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Dieci piccoli indiani Dieci piccoli indiani

Dieci piccoli indiani

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Dieci persone estranee l'una all'altra sono state invitate a soggiornare in una splendida villa a Nigger Island senza sapere il nome del generoso ospite. Eppure, chi per curiosità, chi per bisogno, chi per opportunità, hanno accettato l'invito. Gli invitati non hanno trovato il padrone di casa ad aspettarli; hanno trovato invece una poesia incorniciata e appesa sopra il caminetto della loro camera. E una voce inumana e penetrante che li accusa di essere tutti assassini. Per gli ospiti intrappolati è l'inizio di un interminabile incubo.



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Dieci piccoli indiani 2020-11-06 16:12:08 GioPat
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GioPat Opinione inserita da GioPat    06 Novembre, 2020
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In qualunque momento abbiamo la morte alle spalle

Dieci persone vengono invitate per diversi motivi su un’isola da un certo Signor Owen. Gli invitati non si conoscono tra di loro e una volta arrivati scoprono che il signor Owen non c’è; ad attenderli vi sono solamente i due domestici i quali, come ognuno di loro, non hanno ancora conosciuto il proprietario della villa. In ognuna delle camere assegnate agli ospiti è appesa al muro una filastrocca che narra di dieci negretti i quali, uno dopo l’altro, muoiono in modi differenti. Gli ospiti dunque dovranno cercare di guardarsi le spalle per poter sopravvivere sull’isola e non subire la stessa sorte dei dieci negretti.

Uno dei racconti più famosi di Agatha Christie che qui mi ha lasciato, al pari di “Assassinio sull’Orient Express”, con il naso incollato alle pagine fino alla fine. Nei primi capitoli vengono introdotti tutti i protagonisti attraverso i loro motivi per cui sono stati invitati sull’isola. La trama è lineare, nonostante ci siano alcuni salti nel passato da parte dei personaggi che possono aiutare a comprendere meglio la loro forma mentis. Arrivati all’inizio dell’ultimo capitolo vi sono tante domande che possono aleggiare nella mente del lettore, tuttavia trovano risposta nell’ultimo, avvincente capitolo.

Lo stile mi è piaciuto: nonostante sia un libro scritto negli Anni ’30, l’ho trovato attuale per molteplici versi. Le frasi non sono difficili e i dialoghi presenti contribuiscono a far scorrere la lettura in modo lineare. Ho apprezzato che l’ultimo capitolo del libro venga presentato come Epilogo, il che potrebbe indurre il lettore a pensare che il racconto sia ormai terminato, il mistero sia stato risolto e ciò che si andrà a leggere sarà solo un post-racconto. Tuttavia arrivati all’Epilogo ci si accorge che in quel capitolo sono racchiuse tutte le spiegazioni inerenti quanto letto fino a quel momento.

Libro che consiglio assolutamente agli amanti dei gialli e della scrittura di Agatha Christie, poiché qui ho trovato un misto di tensione, spionaggio, mistero e colpi di scena che hanno reso questo libro il capolavoro che è oggi. Ogni capitolo induce il lettore ad iniziare quello successivo fino ad arrivare alle ultime righe del libro in cui vi è un finale inaspettato che mi ha personalmente lasciato a bocca aperta e che mi ha fatto capire perché l’autrice sia stata definita la regina del giallo.

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Dieci piccoli indiani 2020-10-23 13:31:00 SaRA8993
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SaRA8993 Opinione inserita da SaRA8993    23 Ottobre, 2020
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DIECI PICCOLI OMICIDI

Capolavoro della giallista per eccellenza Agatha Christie.
Dieci persone con dieci modi diversi vengono rintracciate dal misterioso signor Owen che li invita a presentarsi a Nigger Island, un’isola la cui forma ricorda quella di un uomo di origine africana. Un giudice, una donna timorata di Dio, un ex generale, un giovane e avvenente ragazzo, una governante, un maggiordomo e sua moglie, un medico, un ex capitano e un investigatore privato. tutti accusati di essere responsabili in un modo o nell’altro di omicidi.
Nessuno ha mai visto quest’uomo e la sua signora, nemmeno i maggiordomi e tutti i presenti si domandano il perché siano lì tutti insieme, in una casa gigantesca, in un’isola in cui del signor Orwen non c’è traccia.
Sulla parete sopra il caminetto nelle loro stanze c’è una pergamena con scritta una piccola filastrocca con un incipit: “Dieci piccoli negretti…” che narra di piccoli bambini che ad uno ad uno assaporavano la morte, tutti per cause diverse una dell’altra. Tutto incomincia a prendere senso quando piano piano, uno dopo l’altro, tutti gli ospiti di quella casa cominciano a morire esattamente come nella filastrocca, con le stesse modalità.
Era chiaro che qualcuno aveva architettato quella messa in scena per farli fuori tutti per chissà quale ragione ed escluso che fosse il signor Owen di cui iniziavano pure a dubitarne l'esistenza, tutti si convinsero che l’assassino era uno di loro e cominciarono a dubitare, a guardarsi come sospetti, a cercare di scovare da soli il traditore, a incolparsi a vicenda.
La filastrocca finì con l’ultimo piccolo negretto che si suicidò e così successe davvero anche per l’ultimo superstite di questa carneficina. Il finale chiarisce ogni dubbio.
Come per qualsiasi giallo che si rispetti la tensione rimane alta per tutta la durata della storia e come sempre tutto quello che può sembrare non lo è affatto in una crescente voglia di sapere come si sarebbe conclusa la storia che si insinua nell’animo del lettore, che potrebbe finire con il complimentarsi con l’assassino per la grandissima astuzia nel compiere quei dieci piccoli assassini che rientravano tutti nel suo piano malvagio architettato in ogni minimo particolare, senza che nessuno potesse sospettare nulla per tutta la durata del tempo.
Consigliato agli amanti del genere e di sicuro accanto al nome Agatha Christie la parola garanzia è la più giusta.

