Principesse Principesse

Principesse

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Roxane, Eleonore e Marie, tre principessine baltiche, aspettano la vita nel loro castello. Si preparano come «piccole locomotive», sanno che la loro strada è già segnata da ciò che si conviene al loro rango. Ma la vita è sfuggente, imprendibile. Una malinconia corrosiva, agrodolce, si insinua fin dall’inizio nelle loro emozioni. Pubblicato nel 1917, Principesse è in certo modo il compendio dell’arte di Eduard von Keyserling.

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Principesse 2018-02-11 11:51:33 viducoli
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viducoli Opinione inserita da viducoli    11 Febbraio, 2018
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Le vite sbagliate di un mondo in sfacelo

Tra i numerosissimi autori mitteleuropei del primo novecento Eduard von Keyserling non è senza dubbio il più noto. Discendente da una famiglia di antica nobiltà dell’area baltica (la cittadina in cui nacque con il titolo di conte ora si trova in Lettonia), sul finire del secolo, quarantenne, si trasferì a Monaco di Baviera, dove scrisse gran parte delle sue opere letterarie, morendo di sifilide, da cui era affetto da decenni, nel 1918, un paio di mesi prima della fine del conflitto mondiale.
Scrisse romanzi, novelle e racconti, nonché alcuni drammi teatrali ormai dimenticati; le sue tematiche predilette, se si escludono le prime prove – ancora influenzate da echi naturalistici – vertono sull’analisi della decadenza della nobiltà rurale baltica e sui drammi psicologici e umani legati alla fine di quel mondo: per questo è stato definito il Fontane baltico, anche se numerosi tratti, a partire da una maggiore levità nella descrizione dei sentimenti e delle pulsioni umane, tra i quali l’erotismo, che nella sua prosa risulta sottilmente sublimato, lo distinguono dall’autore di Effi Briest. Keyserling viene anche spesso definito autore impressionista, per la sua capacità di descrivere il paesaggio e la natura del nord con pennellate ricche di colori, spesso tenui ma a volte carichi, e di farli divenire elementi essenziali delle storie che racconta.
'Principesse' è la sua ultima opera, edita un anno prima della morte, e forse non è il suo capolavoro, ma è sicuramente un romanzo intenso e struggente, una delle sue peculiari 'storie del castello' in grado di restituirci il sapore della fine di un’epoca.
Lo scenario in cui si svolge la vicenda è quello del feudo di Gutheiden, in cui si è ritirata dopo avere vissuto per anni a corte, rimasta vedova di un marito che l’aveva resa infelice, la ancora piacente principessa Adelheid Neustatt-Birkenstein con le tre giovani figlie. La maggiore, Roxane, sta per sposare un principe russo, quindi si trasferirà presto a Pietroburgo. Eleonore è destinata a fidanzarsi con un cugino, rampollo della famiglia regnante. La più piccola, Marie, è poco più che adolescente e di salute cagionevole.
Le finanze della tenuta non vanno granché bene, ma la situazione è tenuta sotto controllo, oltre che dall’amministratore, anche dal conte Donalt Streith, anche lui ex dignitario della corte, ritiratosi in un vicino castello di caccia per stare vicino alla principessa, di cui è innamorato da anni senza che i loro rapporti abbiano mai oltrepassato quelli di una fiduciosa amicizia.
Nella prima parte del breve romanzo assistiamo all’evoluzione del rapporto tra la principessa madre e il conte Streith, che sembrano avvicinarsi all’inevitabile matrimonio; parallelamente la giovane principessina Marie scopre i primi turbamenti sentimentali, innamorandosi di Felix Dühnen, figlio un po’ ribelle di un conte che vive in un castello vicino a Gutheiden. Il suo innocente rapporto con Felix, che non va oltre qualche bacio, porta Marie alle prime trasgressioni rispetto alla rigida e sterile vita da principessa, scandita da istitutrici pedanti e noiose lezioni private, monotone uscite giornaliere in calesse sempre lungo lo stesso tragitto e rare, cerimoniose feste dalle famiglie vicine, durante le quali deve comportarsi comme il faut. Nella sua ingenua e astratta voglia di ribellarsi, dovuta anche al fatto che le restrizioni impostele dalla madre sono particolarmente severe a causa della sua salute malferma, Marie trova un modello in Hilda, figlia poco più grande di lei di una baronessa, che si atteggia a donna emancipata. La solitudine di Marie si accentua dopo la partenza delle sorelle e di Felix, divenuto allievo ufficiale, tanto che la principessina si ammala gravemente e la madre decide di portarla al mare in Italia.
La seconda parte si apre dopo un salto temporale di due anni, e nulla sembra cambiato. Le due sorelle maggiori, tornate per un breve periodo a Gutheiden, sono ormai assuefatte all’infelicità della loro vita coniugale; tra la principessa madre e il conte Streith corrono sguardi, furtive strette di mano e frasi non dette che ormai lasciano presagire il prossimo fidanzamento, mentre Maria ritrova Felix che, ormai tenente, flirta ancora con lei.
