo la propria essenza di femminilità.
Agata è figlia dei tempi e dei luoghi; la guerra infuria, l’esercito austro ungarico superiore in tutto preme sulle roccheforti alpine per l’imminente invasione, e l’Esercito Italiano, nella persona dei gloriosi soldati originari del posto, gli Alpini, resistono strenuamente per come e quanto possono, data l’inadeguatezza del nostro Comando Generale, e la scarsità di mezzi, approvvigionamenti e vie di rifornimento.
Orfana di madre, educata con semplicità e determinazione al rispetto di pochi elementari valori di vita, la giovane donna si occupa del padre al termine della propria esistenza, e svolge il suo compito non come dovere ma appunto come valore, come impegno che reca sacralità all’esistenza propria e di chiunque, esattamente come dovrebbe essere: “…nell’inverno della vita, sacra è la presenza che si prende cura della dignità umana”
Tanto sono genuini e di valore i suoi principi, che sono gli unici che le danno modo di resistere alle lusinghe e alle sgradite attenzioni di Francesco, lo stalker locale, imboscato e malsano: “Riconosco che cosa mi disturba di Francesco: l’essere estraneo alla fatica, a quella lotta per la sopravvivenza, una lingua che lui non ha mai dovuto imparare.”
Una lingua che Agata e le sue compagne Lucia, Viola, Maria, Caterina, e altre ancora, conoscono benissimo; le Portatrici, e solo loro, sono poliglotte quando si tratta di capire e immedesimarsi completamente nelle necessità, negli obblighi e nelle fatiche del difficile vivere quotidiano.
Perciò, quando il comando militare italiano si rende conto che la guerra sulle più ardite vette alpine non può nemmeno iniziare senza un minimo di trasporti di tutto quanto serve in alta quota, per sentieri inaccessibili finanche ad asini e muli, ecco spuntare l’idea di” reclutare” le ragazze dei luoghi.
A pagamento, certo, poco più che simbolico, ma le giovani si prestano senza discutere, nemmeno per senso di dovere o malinteso amor patrio, esclusivamente per spirito tutto femminile di umana compartecipazione, vogliono condividere con i soldati i loro sforzi in nome di un valore di libertà e unione tra simili che riconoscono reale e non demagogico, o assurdo e fittizio ideale.
Gioco forza la mano d’opera femminile è l’unica forza rimasta non impiegata come combattente, non ancora almeno, e s’impiega perciò senza ulteriore indugio perché si carichino sulle spalle, nelle loro caratteristiche grandi gerle di robusti vimini, di materiali di ogni tipo, armi, viveri, munizioni, medicine. Per poi trasportarle sulla schiena, a piedi e per ore, con una fatica bestiale, con le cinghie che segano la carne della schiena, seguendo percorsi scoscesi e inaccessibili, noti solo alle native dei luoghi, in ogni condizione climatica, sotto il tiro dei “diavoli bianchi”, i cecchini nemici ben mimetizzati nella neve data la loro tuta mimetica.
Non solo; ma nel percorso inverso, continuano a portare pesi: quelli dei panni e delle cose dei soldati, perché con premura tutta femminile si offrono di lavarli o accomodarli per rendere in qualche modo maggiormente confortevole il rischioso soggiorno al fronte dei loro” ragazzi”.
Anche di altri pesi si caricano nella discesa a valle, questi molto più sgradevoli ma effettuati con pari cure e affettuosa premura e sollecitudine, il trasporto dei morti, dei feriti, e degli oggetti e dei ricordi da riconsegnare alle famiglie di quelli nemmeno più integri perché smembrati dagli esplosivi.
Un simile lavoro, svolto con dignità, sollecitudine, efficacia vale alle ragazze il rispetto del capitano comandante e dei soldati tutti per le “Portatrici”.
I rudi uomini temprati dagli orrori della guerra sono immensamente grati a coloro che sono le uniche a ricordargli che la vita non è, non può essere, solo un orrore continuo.