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Dieci piccoli indiani 2020-05-08 11:28:55 Don Luca
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Don Luca Opinione inserita da Don Luca    08 Mag, 2020
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Capolavoro moderno

Pur essendo io un profano del giallo, conoscevo già a grandi linee la storia di questo romanzo, in quanto negli anni è stato omaggiato, scimmiottato e anche parodiato. Avevo anche visto uno dei primi adattamenti cinematografici a scuola, in cui rimasi semplicemente affascinato e folgorato dalla trama e la sua originalità di giallo deduttivo.

Recentemente ho avuto occasione di recuperare il romanzo, ed è stato proprio come lo ricordavo; pur non rammentando i personaggi e l'assassino ma solamente l'ambientazione e la trama, ho potuto riscoprire "l'enigma della camera chiusa", e, se permettete, è una ficata pazzesca.

Non sono mai stato un fan dei polizieschi o dei noir, ma il giallo classico ha sempre attirato la mia curiosità, e, con questo mio primo approccio al genere, ora ho intenzione di proseguire verso questo indirizzo letterario. Perché la maestria con cui Agatha Christie ha messo in scena i personaggi e la trama, è semplicemente fantastica; tutti sono sospettabili e allo stesso tempo non si ha un'idea precisa dell'assassino, e tuttavia, cadono tutti uno dopo l'altro come tessere del domino.

Ora, se a livello tecnico è magistrale visto e considerato come tutto è stato messo in scena, il contenuto inserito non è da meno; l'autrice pone al lettore una riflessione sul concetto di giustizia, che, per malafede o per fortuita coincidenza, non è stata amministrata da un tribunale o un ente giuridico. Difatti, i personaggi sono tutti accusati di omicidio o di complicità nel delitto, ma sono stati prosciolti dalle accuse; il concetto di giustizia viene quindi a meno, ma solo per essere sottoposto a una attenta analisi di un contesto di iniziativa personale e illegittima.

Penso inoltre, senza tante cerimonie, che il finale sia uno dei più poetici che abbia mai letto.
Consigliato caldamente.

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Dieci piccoli indiani 2019-04-27 15:37:19 Valek
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Opinione inserita da Valek    27 Aprile, 2019

UN’ANALISI TRASVERSALE DI LIBRO E ADATTAMENTI

SPOILER
In questo articolo voglio analizzare alcuni aspetti del libro “Dieci Piccoli Indiani” di Agatha Christie, scritto nel 1939, e di due adattamenti dell’opera, rispettivamente per il grande e per il piccolo schermo: il film del regista Renè Claire, realizzato nello stesso anno di uscita del libro, e la recente miniserie televisiva, da tre episodi, realizzata nel Regno Unito nel 2015.

