Narrativa straniera Racconti Gli inconvenienti della vita
 

Gli inconvenienti della vita Gli inconvenienti della vita

Gli inconvenienti della vita

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Queste storie raccontano due diverse e molto singolari forme di inquietudine: il malessere sottile che si allarga come una crepa nella vita in comune di due uomini, e la lunga guerra «misteriosa e mai dichiarata» in cui può trasformarsi un matrimonio di vecchia data. Le due coppie non potrebbero essere più distanti: lo scrittore in crisi creativa che divide un appartamento a Tribeca con un avvocato in carriera, e i due pensionati di una spenta cittadina di provincia, dove gli unici eventi degni di nota sono le periodiche inondazioni del fiume e gli appuntamenti della chiesa metodista. Casi da cui emana la sensazione di «un vivere fasullo, rabberciato, sempre lì lì per implodere o franare»; e infatti, sotto la superficie, questi rapporti vanno in pezzi davanti ai nostri occhi, lasciandoci attoniti e frastornati. Solo Peter Cameron sembra avere ancora il coraggio, e la forza stilistica, di trasformare storie simili in opere di varia lunghezza, fatte di dettagli che riconosciamo, e del vuoto spesso atroce che li separa. Perfette trappole narrative in cui scivolare è facilissimo, e istantaneo rimanere prigionieri. Senza però provare il desiderio di liberarsene.

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Gli inconvenienti della vita 2019-02-07 17:09:50 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    07 Febbraio, 2019
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Solitudine anestettizzante

«”Perché ci sono cose che non si possono aggiustare, come il piatto che mi è caduto ieri sera. Ci sono troppi pezzi, oppure sono troppo piccoli. Forse anch’io non sono riparabile.
Non è vero Theo, non dire così. Tu non sei un piatto.
Lo siamo tutti. E siamo in attesa di romperci.
[…] Stefano se ne era andato e l’appartamento era quasi buio. Era ora di accendere altre luci.”» p. 52/53

Due storie ben diverse tra loro eppure altrettanto simili e vicine sono quelle racchiuse in “Gli inconvenienti della vita” di Peter Cameron. Due storie, una intitolata “La fine della mia vita a New York”, l’altra denominata “Dopo l’inondazione”, accomunate da un profondo senso di abbandono. Theo, protagonista insieme a Stefano della prima vicenda, a seguito di un incidente stradale perde il suo impiego da insegnante e al contempo perde anche il desiderio di scrivere. Lui, che amava far del lemma il suo lavoro e che in libreria era riuscito ad arrivare con un volume forse un po’ strano e dalle vendite modeste ma dall’ottimo riscontro della critica, lavora da ben undici anni a un testo che ha praticamente abbandonato. Perché le parole, quelle come il desiderio, si sono allontanate da lui. E se all’inizio si trattava di un qualcosa di passeggero che era però affiancato dalla volontà di ricominciare un giorno a buttar giù quel componimento, adesso quell’aspirazione è un qualcosa di ancora più irraggiungibile, irrealizzabile. Stefano, al contrario, si è costruito una realtà fatta di apparenza, di impegni fittizi, di fragilità imminenti.
Poi ci sono gli Escobedo, una coppia di anziani con un grave lutto alle spalle, giunta la primavera successiva all’inondazione presso i loro ospiti, perché con il fenomeno naturale occorso avevano perso tutto. Da qui ha inizio una convivenza forzata che spaventa e intimorisce per ragioni diverse e mutevoli nel trascorrere del tempo. Se all’inizio questo poteva essere determinato da una mancata confidenza, da un mancato feeling, di poi, diventa ben altro perché capace di portare alla luce quel senso più intimo di inadeguatezza personale che talvolta crediamo superato o vinto ma che in realtà si cela nelle nostre profondità per far ritorno alla luce quando meno ce lo aspettiamo. La sensazione di soffocamento, di anestetizzazione, è prorompente. L’incontro protratto con l’altro sconosciuto nella nostra dimensione sembra riuscire a farci dimenticare chi siamo, quasi come se le nostre due entità si fossero fuse, confuse, tra loro, perdute.
Tante tante domande quelle che echeggiano nella mente dei vari personaggi a cui purtroppo assai scarse sono le risposte. Tra silenzi, omissioni, incapacità a relazionarsi, apparenze, vite fasulle costruite su castelli di carta, ripetitività di una quotidianità schiavizzante dove ogni desiderio è obliato, ha luogo il componimento di Cameron.
Uno scritto pervaso da un grande senso di malinconia, dalla persistente sensazione di abbandono e dove ogni tassello si incastra perfettamente all’altro grazie ad una ricca e erudita autoanalisi. Un percorso dove l’aspetto sentimentale e emotivo dell’essere umano si mixano all’aspetto psicologico e interiore di ciascun attore. Poiché ognuno è prigioniero di quella ingannevole e effimera esistenza costruita, una vita da cui è impossibile scappare, a cui è impensabile ribellarsi, a cui è rivolto uno sguardo inerme a fronte di quella inesorabile vertigine di cadere. Perché ci si è spinti troppo oltre per poter tornare indietro, perché ci si è spinti troppo oltre per non essere costantemente in equilibrio su un bilico ormai deteriorato.
Magnetico, ricco di spunti di riflessione, dalla penna preziosa e capace di accompagnare il conoscitore pagina dopo pagina con straordinaria rapidità.