Imparano a rispettare, ad ammirare incondizionatamente, se non ad amare, queste giovani che letteralmente rappresentano un alito di vita, un colore gaio, un fiore tra quelle rocce intrise dal sangue dei caduti; e le Portatrici lo sono per davvero fiori, sono i fiori di roccia, gli unici che in quei luoghi possono crescere, e crescono, gentili, amabili, stellari, in una parola femminili: le stelle alpine.
Vanno su e giù sulle vette, fra trincee e camminamenti, i piedi stretti nelle loro caratteristiche “scarpetz” fatte di strati di stoffa, isolanti e silenziose, da loro stesse cucite, magari durante i loro viaggi, cosicché le mani non restino inoperose.
Fabbricate anche a uso degli stessi soldati, perché possano sorprendere il nemico in silenzio.
Sono incredibilmente femminili, queste ragazze, e come donne s’innamorano, chi del capitano, chi di qualche alpino che suscita in loro un dolce sentimento, e per quest’amore magari si carica di munizioni pesantissime perché il ragazzo interessato abbia un motivo in più per attenzionarla.
Donne così non possono che essere ammirate finanche dallo stesso nemico: italiani e austriaci si ritrovano perciò uniti e concordi almeno in una cosa, nella stima e nel rispetto dovuti alle “Dar Trogarinnen”, Le Portatrici.
Le Portatrici portano tutto, ma soprattutto se stesse, come dire, portano Amore, il vero amore è portato sempre e solo, quando serve, da mani di Donna.
Non donne eccezionali, ma Donne nel senso più completo, universale, della parola: capaci di fatica, di sforzi immaginabili, di travagli inenarrabili, anche di usare un fucile come e meglio di un uomo, di scovare e sparare ad un “diavolo bianco”
E con pari misura sono Donne, sanno amare e innamorarsi, affezionarsi e prediligere le persone e non le nazionalità, apprezzare e voler bene alle cose della vita, sotto ogni cielo, libere di essere quello che meglio sanno essere: Donne.
Hanno ragione loro, hanno sempre ragione le donne come le Portatrici.
Decenni dopo, negli stessi luoghi, le rocce si polverizzano di nuovo, ma non per le bombe degli uomini, stavolta, ma per una bomba di Natura, un terremoto, l’immane sisma in Friuli del 1976.
E si avverrà quanto le Portatrici decenni prima avevano già compreso, ben più di tanti altri:
“L’esercito austriaco ha violato diversi trattati per giungere qui a soccorrere il Friuli in ginocchio.
È un invasore pacifico, che aiuta a sollevare macerie e a ricostruire, invece di distruggere.”
Tutto quanto descritto è realmente avvenuto, e non inventato di sana pianta.
Sono esistite davvero queste insolite trasportatrici su roccia, veri e propri corrieri delle alpi, con la loro Storia, ancora poca nota al grande pubblico, etichettate come “Portatrici”.
Ilaria Tuti ha il merito notevole di questa rievocazione, ne ha tratto un gran libro, bello, emozionante, da cui è difficile staccarsi, l’espressione giusta è carezzevole, ti tiene letteralmente inchiodato alla pagina accarezzandoti il cuore con la leggiadria di una piuma, ma ti accorgi poi che piuma non è, è un fiore, semplicissimo e proprio per questo tenace.
“Fiori di roccia” piace, è delizioso e accogliente, commovente e accorato, toccante, scorre fluido, i capitoli finali sono una continua emozione struggente a rotta di collo, un fluire rapido di un fiume in piena che scorre tumultuoso tra le rocce della Carnia, alimentato a dismisura dai ghiacciai eterni, in un susseguirsi di rapide e cascate, fra rocce e strette gole.
Quale sia il carattere che permea tutto il testo e rende il romanzo fine ed elevato, sta in una sola parola, l’ultima vergata da Ilaria Tuti, e per lei da Agata Primus, letteralmente l’ultimo vocabolo del libro: “Umanità”.
“Fiori di roccia” è un condensato di questo, non altro, ed è Donna.
Sono solo Donne, le Portatrici.