IL ROMANZO - Personalmente ritengo il manoscritto dell’autrice britannica un vero e proprio capolavoro, tecnicamente perfetto a livello di trama e di stile di scrittura.
Inoltre, ritengo che all’interno di qualunque vicenda narrata (in forma di libro, film, ecc.) sia richiesta una buona dose non solo di LINEARITÀ DI TRAMA, ma anche di LOGICA. E, nuovamente, non si può che inchinarsi alla schiacciante logica del finale del libro, dove la soluzione all’intricato enigma viene resa sotto forma di confessione del colpevole, restituita in una pergamena ritrovata in una bottiglia abbandonata al mare.
Gli elogi non si esaurirebbero qui, ma intendo sottolineare la più grande nota di merito del racconto, a parer mio, a partire da una critica.
La critica sta nella seguente domanda: la serie di delitti era davvero inevitabile? O, meglio, uno dei protagonisti della vicenda non sarebbe stato in grado di arrivare alla soluzione, usando un poco di intelligenza? Gli indizi a disposizione dei dieci piccoli indiani - e di noi lettori -, dopotutto, non mancavano… ma la risposta è negativa!
Per un piccolo indiano il cui crimine più grande è stato scoperto, si rende impossibile agire in modo lucido. Il solo personaggio che accarezza la verità è colui che non nega la propria colpa, ma che, però, non collega lo stile da tribunale dell’accusa al grammofono e le fredde e impeccabili ricapitolazioni dei fatti all’identità dell’assassino. Trattandosi di prove impugnabili per pochi istanti, dato il rapido susseguirsi dei tragici eventi, anche il più scaltro dei dieci non può che, infine, arrendersi, pur se dotato di pistola.
E noi lettori? Grazie ad un’attenta lettura avremmo potuto facilmente scoprire il colpevole? La risposta risiede nella prima lettura! Ecco, grosso modo, come è andata per gli amanti del genere e non solo: pagine divorate con avidità, lettura tutta d’un fiato conclusa in meno di due-tre ore, bramosia di arrivare al finale, nessun tempo o spazio per elaborare teorie o congetture, solo il desiderio di svoltare pagina per arrivare alla spiegazione dell’inspiegabile, del fiabesco, del mistico e della menzogna umana. Chi ha ingannato la giustizia è stato, ingiustamente, ingannato dal solo che non lo ha fatto.

IL FILM DI RENE' CLAIR - Il film del 1939 di Renè Claire rende un immediato omaggio al manoscritto della Christie, facendo l’opera fruibile al pubblico cinematografico. Dei diversi adattamenti successivi sul grande schermo, a parer mio, il lungometraggio di Renè Claire resterà il meglio riuscito, nonché il più fedele al romanzo, ad eccezione del finale.
Partiamo proprio da qui, dalla conclusione della vicenda, che se nella sostanza resta una pietra miliare della narrativa gialla, nella forma rappresenta una difficile sfida scenografica. Impossibile, difatti, restituire il finale del libro, col messaggio nella bottiglia. La stessa Christie, per adattamenti teatrali dell’opera, ideò un finale alternativo, in cui due indiani sopravvivono e ai quali il colpevole spiega lo svolgersi degli omicidi. Il finale del film di Claire percorre questa strada, fornendo una spiegazione delle vicende non dettagliata in ogni sfaccettatura come nel libro, ma esauriente e chiara, con i DOVEROSI FLASHBACK DI ALCUNE FASI DEI DELITTI.
Ottima la preparazione dell’alleanza tra i due personaggi chiave della vicenda, l’uno ignaro e l’altro colpevole, innocuamente mostrata prima della soluzione dell’enigma e successivamente approfondita nei flashback di cui sopra.
La filastrocca dei dieci piccoli indiani, di enorme importanza all’interno della storia, viene sufficientemente messa in risalto, grazie al brillante escamotage di intonarla come una sonata al pianoforte da parte di uno dei protagonisti, prima dell’accusa che dà il via alle morti.
Un’altra nota di merito al lungometraggio di Claire va all’aria di macabra comicità presente in alcune scene della pellicola: la faccia sempre ilare del colpevole, quasi paciosa; una sequenza in cui quattro personaggi si rincorrono a vicenda nei corridoi per poi sbattere l’uno contro l’altro, in una gag esilarante; l’agghiacciante - e al tempo stesso buffa - battuta finale di uno dei superstiti, che dice al barcaiolo sopraggiunto di “andare a chiamare gli altri ospiti”… Queste scenette alleggeriscono in modo sinistro l’atmosfera del film, che, d’altro canto, non suscita mai quel senso d’ansia che invece trasmette il libro e l’adattamento televisivo di cui si parlerà più avanti.
Nota negativa del lungometraggio, quindi, sta nella quasi totale assenza di suspense dal punto di vista strettamente stilistico, con la stessa colonna sonora che si ripete forse troppo, sebbene il climax sia presente con l’avanzare della trama. Il poco tempo a disposizione per il regista, inoltre, determina una scarsa introspezione dei singoli personaggi.
Per concludere, non posso che promuovere pienamente il film di Renè Claire, con una votazione di 9/10, con l’unica pecca di un’assenza scenica di tensione, dovuta anche agli stili registici dell’epoca (mai mostrato sangue o scene di violenza, bizzarra ma ininfluente contraddizione).

