Narrativa straniera Classici Il Conte di Montecristo
 

Il Conte di Montecristo Il Conte di Montecristo

Il Conte di Montecristo

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Edmondo Dantès, marinaio, prigioniero, misteriosamente ricco, mette a soqquadro l'alta società parigina. Imprigionato a Marsiglia nel 1815, il giorno delle nozze, con la falsa accusa di bonapartismo, rimane rinchiuso per 14 anni nel castello di If, vittima della rivalità in amore di Fernando e in affari di Danglars, odiato anche dal magistrato Villefort. Questi i tre nemici su cui, dopo l'evasione, cadrà la terribile vendetta di Dantès.

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Il Conte di Montecristo 2019-10-03 21:22:33 cristiano75
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cristiano75 Opinione inserita da cristiano75    03 Ottobre, 2019
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Quando la vendetta supera l'offesa

Libro monumentale, che va letto con molto calma e pazienza.
La prima parte è una montagna russa tra noia e avventura.
Se da una parte la scena del matrimonio può risultare a tratti di un tedio quasi mortale, quando si giunge nelle scene del carcere si respira finalmente il genio visionario dell'autore.
La seconda parte del libro è dedicata alle vendette che il nostro eroe attuerà verso coloro che hanno rovinato la sua esistenza e quella delle persone amate.
Anche qui si rischia di non finire l'opera, poichè molte scene sono assai prolisse e ripetitive, con personaggi anche abbastanza irritanti.
Ma la fatica di proseguire la lettura è proprio quando si giunge a leggere le varie meravigliose vendette che ci mostrano quanto odio possa annidarsi nel cuore di una persona.
La vendetta calerà con tanto impeto e dolore che lo stesso protagonista ne viene colpito e prova anche dei sensi di rimorso.
Diciamo subito che molti potrebbero paventare una sorta di clemenza, di perdono verso chi ha compiuto dei gesti gratuitamente cattivi, eppure io durante tutta la lettura del romanzo non attendevo altro che leggere come il protagonista avrebbe portato a compimento i suoi diabolici piani.
E' difficile poter giudicare una persona e i suoi comportamenti se non si è vissuto sulla propria pelle certe esperienze. Credo che il grande pregio dell'autore in questo monumentale romanzo, sia quello di riuscire a far immedesimare completamente il lettore nella scena e negli stati d'animo dei vari protagonisti. Quindi non risulterà troppo difficile giustificare i meccanismi psicologici che portano il Conte di Montecristo a fare piazza pulita di tutti coloro che si sono anteposti tra lui e la felicità.

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Il Conte di Montecristo 2019-02-13 12:15:13 Tomoko
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Tomoko Opinione inserita da Tomoko    13 Febbraio, 2019
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Romanzo ottocentesco ma contemporaneo

Ecco il conte di Montecristo
Inutile descrivere la conosciuta storia di Edmond Dantes.
Parto dal fatto che il libro è da consigliare a chiunque.
È stato scritto nel 1844 ma Dumas e’ capace di renderlo incredibilmente moderno.
Perché consigliarlo a chiunque?
Ebbene, contiene tutto ciò che un lettore può desiderare da un libro, incalzante, ricco di suspance, porta con sè tutti i generi letterari.
Precursore del genere thriller, giallo, noir, è
un romanzo d’avventura dove il lettore incontra briganti, pirati, marinai, re e pascià, per non parlare dell’isola di Montecristo con il suo immenso tesoro.
Ti accompagna attraverso sfarzosi carnevali romaneschi e le più varie località del mondo, Marsiglia, Roma, Parigi, Medio Oriente assieme ad Haydeè, la bellissima principessa greca.
Una infinità di emozioni intrecciate a moltissimi colpi di scena.
Iniziando con L’Amore per il padre e la fidanzata, la solitudine ed il dolore costantemente presenti nella prigione del castello D’IF, la rabbia, talmente tanta da portare allo sfinimento, la corruzione, corrotto è il sostituto procuratore del re Gerard de Villefort, per poi passare alla rassegnazione, speranza, fede e avidità. È la vendetta però l’epicentro di tutta la storia.
Ma basterà al conte di Montecristo, soddisfare la sua anima accecata di vendetta?
Questo racconto porta con sé significativi insegnamenti, e sta proprio a voi lettori coglierli e farne tesoro.
Io credo che dovreste assolutamente leggerlo per percepire questo vortice di emozioni che lascia!
E se ci fosse qualcuno che dice che questo libro è brutto, probabilmente o non l’ha finito oppure si basa sul film con Gerard Depardieu.
Nonostante la mole del volume
(1300 pagine), alla fine, credo un po’ a tutti
dispiacerà salutare i protagonisti.
Almeno per me così è stato.