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Fiore di roccia 2020-06-20 21:48:42 ALI77
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ALI77 Opinione inserita da ALI77    20 Giugno, 2020
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LE PORTATRICI CARNICHE: DONNE DIMENTICATE DALLA ST

Questo libro ha come protagoniste le portatrici carniche, donne che nella prima guerra mondiale, trasportavano rifornimenti e munizioni con le loro gerle; queste erano delle ceste di legno o di vimini a forma di tronco di cono rovesciato, dotate di fettucce per essere portate sulle spalle.
Chilometri e chilometri a piedi, dove non c'era fatica, condizioni climatiche o salite impervie che impedissero a queste donne di aiutare i soldati fino alle prime linee, dove combattevano gli alpini.
Queste donne sono state dimenticate da tutti, dai libri di storia, dalla gente e io per esempio non ne avevo mai sentito parlare.
Il loro contributo è stato "semplicemente omesso".
"Lupe stanche, cuccioli affamati. Si renderebbero contro del branco morente che siamo"
Conosciamo la storia di alcune di loro, Caterina, Viola, Lucia, Maria e in particolare Agata Primus, che possiamo definire la leader del gruppo e sicuramente il personaggio che verrà approfondito maggiormente.
"Il mondo che conoscevo è cambiato fino a farci sentire straniera. Il suo odore di metallo e paura mi fa stringere lo stomaco."
Agata è una donna forte che non si dà per vinta, vive con il padre ormai gravemente malato e cerca di vivere alla giornata, ma la guerra la metterà a dura prova, facendole affrontare molte battaglie difficili.
"Che cosa hanno visto più di questo, che è già al di là di quanto una mente sana posso sopportare?"
Le portatrici carniche erano donne tra i 15 e i 60 anni che ogni giorno con le loro gerle, attraversano sentieri, pendii e camminavano lunghe quelle montagne a loro così famigliari, venivano pagate una lira e cinquanta a viaggio e le loro consegne venivano segnate su un libricino . Indossavano gli scarpetz, una sorta di pantofola molto leggera di velluto, che veniva utilizzata per non farsi sentire dagli austriaci che presidiavano il confine.
"«Non conosco le rose. C'è invece un'espressione più felice che racconta la tenacia di questa stella alpina: noi la chiamiamo 'fiore di roccia'.» Il capitano Colman annuisce. «E' questo che siete. Fiori aggrappati con tenacia a questa montagna. Aggrappati al bisogno, sospetto, di tenerci in vita."
Le montagne sono parte integrante della narrazione, sono anch'esse le protagoniste della nostra storia, la descrizione dell'ambientazione è magnifica, l'autrice ci fa amare quelle montagne tanto da voler visitare quei posti.
Gli uomini sono tutti impegnati al fronte e le donne cercano di dare il loro contributo, possiamo dire che le portatrici sono il primo reparto di donne nella storia, ad essere impegnato nella guerra.
La guerra è qualcosa che non ti aspetti e che non sai come affrontare, provoca molto dolore e molta sofferenza, nessuno può immaginare di vedere determinate scene di morte e desolazione.
"Li ho sognati, la scorsa notte, immersi nel sangue. Scorrevano come fiori pallidi portati a valle da una corrente purpurea."
Considerando anche l'epoca in cui è ambientata la storia, le donne non avevano assolutamente un ruolo nella società, erano relegate a sposarsi e a fare le madri, ma in questa circostanza dimostrano di avere più forza e coraggio di molti uomini.
La Tuti descrive e approfondisce in maniera curata anche le condizioni in cui vivevano le persone che non erano impegnate al fronte: la scarsità cibo, la paura di non rivedere i propri cari, l'incertezza dell'esito delle varie battaglie.
"Così vicine alla morte, non chiediamo altro che qualche riflesso di un possibile futuro."
Durante la guerra è difficile capire cosa sia giusto o cosa sia sbagliato, la sofferenza ti porta al limite delle forze mentali e fisiche, ti porta a perdere la fede e la speranza in un qualcosa di migliore. Chi può giudicare l'altro?
Se ci trovassimo di fronte uno all'altro, un italiano contro un austriaco chi può biasimare l'altro di aver sparato per primo?
Siamo tutti essere umani e tutti abbiamo una dignità, una famiglia, la maggior parte dei soldati era giovane e obbligata ad andare al fronte, è normale che dopo anni di combattimento ci siano alcuni di loro che capiscono che la guerra non è giusta, che non vogliono combattere nemmeno per amor della patria.
"Chi è il buono e chi è il cattivo non è più possibile dirlo."
Lo stile della Tuti l'ho trovato scorrevole, appassionante, quasi poetico con moltissime citazioni degne di nota, io ne ho riportate solo alcune.
Il ritmo della storia è incalzante e coinvolgente, i personaggi hanno un'evoluzione nel corso del racconto, in particolare Agata che ne è la protagonista, cresce con l'andare dei capitoli ma rimane sempre coerente con se stessa e con le proprie convinzioni.
Una donna moderna, che non si lascia intimorire, che va avanti anche da sola, con coraggio, con determinazione, facendo sempre quello che ritiene giusto.
"Come su una nave, qui bisogna imparare a bastare a se stessi, a addomesticare i bisogni, a portare a termine il proprio compito quotidiano affinché quello degli altri non sia vano."
Un gruppo di donne che inconsapevolmente fanno la storia, con le loro gerle e con la loro forza a non arrendersi mai.
Un libro che riporta alla luce la figura delle portatrici carniche, donne dimenticate dalla storia, che gli uomini hanno ignorato per decenni, ma che almeno in questo romanzo sono riuscite a ottenere la loro rivincita.
Una storia emozionate e sconvolgente allo stesso tempo, che ci accompagna a scoprire una pagina della nostra storia poco conosciuta, un romanzo drammatico, vero e autentico che consiglio a tutti di leggere.