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Gli inconvenienti della vita 2018-12-22 05:29:05 68
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68 Opinione inserita da 68    22 Dicembre, 2018
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Vite incolmabili

Un senso di abbandono, dalla vita, dalle cose, da se stessi, accoglie i protagonisti di questi due lunghi racconti distanti per luogo, età dei protagonisti , identità sessuale, temi, prospettive di vita, ma con un senso condiviso, la certezza di essersi spinti oltre e che vi siano diversi modi di cadere.
Da una parte un avvenimento a sconvolgere l’ evidenza, insieme alla perdita del lavoro e dell’ ispirazione letteraria, dall’ altra una convivenza forzata che scoperchia qualcosa di sconosciuto ma da lungo tempo presente, con un senso di inadeguatezza personale che ritorna.
Cameron svela una scrittura di sentimenti, intima, delicata, relazionale, anche analisi fattuale che riversa contenuti inattesi sugli stessi protagonisti, impreparati al cambiamento e turbati dalla verità.
In loro si acuisce un senso di soffocamento, la consapevolezza di una identità perduta o solo anestetizzata dalla moderazione di relazioni protratte ed ormai scontate o divenute tali ai propri occhi, in tutt’altro affaccendati.
Talvolta la conoscenza protratta e la forza dell’ abitudine spezzano il sogno generando noia, smarrimento e senso di vuoto. Quale la causa, una anestesia personale e coniugale, circostanze accidentalmente avverse, la paura dell’ altro e di se’?
Trattasi del maledetto giuoco della vita, molte domande, poche risposte, nel mezzo gli anni trascorsi, tra invisibilità, menzogne, quiete, carenze relazionali, sonnolenza, ripetitivita’.
In “ La fine della mia vita a New York “, Theo, uno scrittore in piena crisi creativa ed identitaria, senza lavoro e con un senso di colpa per un incidente mortale da lui causato anni prima in stato di ebbrezza, esiliato dalla sua stessa vita e da se stesso, ridiscute il legame affettivo con il compagno Stefano ed una vita fasulla, pronta ad implodere e a franare nel cuore di una metropoli sempre più difficile ed inospitale, spaventato dal futuro, preoccupato dal presente, in un mondo fragile ed inconsistente, anche se qualcosa rimane e soprattutto qualcuno da amare.
In “ Dopo l’ inondazione “ una anziana coppia con un tremendo lutto alle spalle vive giorni ripetuti nella quiete di una tranquilla cittadina di provincia finché un avvenimento funesto, inaspettato, caritatevole, la consegna alla convivenza forzata con una famiglia di sfollati senza tetto.
Giorni diversi, incastri ancora da definire ed un senso di comunanza mai posseduto. Certezze svanite, domande mai poste, il desiderio di altro, una esistenza che volge al declino d’ improvviso scossa e mutata.
Un nuovo mondo relazionale ed una vicinanza insperata in una vita che avrebbe potuto essere altro ed ha vissuto l’ anomalia di quei giorni e di quei momenti, presto svaniti, senza il coraggio di agire e di vivere; il ritorno alla “ normalità “ inseguirà tutte le cose non dette e non fatte.
Due racconti rappresi in un bagno sentimentale e psicologico, riflessione protratta oltre la semplicità ed il dolore degli accadimenti, prigionieri delle proprie esistenze, spesso inermi, vite con vuoti e buchi incolmabili, e per raggiunti limiti di età, e per costruzione delle stesse, e per esaurimento delle forze psico-emozionali , lasciando un senso di fragilità onnipresente in una linea di continuità difficilmente modificabile.

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