LA MINISERIE BRITANNICA - La miniserie britannica del 2015 “And then there were none” è un piccolo capolavoro, adattamento impareggiabile in termini di cast, fotografia e colonna sonora. Ma voglio subito iniziare dando il voto a questa versione del romanzo, che, nonostante ciò che è stato detto, non supera il 7/10…E adesso vi spiegherò il perché.
Prima di addentrarci nell’analisi, occorre specificare un aspetto estremamente rilevante. La miniserie è stata resa fruibile ad un vastissimo pubblico di spettatori, quelli televisivi, di cui molti non hanno avuto il privilegio di leggere il libro prima di approcciare allo sceneggiato, mentre altri – crimine grave – lo hanno letto una sola volta e se ne sono dimenticati… Hanno dimenticato la maniacalità dei dettagli, delle descrizioni, dei pensieri… La seguente analisi, perdonatemi, è dedicata solo a chi, come me, conosce ogni più insignificante virgola del manoscritto e che, dopo la scoperta di un’opera da tre ore dedicata al più grande romanzo giallo della storia, dopo un paio di scene, si sono commossi…ma, come dimostrarono i fatti, avevano torto…(cit.)
Come detto, gli aspetti scenici e televisivi sono eccezionali: cast di alto livello, colonna sonora che dà il giusto ritmo alla vicenda, ottima fotografia.
Inoltre, anche a livello di trama, lo sceneggiato è estremamente fedele al plot originale del libro. E l’incipit lo conferma subito: un flashback dell’ultimo piccolo indiano - cosa che si ripeterà -, quello macchiatosi del crimine più grave…ed al quale, giustamente, viene concesso il maggiore spazio in termini di approfondimento psicologico. Date le tre ore complessive di durata del telefilm (si tratta di tre episodi per un’ora ciascuno), non manca una buonissima introspezione anche degli altri personaggi.
Ottima la preparazione alla vicenda vera e propria, si diceva, fin dalle prime scene: l’arrivo dei diversi ospiti sul luogo dei futuri delitti, chi in treno, chi in automobile, e la traversata in battello. La precedente stesura a macchina da scrivere dei finti inviti mette i brividi: chi non conosce la vicenda troverà solo un guazzabuglio senza senso in quelle poche parole estrapolate da ciascuna lettera, chi già conosce anche i nomi dei mittenti si emozionerà (un nuovo invito a proseguire nell’analisi solo ai più accaniti fan). Un uomo, in una sala di registrazione, si domanda dubbioso se il disco che debba registrare sia davvero destinato ad una mess teatrale…e inizia il “J’accuse”.
Approfondendo ulteriormente il viaggio in treno, vengono fedelmente riproposti i primi inconsapevoli incontri tra i protagonisti, con, lasciatemi dire, la prima grande grave pecca di questo adattamento. Nel libro, infatti, a bordo del treno, un vecchio lupo di mare avverte un piccolo indiano sull’imminente tempesta in arrivo e sul fatto che il giorno del giudizio sia alle porte, concludendo con caparbietà il primo capitolo del manoscritto. Il tralasciare una scena del genere in una pellicola tanto lunga (non verrà riproposta nemmeno come flashback prima della morte dell’indiano in questione) è, a parer mio, un delitto mortale.
Parlando della filastrocca, viene data poca enfasi ai versi premonitori di morte, ma la filastrocca stessa, in sé, viene adeguatamente messa in luce, incorniciata non solo nelle stanze di tutti i dieci piccoli indiani ma anche in sala da pranzo, e più volte ripresa dalle telecamere.
Le premonizioni di morte vengono attribuite non tanto ai versi della filastrocca, oggettivamente difficili da memorizzare in un contesto non scritto, ma a frequenti allucinazioni in stile horror, che fanno la loro parte senza stonare.
Gli indizi vengono velatamente fatti trasparire – chiaramente chi conosce il libro è più che avvantaggiato – e la telecamera, negli attimi di tensione, lecitamente e a più riprese indugia sul colpevole.
I delitti vengono enfatizzati più che nell’adattamento di Renè Claire, tuttavia senza mai essere mostrati, né nel plot presente nè nei flashback. Questa singolare scelta, data la lunghezza della pellicola, fa storcere il naso in almeno un paio di circostanze, in quanto la totale mancanza della parte investigativa (il detective lascia spazio alla paranoia) avrebbe permesso un maggiore focus sulla parte macabra della storia. Specialmente nel secondo episodio della serie, invece, le morti si susseguono troppo rapidamente e, quasi, senza essere mostrate nè spiegate.