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A chi ama i romanzi storici
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Fiore di roccia 2020-06-12 14:56:50 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    12 Giugno, 2020
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Le Portatrici

«Mi chiedo se alla fine io sia qualcosa di più di questo spettro. Mi chiedo che cosa sia, io, se non una portatrice.»

Il suo nome è Agata Primus e come tante altre donne è una Portatrice e cioè uno dei tanti volti femminili che durante gli anni della Prima Guerra Mondiale si è resa indimenticabile con quell’instancabile istinto di sacrificio, quell’interminabile desiderio di pace, quell’immancabile resilienza e coraggio che l’ha vista e le ha viste rifornire quegli uomini al fronte di tutto quel che avevano bisogno, dalle medicine, alle munizioni, passando per il lavaggio della biancheria e la cura dei giacigli. Ella, come molte altre, è una contadina che ha avuto la possibilità di prendere il certificato di studi a undici anni, che sa far di conto e leggere, che ha fatto della lettura il suo più prezioso tesoro, che custodisce le parole perché un bene prezioso e che si prende cura di quell’unico genitore rimastole, suo padre, che è gravemente malato.

«In verità, amo le parole, ma l’istinto è quello di custodirle. Ho imparato a maneggiare la loro arte, ma dentro di me è ancora salda la convinzione che alcuni, pochissimi, sentimenti non abbiano bisogno di suoni e non richiedano dialettica. Si espandono nei gesti, cantano i sensi. […] Gli guardo il palmo e vedo schegge, calli e un taglio mal rimarginato che lo attraversa da parte a parte. Sulla sia pelle è scritto un racconto che la mia pelle riuscirebbe a comprendere.»