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I tre moschettieri
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Il Conte di Montecristo 2018-03-10 17:27:59 Chiara77
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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    10 Marzo, 2018
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Aspettare e sperare

Edmond Dantès è un giovane marinaio, il 24 febbraio 1815 sta tornando nel porto della sua città, Marsiglia, a bordo della nave dove lavora, il Faraone. Il ragazzo è bravo, industrioso, energico e ha buoni sentimenti. Ha pochi affetti a cui è legatissimo: il padre anziano e la fidanzata, Mercedes. La vita sembra sorridere al buon giovane: stimato dal proprietario del Faraone, quasi sicuramente ne diventerà il nuovo capitano, visto che quello precedente era appena morto e sposerà l'amatissima Mercedes, prima di riprendere la via del mare, dovuta alla carriera di marinaio.
Ma c'è bisogno che continui a riassumere, se pure a grandi linee, gli elementi costitutivi della trama di questo celeberrimo romanzo? Io stessa prima di iniziare la lettura li conoscevo già. Chi non conosce la storia del conte di Montecristo? La storia di Edmond Dantès, ingenuo perchè incapace di provare i sentimenti cattivi di cui rimane purtroppo vittima, cioè l'invidia, la gelosia, l'avidità, che viene tradito nel modo più vile da alcuni conoscenti e, nel giorno che avrebbe dovuto essere il più felice della sua vita, viene arrestato e condotto nel tenebroso Castello d'If, dove venivano rinchiusi i prigionieri politici.
All'inizio Edmond sembra perdere ogni speranza, passano i giorni, i mesi e gli anni e la prospettiva di trascorrere tutto il resto della vita in isolamento lo fa pensare concretamente al suicidio. Inaspettatamente riuscirà però ad entrare in contatto con un altro essere umano, un altro prigioniero, Faria, che viene considerato da tutti un pazzo ma che in realtà è un uomo eccezionale. Egli inizierà Edmond alla cultura, gli insegnerà le lingue, la filosofia, le scienze, lo farà tornare a sperare, gli rivelerà che esiste uno straordinario tesoro e che lui conosce il luogo in cui esso è sepolto. Edmond ricomincia ad aver voglia di vivere, ma grazie agli insegnamenti di Faria riesce a capire finalmente perché si trova in quel luogo, pur essendo innocente, si rende conto di è stato a tradirlo e a lasciarlo consumarsi nell'oscurità di una cella sotterranea del Castello d'If. In quel momento Dantès cambia, il suo animo luminoso si spegne per dare spazio quasi soltanto ad un irresistibile desiderio di vendetta. Il Caso, il Destino o la Provvidenza lo faranno evadere dalla sua prigione e da quel momento lo scopo della sua vita sarà trasformarsi in una specie di angelo vendicatore.
Devo ammettere che fino al momento dell'evasione la lettura di questo libro mi ha dato molta soddisfazione: mi sono emozionata ed immedesimata nella tremenda sorte del buon Edmond, la narrazione mi ha coinvolto, essendo scorrevole e piena di colpi di scena. Dopo, sinceramente, ho iniziato a trovarla un po' pesante: sono descritte tutta una serie di macchinazioni, intrighi, travestimenti e cambi d'identità che mi sono sembrati eccessivi. L'autore si inoltra in una serie di divagazioni, presentazione di personaggi secondari, esposizione di storie nella storia che in seguito saranno tutte spiegate, ma che personalmente non amo. Il romanzo è infatti uno dei capostipiti del famoso genere del feuilletton, che apprezzo fino ad un certo punto.
Inoltre mi sono sembrati inverosimili molti, troppi particolari. A livello sociale, ad esempio: quasi tutti i personaggi principali (a partire da Dantès, che ha trovato il tesoro) da semplici popolani, pescatori, marinai, al massimo di condizione piccolo-borghese, nel giro di una decina d'anni si ritrovano milionari, nobili straordinari, Pari di Francia... Un po' strano nella società ottocentesca. Ed anche molti altri particolari spiccatamente inverosimili, che adesso non voglio rivelare per non spoilerare troppo, tutti tipici del romanzo d'appendice.
Quindi, in conclusione, sicuramente un libro che sono contenta di aver letto, poiché è un classico che fa parte del bagaglio culturale del lettore medio, un grande capolavoro ottocentesco che riscosse all'epoca tantissimo successo e che lo riscuote anche al giorno d'oggi. Pensavo però che avrei amato di più questo libro prima di iniziarne la lettura, che per buona parte del romanzo è stata più faticosa del previsto.