I rapporti fra i personaggi vengono grosso modo rispettati. Ad altri contesti di dibattito la storia d’amore inscenata tra due personaggi, nel libro sottointesa ma mai esplicitata. Data la conclusione della vicenda amorosa in questione, forse, sarebbe stato opportuno attenersi più rigidamente al libro. Ma si concede una licenza alla regia per questa scelta.
Arriviamo, ora, ad un grandissimo dilemma su una particolare scena inserita nell’ultimo episodio della serie, ancor prima dell’altrettanto discutibile scena finale. Il contenuto di quanto segue vuole essere una critica esclusivamente sulla funzionalità delle due scene precedentemente citate, in quanto l’esistenza della prima (una festa improvvisata tra gli ultimi quattro superstiti, ormai succubi dell’inevitabile), SEQUENZA AZZECCAT MA NON PRESENTE NEL LIBRO, riduce inevitabilmente la completezza della seconda (la grande rivelazione finale). Un buon compromesso sarebbe stato allungare di dieci minuti la pellicola…ma così non è stato. E ora passiamo ad analizzare singolarmente queste due fondamentali sequenze.
La prima, come detto, consiste nell’improvvisazione di una festa per sminuire la pazza tensione presente tra gli ultimi quattro superstiti, consci del fatto che si sarebbero apprestati a vivere la loro ultima notte. Spazio quindi ad alcol, fumo e droga (gentilmente offerta da un piccolo indiano deceduto). E la musica. In un cocktail paranoico lo spettatore assiste incredulo ma compiaciuto – vale anche per i fan accaniti – ad una scena nuova, mai vista né letta, il cui significato morale è azzeccatissimo, mentre non lo è la verosimiglianza della scena stessa. La musica che il telespettatore sente non è colonna sonora, è quella ballata all’ interno della storia da quattro persone che entro dodici ore sarebbero state uccise nei modi più assurdi, mentre in sottofondo riecheggia sinistra l’accusa al grammofono. Se ne vanno così dieci minuti di pellicola che revocano quel tono di macabra ilarità che Renè Claire aveva sapientemente conferito al suo lungometraggio, spalmata in più scene, senza però commettere l’errore che questa brillante miniserie si riserva negli ultimi minuti: una ricapitolazione dei fatti frettolosa nella scena finale, che lascia l’amaro in bocca tanto agli spettatori ignari dell’identità dell’assassino e del reale svolgersi dei fatti (vi avevo detto di andarvene!) sia a chi già sapeva.
Arriviamo così ad analizzare la scena finale dell’ultimo episodio della serie, il dipanamento di una matassa oggettivamente difficile da rappresentare tanto al cinema quanto in televisione, come già detto. La scelta degli autori del telefilm è quella di seguire fedelmente, fino all’ultimo, la storia originale: “…ad un pino si impiccò e nessuno ne restò”. Conclusa la lettura del romanzo, si poteva immaginare il colpevole nascosto nell’ombra, che assisteva da dentro un armadio o da dietro ad una porta all’auto-impiccagione dell’ultimo piccolo indiano, per poi mettere in scena il proprio omicidio dopo aver scritto e consegnato al mare la propria confessione. Come tradurre tutto ciò? Irrompendo nella stanza dopo che il cappio è stato infilato al collo, puntando la pistola all’ultima vittima e spiegando, con calma, il dipanarsi degli eventi, i motivi delle azioni e delle punizioni, gli inganni perpetrati e l’alleanza decisiva con una vittima ignara. Ma qui lo scivolone… accade tutto come previsto per una resa scenica, ma l’ultimo indiano, angosciato dall’improvviso arrivo del colpevole, scivola e resta in bilico col fiato in via di estinzione sulla sedia rovesciata. Scelta che compromette pesantemente, e in peggio, la velocità e la facilità di comprensione della spiegazione finale. Lo spietato serial killer dà una sommaria spiegazione dei fatti e di come lui, il solo innocente, abbia ingannato e ucciso coloro che avevano ucciso e poi avevano ingannato. Infine egli allontana spietatamente la sedia rovesciata da sotto i piedi della vittima, ultimo appiglio di vita del decimo piccolo indiano. Lo spettatore ignaro assiste impotente al suicidio finale del colpevole, scenograficamente accettabile, chiedendosi come mai siano andati i fatti. Chi invece sa tutto resta senza ombra di dubbio grato alla realizzazione di una sì tanto encomiabile adattazione di una leggenda che, come tale, resta inimitabile anche nella sua perfezione di stile e di logica delle vicende narrate.

