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Racconti di Pietroburgo
 
Racconti di Pietroburgo 2018-05-28 09:29:19 kafka62
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kafka62 Opinione inserita da kafka62    28 Mag, 2018
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CINQUE GIOIELLI DI BEFFARDA UMANITÀ

Rispetto a “Le anime morte” ne “I racconti di Pietroburgo” si evidenzia un’intenzione sociologica più marcata. In queste pagine, l’osservazione “microscopica” dell’umanità si fa ancora più infinitesimale, e il tono della narrazione meno distaccato ed estraneo, nonostante che Gogol, con il suo solito stile ironico e beffardo, ostenti di non prendere sul serio i drammi, piccoli o grandi, dei protagonisti. I cinque racconti possono essere letti come altrettante tragedie del quotidiano, in cui l’aspetto realistico viene sempre più frequentemente sostituito, laddove la deludente realtà rivela il bisogno inconscio di un suo superamento fantastico, da quello romantico. Il romanticismo di Gogol (fatta eccezione forse per “La prospettiva Nevskij”) è comunque abbastanza atipico, dal momento che la realtà non viene trascesa per mezzo del nobile impulso della fantasia o del sogno, ma è subita come impossibilità di un innalzamento, sia pure a livello ideale, che permetta di guardarla dall’alto in basso. I personaggi dei “Racconti” sono irrimediabilmente immersi in situazioni degradanti, di cui la preoccupazione per la propria posizione sociale rappresenta forse l’elemento determinante.
Ne “Le anime morte” Gogol aveva messo in evidenza questo significativo aspetto, dimostrando come l’uomo russo tratti le altre persone esclusivamente in base alla loro importanza sociale e a costoro, con metamorfosi stupefacenti, adatti il suo aspetto, il suo modo di parlare e di muoversi, il suo comportamento. “Un francese o un tedesco… parlerà quasi con la stessa voce e con lo stesso linguaggio sia ad un milionario, sia ad un piccolo tabaccaio, mentre tuttavia dentro di sé, si capisce, s’inchinerà convenientemente davanti al primo. Da noi non è così; da noi vi sono dei sapienti i quali con un proprietario di duecento anime parleranno in tutt’altro modo che con uno di trecento, e con quello di trecento in modo ancora diverso che con uno di cinquecento, e con quello di cinquecento altrimenti che con colui che ne ha ottocento; insomma, dovesse arrivare anche al milione, troverebbe sempre qualche sfumatura”. Ne “I racconti di Pietroburgo”, questa curiosa peculiarità si rivela drammaticamente per quello che effettivamente è: un subdolo condizionamento che finisce per schiacciare sia coloro che sentono la propria collocazione nella scala sociale come un motivo di perenne insoddisfazione, sia coloro che sono invece pienamente compresi della propria funzione gerarchica. Si pensi all’”importante personaggio” de “Il cappotto” che “scorgeva talora il vivo desiderio di prendere parte a qualche conversazione interessante o di mescolarsi a un circolo di persone; ma c’era un’idea che lo tratteneva: non sarebbe stata troppa degnazione da parte sua, non sarebbe parso troppo confidenziale, non avrebbe con ciò abbassato la propria posizione?”. Con simili presupposti, non deve stupire che un semplice consigliere titolare, non appena viene nominato direttore di una piccola cancelleria distaccata, innalzi un tramezzo e si faccia una stanza personale, chiamandola pomposamente “stanza d’udienza”, sebbene sia difficile farvi entrare anche una scrivania di normali dimensioni
Questi esasperati comportamenti sociali, che Gogol attribuisce alla Russia ottocentesca, ma che in realtà si ritrovano anche nel nostro mondo contemporaneo, degenerano in situazioni paradossali e morbose nei racconti del “Diario di un pazzo”, de “Il naso” e de “Il cappotto”. Il protagonista del “Diario di un pazzo”, Popriscin, è un modesto lacchè, uno dei tanti umili impiegati che riempiono le pagine di Gogol. La sua dissociazione mentale nasce dalla giustapposizione di due distinti stati d’animo: da una parte egli accetta e fa propria la tendenza a giudicare gli altri in base alla posizione sociale (egli disprezza infatti il ceto del basso popolo e dei mercanti), dall’altra soffre per la propria infima e abietta condizione. L’aspirazione ad avere una rispettabile posizione nella società viene così vissuta come una continua, lacerante frustrazione: avendo egli accettato le regole del gioco, egli avverte l’impossibilità di migliorarsi socialmente come una irreparabile sconfitta. Il rifugio nella follia è quindi l’unica evasione possibile da una vita vuota e meschina, in cui lo scarto tra realtà e ideale si è fatto insostenibilmente grande.
Analogamente, ne “Il naso”, l’assessore di collegio Kovalev, così fiero del suo ruolo (“poteva ancora lasciar passare tutto ciò che si diceva di lui personalmente, ma non poteva assolutamente sopportare le allusioni che si riferivano al suo grado o al suo titolo”), è vittima dell’alienante paura di perdere la propria precaria identità, faticosamente raggiunta attraverso la scalata della scala gerarchica. Non è un caso che il tema del naso staccato dal resto del corpo si trovi già nel “Diario di un pazzo” (“Per giunta… la luna è una sfera così fragile, che gli uomini non ci possono abitare, e così adesso ci vivono soltanto i nasi. E questa è la ragione per cui non possiamo vedere il nostro naso: i nostri nasi infatti si trovano sulla luna”): il riferimento psicanalitico mi sembra irrefutabile.
Il contrasto tra realtà e ideale, che per Popriscin e Kovalev è rappresentato dal miraggio della rispettabilità sociale, per il protagonista de “Il cappotto” è simboleggiato invece da un soprabito nuovo, il possesso del quale, frutto di anni di piccole economie, diventa all’improvviso lo scopo della sua vita, emblema di un improbabile riscatto umano. L’illusione che si affaccia per un istante nell’esistenza di Akakij Akakievic e gli fa intravedere, dopo tanti anni anonimamente trascorsi nel fango, il cielo di una luminosa felicità, è fatale al pover’uomo: il furto del cappotto lo conduce alla “morte per disperazione”. Akakij, che rappresenta un livello di umanità miserrimo, asintotico allo zero assoluto, è il primo di una lunga serie di “umiliati e offesi” che tanta parte hanno avuto nella successiva letteratura russa. Il racconto può essere anche letto come un apologo morale, il cui senso è racchiuso nel ravvedimento finale dell’”importante personaggio”, anticipato, all’inizio della narrazione, dal giovane impiegato che, colpito dalla mortificazione continua subita dall’umile Akakij, “molte volte, nel corso della sua vita, si sentì correre un brivido per la schiena vedendo quanto c’è di inumano nell’uomo, quanta crudele rozzezza è nascosta sotto la mondanità più coltivata e più raffinata, e perfino, Dio mio! nelle persone che tutti considerano oneste e onorate…”. “Il cappotto” consente, più di ogni altra opera, di cogliere il significato più profondo della poetica gogoliana. Il suo finale, con il fantasma baffuto che appare alla vista del vigile spaurito, fa rientrare il racconto sui binari del buonumore e del sorriso, ma è un sorriso di breve durata, un buonumore che non consola. La grande lezione di Gogol, infatti, è stata quella di trasformare ciò che a prima vista poteva apparire comico in grottesco, e il grottesco, si sa, non fa ridere.

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