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Il Conte di Montecristo 2017-03-15 23:59:01 Mane
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Mane Opinione inserita da Mane    16 Marzo, 2017
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Simbad il marinaio

"Montecristo" è una grandiosa, entusiasmante avventura prodiga di stupefacenti colpi di scena, carica della vitalità dei racconti che trasportano fuori dal tempo e dallo spazio che ci danno consueta dimora.
Questa storia affascinante, senza esigere necessariamente complesse riflessioni e analisi, offre una straordinaria oasi letteraria in cui rinfrancarsi dal quotidiano, concedendosi una salubre evasione dalla realtà.

Lo svolgersi degli accadimenti si ramifica in lungo e in largo come un vasto, intricato disegno, di cui la risolutezza degli uomini e i capricci della Provvidenza si dividono la paternità e che per la sua complessità può esser colto solamente quando l’occhio ha la possibilità di abbracciarne una parte consistente. È qui che la meravigliosa macchina ideata da Dumas trae le sua forza vitale, instillando nel lettore l’attrazione per cui lo scorrere delle pagine vince sulla mole insormontabile a prima vista.

Il ritmo è sostenuto dalla predominanza delle sequenze dialogiche e grazie all’espediente del costante riepilogo dei fili dell’intreccio operato dal narratore in terza persona onnisciente (tipico ottocentesco), le vicende si lasciano seguire agilmente, traendo virtù da quelle che nacquero verosimilmente come esigenze della pubblicazione in forma di feuilleton.

A patto di portare pazienza per i passaggi in cui la ridondanza del manierismo nei gesti e nelle conversazioni si fa un po’ stucchevole, il racconto strega il lettore, avvolgendolo in un’atmosfera drammatica (lontana dall'ironia familiare ne “I Tre Moschettieri”), in cui la vendetta è sovrana della scena, ultimo arbitro degli equilibri sconvolti dalle diverse peripezie e dai molteplici intrighi.

Risparmio qualsiasi cenno alla trama vera e propria, grato come sono stato io stesso, alla fortunata combinazione che mi ha tenuto completamente digiuno dalle celebri riproduzioni televisive e cinematografiche, conservandomi intatto il piacere della scoperta di questo bellissimo romanzo.

“Per i cuori che a lungo hanno sofferto,
la gioia è simile alla rugiada sulle terre essiccate dal sole.”

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Il Conte di Montecristo 2016-11-18 13:22:35 enricocaramuscio
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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    18 Novembre, 2016
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L’atavica diatriba tra vendetta e perdono