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Il signore delle mosche
Il nome della rosa
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Dieci piccoli indiani 2018-08-09 18:30:06 Cathy
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Cathy Opinione inserita da Cathy    09 Agosto, 2018
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"E poi non rimase nessuno"

È un giorno di agosto del 1939 e otto sconosciuti si ritrovano sulla costa del Devon per imbarcarsi su un battello e raggiungere Nigger Island, una minuscola isola sperduta in mezzo al mare che deve il nome alla sua forma, curiosamente simile alla testa di un nero. Ciascuno di loro, per una ragione diversa, ha ricevuto un invito a recarsi sull’isola da parte dei misteriosi signori Owen, marito e moglie, che nessuno ha mai visto e di cui non si sa nulla se non che hanno acquistato Nigger Island e l’unica abitazione che vi si trova, una villa elegante e moderna costruita dal precedente proprietario. Giunti sull’isola, gli ospiti non trovano traccia degli Owen e ad accoglierli ci sono soltanto il maggiordomo e sua moglie, per un totale di dieci persone, tutte molto diverse tra loro per età, occupazione, storia personale, e convinte di non avere nulla in comune se non la convocazione improvvisa sull’isola. Ciascuno di essi, invece, nasconde un oscuro, terribile segreto e quando i dieci piccoli ospiti di Nigger Island iniziano a morire misteriosamente uno dopo l’altro, come i dieci piccoli indiani di un’inquietante filastrocca appesa al muro in tutte le stanze della villa, come le dieci piccole statuine di indiani che fanno bella mostra di sé sul tavolo della sala da pranzo e che scompaiono una dopo l’altra, un morto dopo l’altro, diventa chiaro che un folle, un omicida seriale o un macabro giustiziere ha orchestrato un gioco terribile, un lungo, spaventoso incubo ininterrotto dal quale, forse, nessuno può uscire vivo.
Isolata da una tempesta, tagliata fuori dal mondo esterno, immersa in un’atmosfera surreale e allucinata, Nigger Island si rivela una trappola a cielo aperto, priva anche della consueta, rassicurante presenza di un investigatore, garante del principio che prima o poi l’omicida sarà smascherato e punito e l’ordine e la ragione ripristinati. Nell’incubo dei dieci piccoli indiani, intrappolati sull’isola come nelle loro coscienze macchiate dalla colpa, la ragione è sospesa e l’unico ordine esistente è quello stabilito da una misteriosa, inconoscibile coscienza superiore – U.N. Owen, “unknown”, “sconosciuto” – che sovrasta tutte le altre, incarnazione pura e terribile della giustizia, e che le giudicherà una ad una, impassibile, fino all’ultima riga della filastrocca che scandisce il tempo sospeso e irreale di Nigger Island: “e poi non rimase nessuno.”

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È un classico imprescindibile, soprattutto per chi ama il genere mystery. Consigliato a tutti.
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Dieci piccoli indiani 2018-04-28 17:08:10 deborino
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deborino Opinione inserita da deborino    28 Aprile, 2018
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DIECI PICCOLI NEGRETTI

Premetto che questo è il secondo libro di Agatha Christie che leggo dopo "Assassinio sull'Orient Express".
Che dire? Non ci sono parole per descrivere la genialità di questa autrice che non aveva mancato di stupirmi nell'altro libro ma in questo veramente si è superata.
In fin dei conti si tratta del suo libro più famoso.
Fra l'altro nella mia versione c'è una spiegazione della biografia dell'autrice, del particolare periodo della sua vita mentre scriveva questo giallo e a seguire anche l'elenco dei film basati su esso.
La cosa che ho più trovato interessante è che il vero titolo è "Dieci piccoli Negretti" e non "Dieci piccoli Indiani" ma il titolo è stato poi cambiato negli anni '70 perché "Negro" è considerata una parola dispregiativa nei confronti delle persone di colore.
All'interno del libro, però, tutto parla di negri a partire dall'ambientazione: Nigger Island.
Detto questo, la storia parla di dieci persone tutte sconosciute tra l'altro e di diverse classi sociali che vengono invitate da diverse persone a loro poco conosciute su questa isola per una vacanza.
Una volta arrivati, scoprono che il padrone di casa non c'è e trovano una inquietante filastrocca nella camera di ognuno che parla della scomparsa di dieci piccoli negretti.
Da subito iniziano a succedere cose inquietanti, tutte legate alla poesia e il lettore si crea mille ipotesi ma il finale pare inspiegabile e quasi paranormale se non ché......
Consigliatissimo.

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Libri gianni, thriller
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Dieci piccoli indiani 2018-02-06 21:04:29 siti
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siti Opinione inserita da siti    06 Febbraio, 2018
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Giustizia!?

Chiaro e lineare e conturbante; senza l’epilogo mi avrebbe posto nell’imbarazzo di chi generalmente non capisce i gialli, pur sforzandosi con tutto il suo essere di carpirne la logica che li sorregge. Posso trionfalmente asserire che ho capito chi è l’assassino! Grazie Agatha per la gentile concessione.
Tolto questo peso, esprimerò alcune considerazioni in merito alla piacevolezza: sono infatti perfettamente consapevole di essere stata finora tra quei pochi che non conoscono la trama nel dettaglio; rispetto però i superstiti e non ne parlo.
Il romanzo si legge velocemente e ha un ritmo serrato, a spirale, che echeggia il dipanarsi dell’extratesto sul quale è basata la trama: la filastrocca. Tende a morire col suo naturale evolversi in un ritmo decrescente da dieci a zero. Questo ritmo, purtroppo, non lascia spazio a nessuna introspezione psicologica e allora quando, all’inizio, muore la governante della villa rimango interdetta dalla mancata reazione emotiva del marito che continua tranquillamente ad assolvere le sue funzioni volte a garantire la massima ospitalità a nome del misterioso padrone della villa. Successivamente questa sbavatura viene brillantemente oscurata dalla maestria con la quale la scrittrice riesce ad alimentare un crescendo di tensioni, di paura, di sospetto fino a giungere al tutti contro tutti , pertanto l’ombra svanisce e mi rimane un giudizio finale che all’opposto riconosce proprio ciò che misconosceva.
La trama è inoltre basata su uno spunto riflessivo che mi intriga e che altri autori da me apprezzati hanno, con mezzi e fortune diverse, percorso: il valore della giustizia terrena, la sua imprecisione, la sua finitezza, la sua assurda fallibilità. E allora a catena si va a indagare gli spettri nei vissuti e nelle coscienze altrui, di quelle persone che per circostante fortuite e casuali riescono ad eluderla, la giustizia. Emerge infine la figura di un giustiziere che altro non può essere se non un pazzo, mitomane e pure narciso. Buona lettura.

