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Il mercante di Venezia
 
Il mercante di Venezia 2015-09-15 15:23:25 FrankMoles
Voto medio 
 
4.3
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
5.0
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4.0
FrankMoles Opinione inserita da FrankMoles    15 Settembre, 2015
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Un palcoscenico dove ognuno deve recitare la sua p

La storia si snoda lungo due direzioni tra loro legate. La nobildonna Porzia, a Belmonte, è stata promessa in sposa dal padre defunto a colui che riuscirà a risolvere il gioco dei tre scrigni, d’oro, argento e piombo: solo chi sceglierà quello contenente il ritratto della giovane donna ne otterrà la mano. Il veneziano Bassanio vuole provare, ma non dispone del denaro necessario per il viaggio; perciò il suo amico Antonio decide di farsi prestare del denaro dal mercante ebreo Shylock, ritenuto un avido usuraio. Qualora il denaro non venga restituito entro la scadenza fissata, Antonio dovrà rendere all’ebreo una libbra di carne. Bassanio risolve l’enigma e, scegliendo lo scrigno di piombo, trova il ritratto della donna, con la quale nel frattempo era anche inaspettatamente nato un sentimento vero. La gioia viene però subito oscurata da una tragica notizia: le navi che trasportavano i beni di Antonio sono affondate, pertanto Antonio si trova a dover fronteggiare Shylock, il quale, per vendetta verso i cristiani come Antonio che lo maltrattano sempre e anche adirato per la fuga d’amore di sua figlia Jessica col cristiano Lorenzo insieme ai suoi beni, è deciso a far valere la propria obbligazione. Mentre Bassanio e il suo seguito si precipitano a Venezia con il doppio dei soldi dovuti, nella vana speranza di convincere Shylock, Porzia e Nerissa escogitano un piano: si travestono dunque esse stesse da giudice e scrivano, presiedendo al processo di fronte al Doge di Venezia. Dopo iniziali difficoltà di fronte a Shylock che si appella alla legge che è dalla sua parte, trascurando ogni senso di umanità e moralità, Porzia, facendo leva sullo stesso formalismo dell’ebreo, lo invita a tagliare esattamente una libbra di carne, non poco più e non poco meno, pena la perdita dei suoi beni. Shylock dunque, rassegnato alla sconfitta, rinuncia ed esce di scena, mentre il dramma si chiude nei festeggiamenti degli altri.

"Il mercante di Venezia" è un dramma di difficile classificazione. Viene generalmente considerato una tragicommedia per via delle due anime che in esso convivono: se da un lato il lieto fine, la frequenza di espedienti ironici come il doppio senso e il gioco di parole e la presenza del clown Lancillotto avvicinano l’opera al genere comico, dall’altro è innegabile il tono tragico, con punte di macabro, che domina in più parti, senza trascurare la gravità delle tematiche affrontate.
La doppia anima del dramma si riflette nel contrasto alla base della trama: da una parte Venezia, luogo di mercanti, di odio, di logica utilitaristica, di formalismo e di contrattualismo; dall’altra Belmonte, luogo di aristocrazia, di amore e di felicità. Posta la situazione in questi termini, risulta evidente la vittoria finale di Belmonte, col risanamento dei contrasti, il coronamento degli amori e la riconoscenza morale dell’amicizia. Su questo trionfo dell’amore e della felicità rimane tuttavia un’ombra che mitiga il lieto fine: l’esclusione di Shylock dal finale felice lascia come in sospeso la vita di un personaggio solo e abbandonato alla sua cattiveria e al suo vacuo formalismo, che da punto di forza è divenuto causa della sua sconfitta. Questa tensione ben si percepisce leggendo tra le righe dello scambio finale tra Lorenzo e Jessica, in cui si rievocano storie di amori mitici in cui la passione ha rivelato la sua doppia lama. “Ma amore è cieco, e gli amanti non vedono le amabili follie cui s'abbandonano.”

Molto ha fatto discutere il ritratto fornito da Shakespeare di Shylock, caratterizzato come un avido usuraio attaccato al significato letterale delle parole. Si tratta di una rappresentazione in accordo con la tradizionale idea, peraltro non verificabile in prima persona, che nell’ebreofobica Inghilterra elisabettiana si aveva degli ebrei; si tratta perdipiù di un ritratto molto vicino alla realtà dei puritani, ben più numerosi degli ebrei nell’Inghilterra di fine Cinquecento. Risulta evidente dunque che un’altra delle tematiche toccate da questo dramma è il contrasto tra cristiani ed ebrei, molto sentito all’epoca. I tratti attribuiti a Shylock potrebbero far pensare a un antisemitismo da parte di Shakespeare. Tuttavia, nel corso del dramma l’ebreo va stemperando l’odio verso i cristiani: esso non diminuisce nell’intensità, ma si rivela non frutto di un pregiudizio, bensì frutto di altro odio ricevuto immotivatamente. Cristiani ed ebrei vengono dunque a confondersi nell’amore e nell’odio e soprattutto nelle questioni di denaro, in cui anche i primi sono evidentemente implicati. Il presunto messaggio antisemita che molti hanno letto nel personaggio di Shylock viene così a cadere, scomparendo definitivamente nello sfogo memorabile e sempre attualizzabile sfogo del vero protagonista del dramma: “Non ha occhi un ebreo? Non ha mani, organi, statura, sensi, affetti, passioni? Non si nutre anche lui di cibo? Non sente anche lui le ferite? Non è soggetto anche lui ai malanni e sanato dalle medicine, scaldato e gelato anche lui dall'estate e dall'inverno come un cristiano? Se ci pungete non diamo sangue, noi? Se ci fate il solletico, non ridiamo? Se ci avvelenate non moriamo?”. Nel momento in cui Shylock rivendica la sua uguaglianza, la sua sconfitta non è più la sconfitta dell’ebreo avido e formalista, ma solo la sconfitta dell’UOMO avido e formalista.

Un ultimo significato, tipicamente shakespeariano, che si può leggere nello scioglimento finale del dramma è quello metateatrale. Sconfitta del formalismo vuol dire vittoria del molteplice, della fantasia e, di conseguenza, soprattutto della parola. L’espediente utilizzato da Porzia e Nerissa per risolvere la situazione, unitamente all’utilizzo di determinati termini, costituisce un ennesimo richiamo al teatro, che ancora una volta, come altrove in Shakespeare, si rivela un efficace strumento per il trionfo del bene, della verità, dell’amore.
“Io considero il mondo per quello che è: un palcoscenico dove ognuno deve recitare la sua parte.”

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