Immaginate di essere ad un passo dal realizzare i vostri desideri, dall’affermarvi nel lavoro, dal legarvi per sempre alla persona amata, dal poter dare tranquillità ai vostri cari. Immaginate che proprio nel momento più bello della vostra vita i vostri castelli crollino all’improvviso senza un motivo comprensibile e voi vi ritroviate con un pugno di mosche in mano, soli e senza prospettive. E’ proprio quello che succede a Edmond Dantès, protagonista di questo favoloso romanzo di Alexandre Dumas. Il nostro eroe infatti vive un momento magnifico, sta per sposare la sua bella catalana Mercedes e per essere nominato capitano del Pharaon, la nave su cui presta servizio da anni. Ma, è risaputo, i successi di un uomo possono suscitare invidia e avversione nella persone che lo circondano e che vedono, proprio a causa del trionfo altrui, capitolare i propri sogni e le proprie aspettative. Ecco quindi che il povero Dantès diviene vittima di un complotto ordito dai suoi rivali e aggravato dalla malafede di un magistrato. Senza neanche sapere di cosa è accusato, il ragazzo viene arrestato e rinchiuso nel Castello d’If, una famigerata prigione in mezzo al mare dalla quale, una volta entrati, non si esce più. La rabbia, l’impotenza, l’impossibilità di conoscere le cause che lo hanno portato in cella producono in Edmond un comprensibile turbamento che lo porta ora ad allontanarsi da Dio, ora a cercarvi rifugio, ora a desiderare la morte, ora a voler vivere nella vana speranza di essere liberato. La solitudine, lo sconforto, la frustrazione attanagliano l’animo del malcapitato, finchè un giorno entra in contatto con un altro detenuto, un abate ritenuto pazzo, che cambia completamente la sua vita. Tra i due nasce un’amicizia fortissima e il frate, persona di grandissima cultura e intelligenza, trasmetterà al giovane tutto il suo sapere, gli darà l’occasione per evadere e le indicazioni per trovare un tesoro favoloso. Dopo quattordici anni di detenzione, Dantès riuscirà a lasciare il Castello d’If e tornerà nel mondo civile ricco, colto e assetato di vendetta. La voglia di rivalsa, la rabbia per ciò che ha perduto, il desiderio di farla pagare ai responsabili della sua malasorte, faranno sì che Edmond, che da ora in poi si farà chiamare Simbad il marinaio o Conte di Montecristo, si sentirà investito da una sorta di potere divino e si trasformerà in un ambasciatore della Divina Provvidenza, pronto a restituire il bene a chi lo merita e a punire chi, fin qui, non ha fatto altro che seminare il male. Ma nel compiere la sua opera, il protagonista si renderà conto di quanto illusorio, evanescente e inutile sia il senso di appagamento che deriva dalla vendetta e si troverà costretto a confrontarsi, in un impietoso faccia a faccia, con la propria coscienza. Alexandre Dumas architetta una trama intricata quanto avventurosa, proponendo una storia mozzafiato ricca di colpi di scena, di situazioni drammatiche e di parentesi poetiche. Numerose sono le citazioni letterarie e i riferimenti storici, notevole l’introspezione psicologica del protagonista ma anche degli svariati personaggi che entrano nella storia. Il machiavellico piano di vendetta del Conte viene svelato solo alla fine e solo allora tanti particolari che apparivano di poco conto, tante storie che fino a quel punto potevano sembrare minori e fuori dal contesto, tanti personaggi ritenuti marginali dimostreranno tutta la loro importanza. L’autore inoltre traccia un preciso ed interessante ritratto storico di una Francia di inizio Ottocento ancora scossa dagli strascichi della rivoluzione e divisa tra illuministi, sostenitori della Restaurazione e nostalgici bonapartisti, puntando il dito sui vizi, i peccati e l’avidità della società dell’epoca, società da cui lo stesso protagonista prende ripetutamente le distanze preferendo richiamarsi ad una cultura orientale diametralmente opposta a quella francese, cui si avvicina soltanto per realizzare il suo piano di vendetta e da cui subito dopo si discosta. Avvelenamenti, fughe, duelli, dissertazioni filosofiche, amori traditi e amicizie indissolubili, niente manca a quest’opera che da circa due secoli appassiona e tiene con il fiato sospeso milioni di lettori e che, al di là del lato avventuroso, ha il merito di accendere un dibattito morale sul sottile confine che divide il concetto di giustizia dal desiderio di rivincita, nonché di proporre una profonda riflessione sull’atavica e perenne diatriba tra vendetta e perdono che da sempre divide e affligge l’animo umano.