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Dürrenmatt
Sciascia
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Dieci piccoli indiani 2017-06-20 10:12:01 Il Nido Del Gufo
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Il Nido Del Gufo Opinione inserita da Il Nido Del Gufo    20 Giugno, 2017
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Il Giallo, ma non per eccellenza (ed è un bene)

Senza aver mai letto la Christie (ma forse un giallo nel vero senso del termine) ho approcciato la lettura di Dieci Piccoli Indiani.
Particolare non trascurabile, non sapevo come andava a finire, cosa che purtroppo succede spesso quando si affrontano libri di questo genere (immagino).

Partendo dallo stile, mi sono reso subito conto di come la Christie si sia sforzata di rendere la narrazione il più agile, densa e veloce possibile. Tutti i particolari non strettamente inerenti o utili alla trama vengono lasciati dal parte, consegnandoci una narrazione frenetica e febbrile, come l'atmosfera che già dopo pochi minuti dal loro arrivo respirano gli ospiti di Nigger Island.

Avrei preferito, lo riconosco, un romanzo più ricco, dettagliato e psicologicamente fine. I personaggi dopotutto (lo dice il titolo stesso) sono dieci, e caratterizzarli in maniera meno stereotipata e "facile" avrebbe reso forse la lettura più difficile ma certo più interessante, anche dal punto di vista critico.

Tuttavia, ci sono alcune cose, in questo libro, che lo rendono originalissimo, speciale e intrigante. A partire dalla struttura della "camera chiusa", forma narrativa in cui (ho letto) la Christie è maestra assoluta. E non si fa fatica a crederlo, tutto è estremamente congegnato nei minimi particolari. La successione delle uccisioni è metodica, strutturata e il fatto che il colpevole possa essere solo uno dei presenti rende la cosa ancora più inquietante.

Mi ha molto sorpreso in positivo la mancanza in questo libro della figura catartica del "detective", che nei gialli spesso rappresenta una sorta di antidoto umano alla paura cieca delle vittime e all'intelligenza spietata e senza scrupoli (spesso venata di follia) dell'assassino. Qui sono tutti potenziali vittime e potenziali assassini, laddove il confine tra il bene e il male diventa dunque fluido: come presto si scoprirà, nessuno nel libro è innocente e nessuno è davvero colpevole. Ma un colpevole dev'esserci, e il finale straordinario di questo libro lo mette in luce con sorprendente abilità.

Una lettura, per concludere, certamente magnetica e piacevolissima, ma troppo breve e scarna. Fosse stato un romanzo di cinquecento pagine, sarebbe un vero capolavoro. E' un peccato che la Christie abbia quasi scientificamente deciso di rimanere nell'ambito del romanzo di genere (che non è un insulto, ma una constatazione), e non abbia tentato la via della letterarietà più ampia. Avrei molto apprezzato una vera riflessione sul tema della colpa (Kara, in russo, da cui i Karamazov, dallo scrittore che meglio di tutti gli altri ha trattato l'argomento) e sull'espiazione attraverso la vendetta...

Ma sono riflessioni da vecchio (ho 27 anni, ma ci si nasce) barbagianni appassionato di Critica Letteraria. Leggete questo bellissimo giallo e non pensate ad altro che svelare il mistero, non ve ne pentirete :)

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Gialli, Thriller e vuole vedere "come si fa"
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Dieci piccoli indiani 2017-01-29 17:40:37 Rollo Tommasi
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Rollo Tommasi Opinione inserita da Rollo Tommasi    29 Gennaio, 2017
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L'ultima spiaggia

“C'era qualcosa di magico in un'isola: bastava quella parola a eccitare la fantasia. Si perdeva il contatto col resto del mondo, perché un'isola era un piccolo mondo a sé.”