È a queste donne che il comando militare chiede aiuto, un aiuto che si traduce in schiene e gambe piegate dal peso delle gerle cariche di esplosivi, rifornimenti, boccette di tintura di iodio e bende, di lettere e lettere destinate dai familiari a quei giovani combattenti spesso ancora bambini o condotte dalle mani anche analfabete di quei soldati sino a quegli affetti che aspettano con speranza ogni possibile notizia da loro. E così, cariche e sopraffatte dal peso, ecco che le donne si incamminano per quelle vette che conoscono come le loro tasche, eccole pronte a privarsi del cibo e di quant’altro pur di contribuire alla sopravvivenza di quei ragazzi. Perché la guerra svuota, toglie tutto, lascia soltanto la paura. Ed è quando la paura viene meno che allora davvero perdi ogni ragione per vivere e andare avanti, che perdi ogni scopo. Ma non è ancora giunto il momento, per loro. Che ci sia il vento, che ci sia la neve, elle risalgono quei sentieri che consentono di arrivare al fronte. Si arrampicano con quegli scarpetz ai piedi e quelle calze di lana pungenti per il freddo e logorate dall’usura, si fanno forza con sguardi silenti, sopravvivono con quel che resta di una patata, dimostrano tutta la loro forza e la loro determinazione a quegli uomini che non possono che trattarle da pari. Una condizione che viene guadagnata con fatica in una realtà storica in cui alla donna e alla sua figura non è riconosciuto niente. Loro sono fiore di roccia.

«La pelle aperta mi impressiona, non perché non l’abbia mai vista, ma perché il pensiero che mi colpisce è che la vita, raschiato il possibile, ora abbia iniziato a consumarmi fino all’osso e presto di me non resterà nulla se non uno scheletro sonante.»

Ed è attraverso i loro occhi che riviviamo la guerra, una guerra che ci sembra così lontana ma che invece è così vicina e vivida. Niente potrà più essere come prima, la morte è l’immagine impressa negli occhi. Una morte che non vede protagonisti soltanto i soldati italiani quanto anche quelli austriaci. Perché la signora con la falce non fa sconti e non fa distinzioni di appartenenza.

«Continuo a cantare. Non voglio far tornare il silenzio su questa valle di fosse, voglio colmarle di vita finché posso, finché la finzione reggerà sulle gracili gambe della mia ostinazione.»

Ilaria Tuti torna in libreria con un romanzo storico che rievoca nella mente le immagini di un tempo perduto ma da preservare, rende omaggio al volto di donne di ogni età che si sono sacrificate per un fine più grande, che non si sono arrese e che si sono fatte portatrici del loro valore. Hanno combattuto nel loro silenzio, hanno contribuito alla sopravvivenza di altri uomini, hanno vissuto la perdita sulla loro pelle, hanno assaggiato il sapore agre del sangue, del dolore, della sconfitta, della privazione. Con sguardi forti, cuori imperterriti al loro battere, mani rovinate dal freddo e dal gelo, dai calli e dalle ferite. Ferite sedimentate non soltanto nel fisico quanto anche nell’anima.
La Tuti, ancora, non solo ci destina una vicenda che merita di essere letta e salvaguardata e che ci parla della nostra Storia ma ci dona anche uno scritto intenso e intriso di emozione. Con rapide pennellate dipinge scene evocative che toccano l’anima e dimostra una grande maturazione anche a livello stilistico. L’opera, infatti, è caratterizzata da una penna atta a rendere la sua essenza in periodi brevi, graffianti, magnetici e al contempo poetici. Se avete letto i precedenti lavori, ecco, scordateveli: questo è tutto un’altra cosa. È sempre lei ma in modo molto più maturo.
Un libro che merita di essere letto, che si fa divorare e che lascia il segno anche a distanza di tempo dalla lettura.

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