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Il Conte di Montecristo 2016-01-19 16:02:20 MrsRiso13
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MrsRiso13 Opinione inserita da MrsRiso13    19 Gennaio, 2016
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Longevo

E' quasi inutile aggiungere una nuova recensione a questo colosso che tiene la classifica da circa duecento anni. Se i nostri avi, hanno avuto la facoltà di leggerlo a puntate, a noi è permesso leggerlo tutto di un fiato, in tomo di ragguardevole entità. Chi non l'ha letto, almeno l'ha sentito nominare e se molti si lasciano scoraggiare dalle numerose pagine, altrettanti si avventurano nella lettura anche solo per il gusto del sentito dire, attratti dall'aura che lo circonda.
Il malcapitato si accorge subito delle innumerevoli ripetizioni di scene, delle parole riempitive, in breve del “brodo allungato” al fine di aumentare il profitto. Si narra che non furono le muse a ispirare Dumas durante “Il Conte di Montecristo”, ma il desiderio di trarne il maggior guadagno imponendo alla scrittura più pagine possibile.
Nasce cosi, uno scritto prolisso e ripetitivo, capace però di affascinare per generazioni. Intrighi, vendette, feste di palazzo, veleni, carrozze, castelli, ripetuti e descritti più volte, attanagliano e producono un romanzo sfavillante, chimerico e mistificatorio.
Il trucco? Sicuramente l'aver centrato il romanzo su un angelo vendicatore.
Edmond Dantes non è che un poveraccio ingiustamente colpito, che non soccombe sotto le scudisciate del potere ingiusto e pilotato, si rialza, risorge e si vendica.
Marsiglia, Parigi, Roma passando per la verdeggiante Montecristo fanno da sfondo alle vicende di un bravo marinaio destinato a una vita semplice, al massimo comandante di vascello, ottimo figlio, bravo fidanzato, devoto futuro marito colpito dalla giustizia fasulla, dal potere subdolo che lo trasforma nel Conte di Montecristo, uomo di potere, schifosamente ricco, plasmatore di vita e di società a proprio piacimento. Dantes e Montecristo, due facce di una stessa medaglia: ecco il protagonista, l'unico, il solo, il trascinatore delle scene. Personaggio in crescendo, sempre capace con i suoi comportamenti di stupire, da grezzo uomo di mare a sofisticato signore, mago del “bon ton” e dell'eleganza, da sempliciotto a freddo calcolatore. Messo di Dio, fautore delle trame della divina Provvidenza fino all'ultima atroce vendetta nei confronti di chi ha dato inizio alla sua sfortunata vicenda.
Metamorfosi dall'acqua, dal mare davanti al Castello d'If alle corti parigine per colpire i cattivi e allo stesso tempo scoprire di non essere più se stesso, di non poter trovare soddisfazione per il tempo passato inadeguatamente. Sconcertato, subisce, grazie all'amore, una nuova trasformazione tornando ad essere Edmond Dantes, sicuramente più vecchio, ma al contempo libero dal rimorso, perdonato da Dio, semplice, ma franco .
Enorme la vastità psicologica dell'essere umano raccontata attraverso questo attore da un Dumas psicologo, il cui operato crea anche altri attori ragguardevoli, sicuramente di contorno rispetto al protagonista, ma di ottima fattura come il vile Villefort, il subdolo Danglars, la debole Mercedes e altri ciascuno esaltato dalla propria caratterizzazione, sfaccettati nel proprio profilo.
In due parole un romanzo complesso, scritto male che non invecchia e costantemente ammalia i suoi lettori!

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Il Conte di Montecristo 2015-11-07 14:46:14 catcarlo
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catcarlo Opinione inserita da catcarlo    07 Novembre, 2015
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Multiromanzo