Nigger Island non è poi tanto lontana dalla terraferma, raggiungibile con relativa facilità se le condizioni del tempo (e del mare) non sono avverse. Ha una caratteristica che la rende particolarmente invitante, per persone della più diversa estrazione sociale: si vocifera che l'intera isola e l'imponente villa, unica costruzione che vi sorge, siano state acquistate da un miliardario.
Un'insegnante di educazione fisica, un medico, un giudice e un generale entrambi in pensione, un aitante giovanotto amante dei motori, una vecchia zitella di salda fede religiosa, un avventuriero, un poliziotto in incognito, una coppia di coniugi reclutati in qualità di maggiordomo tuttofare e di cuoca. Dieci persone che ricevono un invito personalizzato, all'insaputa l'una dell'altra (fatta eccezione per i due della servitù, ovviamente), e destinate a riunirsi sull'isola in un determinato giorno. Dieci persone che sbarcano, si osservano l'un l'altra, combattute tra la curiosità per i tipi umani e il fastidio per una convivenza che si preannuncia coatta. Dieci persone che si studiano, come non abbiano nulla in comune.
E invece qualcosa che le accomuna c'è: la voce che si diffonde nella sala, subito dopo la prima cena del gruppo, accusa ciascuno di loro di una colpa precisa e incancellabile: l'essersi macchiati – in tempi, luoghi e modalità diverse – di omicidio.
La prospettiva del soggiorno cambia del tutto, e si trasforma in un incubo collettivo: come mai i padroni di casa, il signor e la signora Owen, non sono ancora arrivati? Che significano quelle dieci statuine nel bel mezzo della tavola da pranzo? E come mai in tutte le stanze degli invitati vi è una copia della filastrocca sui “dieci poveri negretti”, che insieme “se ne andar” e poi “nessuno ne restar”? Quale squilibrato inciderebbe quella serie di indimostrate accuse su un disco, per farla girare sul grammofono ad un dato momento della sera?... Esistono davvero un signor e una signora Owen?...

“Quel che c'è di buono nelle isole è che, quando vi si arriva, non si può andare oltre, si è giunti come a una conclusione...”

Quasi 80 anni fa, nel 1939, Agatha Christie scrive “Dieci piccoli indiani” (chi ritiene questo libro superato dovrebbe spiegare il perché delle sue numerose trasposizioni cinematografiche – l'ultima nel 2015, con Miranda Richardson e Sam Neill tra gli altri – ma soprattutto dovrebbe fare i conti col fatto che è il libro giallo più venduto d'ogni tempo).
Non dirò che è un libro perfetto: non lo è. Sostengo, però, che è un libro assolutamente geniale, non solo per la soluzione che offre, ma in quanto lo è dal primo all'ultimo capitolo.
La sua genialità sta principalmente in una ragione che trascende l'essenza di un giallo (e da ciò si potrebbe argomentare che è un capolavoro a prescindere dal genere a cui appartiene): è un'opera di enorme sottigliezza nell'analisi psicologica, che prende a pretesto una situazione-limite per scandagliare la parte più profonda e buia dell'animo umano, il suo atteggiamento ambivalente di fronte alla contrapposizione tra bene e male; lo fa nel corso di una vicenda in continua evoluzione, man mano che i “dieci poveri negretti” soccombono alla determinazione dell'inafferrabile Mr.Owen (rigorosamente uno per volta, rigorosamente nel modo indicato dalla filastrocca, puerile ma spietata).
Diffidenza nel prossimo e conflittualità, colpa e senso di giustizia, paura e rimorso: per far risaltare questi risvolti della natura umana – affinché il lettore quasi li tocchi – la scrittura della Christie risulta ancor più asciutta ed affilata del solito. E raggiunge uno dei suoi momenti più alti (“tecnicamente” il più alto in assoluto, sosteneva la regina del giallo), come più o meno accaduto in “Assassinio sull'Orient Express”, “L'assassinio di Roger Ackroyd”, “Sipario”... veri e propri capolavori d'ingegno, destinati a stupire il lettore.
Già... il lettore: procede di capitolo in capitolo e viene sorpreso da ogni nuovo snodo della storia, salvo pensare subito “ma certo! Era la cosa più logica”. Appunto: era la cosa più logica... però non ci aveva pensato. Una lettura fulminante, che è un'impresa abbandonare.
Un giallo che aspira alla perfezione sembra a suo modo un teorema di geometria. Agatha Christie, con questo libro, lo dimostra.

“Noi contiamo su quel battello perché ci porti via dall'isola... E questo è il punto: noi non dobbiamo lasciare l'isola... Nessuno partirà mai...”

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i libri di Agatha Christie menzionati nella recensione, ma, più in generale, altro della sua produzione letteraria.
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Dieci piccoli indiani 2016-11-28 07:49:53 martaquick
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martaquick Opinione inserita da martaquick    28 Novembre, 2016
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Uno splendido giallo che tiene incollati alle pagine.
Questo piccolo capolavoro della Christie sebbene ormai sia datato non ha nulla da invidiare agli odierni thriller e gialli, anzi semmai dovrebbe essere preso da esempio perchè nella sua semplicità e continua suspance è veramente un libro ipnotico e splendido.
I personaggi diversi tra loro ma con in comune la macchia di colpa che si sono creati in passato, sono ben delineati e non si può che condividere in parte la decisione dell'assassino di punirli per i loro peccati.
La continua ricerca dell'assassino tra i protagonisti ti rende parte del giallo come se fossi anche tu un'invitato a questa macabra festa e la rivelazione finale è totalmente inaspettata, un colpo di genio.
Una specie di esperimento sociale sembra voluta dal killer e dall'autrice e si può dire che riesce perfettamente.

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