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Il giro di vite
 
Il giro di vite 2011-07-17 08:01:41 R๏гy.o°
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R๏гy.o° Opinione inserita da R๏гy.o°    17 Luglio, 2011
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Da brividi!

«È [un racconto] al di là di ogni immaginazione. Non conosco nulla che gli si possa paragonare.» E’ questa frase che una sera d’inverno, attorno al fuoco, un signore dichiara ai suoi amici: presto racconterà una storia diversa dalle altre appena sentite, una storia da brividi. Il signore procede chiedendo cosa ci può essere di più orrorifico di una storia di fantasmi in cui sia coinvolto un bambino; la risposta non tarda ad arrivare: una storia di fantasmi in cui appaiono non uno ma ben due bambini. Sostanzialmente un giro di vite.
Ed è tramite l’espediente del racconto nel racconto che James ci introduce nel mondo di una novella senza precedenti, una novella ben costruita e originale sotto ogni punto di vista.

Un racconto che pervade il lettore del senso di perturbamento, di fastidio nella lettura: l’orrore non deriva però (come solo i grandi scrittori sanno fare) da immagini splatter et similia ma dalla descrizione sibillina della mente umana. Una giovane donna è infatti incaricata di fare da insegnante/padrona di casa in una villa di campagna a due bambini fin da subito definiti deliziosi: la piccola Flora e Miles, il fratellino più grande. Dopo un primo periodo di quiete e tranquillità però la donna è costretta a vivere in tensione a causa di alcune – apparenti – visioni. Inutile addentrarmi nella trama, non avrebbe senso per due motivi.
Il primo, quello più banale, è perché rovinerei l’intreccio della storia a chi non ha ancora letto la novella.
Il secondo, quello in cui risiede l’abilità di James, è che non si è certi che gli eventi sinistri raccontati nella novella siano accaduti veramente o siano soltanto frutto della mente della governante: la storia narrata diventa dunque oggetto di tante interpretazioni quanti lettori l’hanno affrontata. Ogni minimo particolare cambia e si trasforma a seconda del punto di osservazione, trama e personaggi sono mutevoli e illusori e non offrono mai elementi di certezza o degli appigli per il lettore che si trova spesso disorientato. Ad accrescere questo clima di pathos giocano poi vari fattori come le frasi non dette o lasciate sospese, i capitoli che si interrompono nel momento clou della narrazione e soprattutto un non-finale che non spiega nulla e lascia decisamente con l’amaro in bocca.

La scrittura fluida e felicemente poco ottocentesca concorrono alla facile immedesimazione e alla partecipazione emotiva dello stesso lettore, che è accompagnato però anche alla riflessione.
Mi sono chiesta infatti durante la lettura se le “allucinazioni” della donna – di cui non è dato sapere il nome (ulteriore elemento di mistero) – non derivassero da un atteggiamento nevrotico della stessa, dovuto ad un sovraccarico di lavoro (era alla sua prima occupazione ed era stata lasciata sola a gestire tutto, dalla casa all’educazione dei bambini). Che James abbia voluto inserire un elemento di critica sociale all’interno della sua novella? Perché no, in fondo il suo primo mestiere era quello di critico letterario. E sappiamo benissimo che l’arte non è scindibile dalla vita e dunque dalla società.

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