Quel che di norma si conosce delle vicende narrate in questo voluminoso librone (l’innocente tradito, la prigionia, il Castello d’If, l’abate Faria, la fuga) occupa circa centocinquanta pagine scritte piccole: per la preparazione e la realizzazione della vendetta ce ne voglio altre ottocento stampate nello stesso minuscolo carattere e anche solo da questo si può capire (oltre a quanto poco sia davvero conosciuto) come il romanzo faccia seguire alla brillante narrazione a effetto dei primi capitoli un andamento esagerato, dispersivo, ridondante. Del resto, Dumas, che forse neppure scriveva tutto di persona, veniva pagato un tanto a riga e doveva far quadrare i conti di casa: nel succedersi dei capitoli si sprecano i fremiti, i sudori diacci, le grida e i pugni innalzati al cielo (per non dire degli svenimenti femminili), che si aggiungono all’inevitabile esigenza di riassumere l’accaduto in un’opera in origine pubblicata a puntate. Oltre a divagazioni che a volte si perdono nel nulla, di tanto in tanto si incontrano dei veri e propri racconti che potrebbero avere vita propria (Franz a Montecristo, il bandito Vampa, Bertuccio e Benedetto, i fatti di Giannina) mentre il lungo episodio romano è una sorta di romanzo nel romanzo: eppure, anche se può apparire incredibile a chi giudichi dall’esterno, questo continuo dilatare i tempi – utilizzando pure lunghi dialoghi che fanno parere tutti i protagonisti dei gran chiacchieroni – contribuisce ad accrescere la tensione attraverso il prolungamento dell’attesa per i momenti culminanti che possono così intrigare l’animo del lettore anche se quest’ultimo sa benissimo che lì si andrà a parare. Insomma, Dumas conosceva bene come solleticare il suo pubblico, ma – seppure ben lontana dal ritmo de ‘I tre moschettieri’ – la sua narrazione funziona allo stesso modo presso una platea più smaliziata che finisce per accettare di buon grado gli eventi miracolosi (la ricchezza che piove addosso a Dantès) e la suddivisione manichea dei personaggi, generosi o perfidi senza vie di mezzo: l’unica, vera eccezione riguarda proprio il protagonista che, col passare degli anni, vede il suo desiderio di vendetta messo via via più in discussione dai dubbi sul compito che si è fissato, sulle conseguenze che ne scaturiscono e, soprattutto, sul proprio ergersi a giudice supremo. Il modo migliore per godersi libri come questo è dunque abbandonarsi al flusso della narrazione che, al netto dei passaggi zoppicanti, è pur sempre capace di districarsi fra gli oltre trenta personaggi e relative linee multiple di racconto senza mai portare il lettore a smarrirsi: le pagine che si susseguono lo trasportano idealmente nella Francia della prima metà dell’Ottocento, con un breve sguardo sugli ultimi bagliori napoleonici e una lunga permanenza nel bel mondo parigino sotto Luigi Filippo, restituito nei suoi riti e nelle sue manie con un sottile filo di ironia. All’effetto contribuiscono anche gli arcaismi e il linguaggio inevitabilmente anticato della traduzione ‘Emilio Franceschini’ – nome convenzionale per quella anonima ottocentesca - utilizzata per l’edizione in mio possesso: anch’essa con molti difetti (dalla ‘semplificazione’ di numerosi paragrafi a Faria che non è mai chiamato ‘abate’) ma in un certo senso funzionale alla capacità di coinvolgimento del romanzo.

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Il Conte di Montecristo 2015-08-26 12:53:41 f.martinuz
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f.martinuz Opinione inserita da f.martinuz    26 Agosto, 2015
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Un mosaico vivente

Il “Conte di Montecristo” è un libro maestoso ed imponente, non solo dal punto di vista dell’altezza e delle pagine (è un bel malloppo), ma anche e soprattutto dal punto di vista della costruzione narrativa e della tensione emotiva.

La vicenda inizia nella Francia della Restaurazione, nell’ampio porto di Marsiglia dove il fresco e giovane capitano Edmond Dantès attracca con la nave mercantile dell’armatore Morrel. Una volta disceso a terra Edmond non perde tempo e decide di convolare a nozze con Mercedes, la bellissima catalana, contesa con lo spagnolo Fernand. Durante la festa Edmond viene arrestato con l’accusa di bonapartismo e rinchiuso, su disposizione dell’ambizioso Villefort, nel castello d’If, una prigione di massima sicurezza arroccata su uno scoglio al largo della costa marsigliese.
Gettato in una cella buia e umida, il giovane Edmond maledice i suoi aguzzini e giura a sé stesso che quando uscirà da quella cella compirà la tanto attesa vendetta. Da questo ferreo proposito scaturisce il resto del romanzo che si configura come un crescendo di manipolazioni, racconti, inganni, amori e tragedie, totalmente gestito dalla invisibile quanto potente mano del conte di Montecristo che si erge a icona in vita della mano di Dio.

Gli elementi che fanno di questo libro un testo acclamato e trasversale sono la complessità della trama, la bravura acclarata di Dumas a tirare le fila dei personaggi per pagine e pagine senza incappare in grossolani errori (“I tre Moschettieri” ne sono un ulteriore esempio), l’abilità di costruire dialoghi pregni di senso che somigliano a moderne sceneggiature di telefilm e lungometraggi ma soprattutto la conoscenza profonda che l’autore sembra avere di tutte le sfaccettature dell’animo umano.
Il volume è una Bibbia, un compendio, una vera e propria enciclopedia dei sentimenti e delle pulsioni umane, comuni a più personaggi del racconto. Non esiste infatti un personaggio unicamente avido, né tantomeno uno unicamente buono; non esiste la netta contrapposizione tra bene e male in quanto la natura umana non è ontologicamente monolitica ma è frammentaria, vaga, varia e anche contraddittoria. Dumas fluttua in questo maelstrom di emozioni, calcoli di interesse, sensazioni come fosse un navigatore esperto, proprio come quell’Edmond Dantès capitano del Pharaon ancora ignaro del proprio destino.

I personaggi del romanzo assumono la forma di voci di vocabolario, plasmate dall’autore: il procuratore del re Villefort rappresenta contemporaneamente e paradossalmente la rigidità e l’inflessibilità di fronte alla legge, salvo poi piegare la stessa ai propri interessi; il barone Danglars incarna l’egoismo, l’avidità e il calcolo; il conte de Morcerf il tradimento e la tendenza alla manipolazione; Benedetto l’arrivismo e l’irriconoscenza; il giovane Maximilien Morrel la leggerezza e l’amore spassionato; la misteriosa Haydée il mistero della bellezza; Bertuccio e il servitore Alì la fedeltà e l’obbedienza; il bandito Vampa la cortesia, la cultura e l’interesse economico.
Il libro è quindi un vero e proprio mosaico vivente, un affresco a cui si dovrebbero aggiungere altre tessere, prima tra tutte quella del conte di Montecristo, il vero mattatore della storia, l’uomo dai mille volti e dalle infinite vie, il vendicatore, la mano della Provvidenza ma la complessità e la storia di questo personaggio sono così ricche e particolari che l’unico modo per comprenderlo è leggere il romanzo.

Una lettura unica, forse a tratti prevedibile, ma che regala pezzi di letteratura senza uguali, giustificando il suo posto nella categoria dei classici senza tempo.

FM

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I tre Moschettieri
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Il Conte di Montecristo 2015-04-23 12:09:06 MAZZARELLA
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MAZZARELLA Opinione inserita da MAZZARELLA    23 Aprile, 2015
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La speranza è l'ultima a morire

“In quanto a voi, ecco tutto il segreto della condotta che ho tenuto verso voi: non vi è né felicità né infelicità in questo mondo, è soltanto il paragone di uno stato ad un altro, ecco tutto. Quegli solo che ha provato l’estremo dolore è atto a gustare la suprema felicità. Bisognava aver bramato la morte, per sapere quale bene è vivere. Vivete dunque e siate felici, figli prediletti del mio cuore, e non dimenticate mai che, fino al giorno in cui Iddio si degnerà di svelare all’uomo l’avvenire, tutta l’umana saggezza sarà riposta in queste due parole: Aspettare e sperare.”

Del libro “Il Conte di Montecristo” ne ho sempre sentito parlare e mi sono sempre imbattuta nella sua copertina. Tuttavia, fino a poco tempo fa, lo conoscevo solo tramite i numerosi film che ne sono stati tratti. Questo romanzo è un colosso (sono quasi 1000 pagine!!!!) che spaventa i lettori più accaniti, persino come me, ma proprio perché sono devota alla lettura, era impensabile non leggerlo.
Ergo, eccomi qui, ad esprimervi anche la mia modesta recensione su di un libro che, di recensioni, critiche e commenti, ne ha ricevute tantissime (il libro ha avuto tante edizioni, adattamenti cinematografici ed è persino stato protagonista di fumetti).
Dumas è stato capace di raccogliere nella sua penna tutta l’arte, lo stile ed il contenuto più elevato di tutti i tempi. Non per niente “Il Conte di Montecristo” ha duecento anni ma non li dimostra, perché è un romanzo che non ha epoca ed il cui fascino appassiona ogni anima e cuore.
Il libro narra la storia del giovane Dantes, un ufficiale della marina di indole buona, che tradito dai suoi falsi amici, viene strappato alla sua vita e soprattutto, ai suoi affetti più cari (il padre e la sua amata fidanzata) e condannato al carcere. Il dolore e lo sgomento per ciò che gli è accaduto è devastante e le possibilità di uscita sono nulle, ma la Provvidenza o il destino sono mutabili, ed ecco che offrono al giovane Dantes una “rinascita”. Grazie all’amicizia nata in carcere con l’abate Faria, Dantes conoscerà la verità sui motivi che l’hanno portato alla prigionia, scoprirà dove trovare la ricchezza, come usarla, ma soprattutto acquisterà una cultura che gli sarà utile per la sua vendetta.
Una volta uscito di prigione Dantes, che non è più un ragazzo ma un uomo maturo (dato che sono passati quasi 20 anni) diviene, principalmente Il Conte di Montecristo, spietato giustiziere, ma interpreterà anche altri personaggi affinché la vedetta contro i suoi nemici si possa compiere. Così come compirà la vendetta, il Conte si preoccuperà di coloro che gli sono sempre rimasti fedeli, e farà in modo di proteggerli e di ricompensarli.
La vendetta è lenta, ben progettata e non è fisica, ma consiste nella degradazione della persona, in questo caso delle tre persone che hanno contribuito alla reclusione di Edmond Dantes: il Conte De Morcef (che ha sposato la sua fidanzata Mercedes), il procuratore De Villefort, il barone Danglars. I nemici del Conte non perdono la vita nel senso fisico, ma perdono ciò che gli è più caro: il potere, l’onore ed il denaro.
Un romanzo straordinario ed avvincente in ogni sua parte, con un finale degno di plauso e che “toglie” il fiato ai lettori, rendendoli tristi nel voltare l’ultima pagina del libro. Pieno di insegnamenti (ne è degna prova la citazione in testa alla recensione), “Il Conte di Montecristo” ci insegna che la speranza è l’ultima a morire e che, finché crediamo, la vita ci riserba sempre un’altra possibilità: nei momenti più bui e tristi, dobbiamo essere noi stessi i fautori della luce della speranza. Chissà magari nell’attesa, potremo sorprenderci di ciò che il destino ci riserba.

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Il Conte di Montecristo 2015-01-03 13:59:53 Wasp98
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Stile 
 
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Contenuto 
 
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Piacevolezza 
 
5.0
Wasp98 Opinione inserita da Wasp98    03 Gennaio, 2015
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La Speranza...

"...fino al giorno in cui Iddio si degnerà di svelare all'uomo i segreti dell'avvenire, tutta la saggezza umana sarà riposta in queste due parole: aspettare e sperare". Si chiude pressappoco così il grande capolavoro di Dumas; e con queste poche parole (che sono rimaste impresse nelle mia mente) si può facilmente riassumere tutta l'opera. Quando il mondo è crollato addosso ad Edmond Dantès, l'unica cosa che lo ha salvato è stata la Speranza che tramite l'intervento della Divina Provvidenza, presentataglisi sotto il nome di Faria, è divenuta l'occasione che aspettava per il suo riscatto con la propria amata, con i propri amici ma soprattutto con i propri nemici. Speranza che poi si trasforma in Vendetta. Un proverbio dice che la vendetta è un piatto che va servito freddo ed è stato così per Edmond che, con la sua astuzia e con le sue immense conoscenze, è riuscito con una destrezza e con una pazienza inequiparabili a vendicare il suo onore. Un viaggio all'interno delle passioni, dei vizi e delle virtù dell'uomo, il tutto pervaso da una forte fede cristiana. è inutile dilungarsi troppo perchè l'unica cosa da fare di fronte ad un'opera come questa, è aprire il libro, cominciare a leggere e perdersi nei meandri di un mondo così complesso, quale è la vita di ognuno di noi.

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