È a questo punto che entra in scena un nuovo personaggio e il protagonista del romanzo diviene il conte Donalt Streith. Il nuovo personaggio è una ragazza, del tutto estranea al chiuso mondo del castello all’interno del quale la vicenda si è sinora sviluppata. Britta è figlia di una donna borghese che, a causa di una storia con un americano, un funzionario delle assicurazioni, come naturalmente tutti sanno in paese, si è separata dal marito ed è venuta a vivere in una casetta al margine del bosco di proprietà di Streith. Britta entrerà nella vita del conte sconvolgendola, e nel frattempo anche Felix dimostrerà tutta la superficialità del suo sentimento per Marie. Non rivelo altri particolari, perché questo romanzo sapientemente costruito va gustato pagina dopo pagina, ed i piccoli e grandi avvenimenti che si succedono sino alla fine sono parte inscindibile del piacere della lettura. Basti dire che nessuno dei personaggi riuscirà ad uscire dai binari in cui le loro vite sono incanalate, secondo una metafora che compare ad un certo punto nel testo.
Romanzo breve ma di grande spessore, 'Principesse' offre parecchi spunti interpretativi. Ovviamente il più immediato è quello relativo al destino individuale dei protagonisti. Nel brevissimo, unico commento a questa scarna edizione Adelphi, Alfredo Giuliani dice che «Principesse è una storia delicata e insieme impietosa di vite sbagliate…», e questo è sicuramente vero (io direi di non-vite). Sbagliata è la vita della principessa Adelheid, prima moglie tradita poi madre che condanna alla medesima infelicità le sue due figlie maggiori; sbagliata è la vita di Streith, che insegue per anni l’amore della principessa non cogliendolo quando lo raggiunge; sbagliata è la vita delle due figlie maggiori della principessa, spose la prima in un paese lontano dove emblematicamente perderà il figlio in fasce, l’altra di un principe idiota che la tradisce il giorno stesso del fidanzamento; sbagliata è la vita della piccola Marie, che affida la sua amicizia e il suo primo amore a persone che non lo meritano; sbagliate sono anche le vite di Britta e della sua volgare madre, costrette all’emarginazione dai pregiudizi sociali, e sbagliate sono infine le vite dei personaggi minori, come Felix e Hilda, succubi della loro inadeguatezza etica e morale.
Questa interpretazione non è però a mio avviso in grado da sola di farci comprendere lo spessore del romanzo, il suo fascino: è necessario quindi allargare lo sguardo, e calarsi nel contesto letterario e storico in cui fu scritto.
Come detto, le storie del castello sono una costante pressoché assoluta dei romanzi di Keyserling, quasi tutti ambientati nell’estremo nord-est dell’impero tedesco ed in un tempo che, seppure non esplicitato, è quello della contemporaneità dell’autore. I suoi romanzi, che secondo alcune interpretazioni potrebbero essere quasi visti come una storia unica, ripetuta continuamente con poche varianti, parlano di un mondo che sta scomparendo, un mondo che, come dice Eva Banchelli nella preziosa prefazione ad un altro romanzo del nostro, forse il suo capolavoro, Onde (Sugarco, 1988), è stato ”… incapace… di attingere nuova linfa facendosi coinvolgere dai meccanismi del potere politico del Reich guglielmino”; la stessa studiosa, più avanti, inserisce l’opera di Keyserling nell’ampio solco della letteratura della crisi di inizio novecento, quella della ”…dissoluzione della bonne societé come più ampia metafora del congedo dal modello antropologico e culturale ottocentesco nell’urto col grande capitalismo monopolistico e con le spinte democratiche e rivoluzionarie provenienti dal basso”.
Le vite sbagliate di 'Principesse' assumono allora il significato di mondo sbagliato, entro il quale la vita del singolo è sbagliata perché impossibile. È significativo in questa ottica che in 'Principesse' non vi sia alcuna indulgenza o nostalgia verso questo mondo, pur da parte di un conte baltico quale Keyseling era. Le sue radici naturalistiche, che si fanno sentire sin da subito, dalla prima scena in cui la Principessa discute con il suo amministratore delle difficoltà finanziarie del feudo, gli consentono di assumere un tono distaccato rispetto ai comportamenti e ai sentimenti dei personaggi, che è di per sé un atto di accusa verso la loro aridità o la loro impotenza. È questo un elemento di realismo del romanzo che, lungi dal contrapporsi al suo decadentismo, lo rafforza, nel senso che accentua drammaticamente il senso di decadenza progressiva e definitiva del mondo da cui l’autore proveniva, conferendogli forza. Anche l’impressionismo di Keyserling, la sua capacità di descrivere il paesaggio, l’ambiente, è funzionale alla grande tesi centrale del romanzo, quella di un mondo ormai senza una vita propria. Sostanzialmente infatti l’autore ci guida in due ambienti contrapposti: quello dei giardini dei castelli, in cui tutto è coltivato ed artificializzato, dove le rose sono tutte classificate, gli altri fiori sono perfettamente disposti nelle loro aiuole, ci sono panchine in cui sedersi, le piante servono come ornamento o per dare frutti; e quello esterno ai muri che cingono questi giardini, in cui ci sono i pericoli, c’è il disordine, ma dove i due protagonisti devono addentrarsi per cercare di sottrarsi alla non-vita che li attanaglia: Marie per incontrare Felix e Streith per stare con Britta.
Marie e Britta, i due soli personaggi a cui l’autore guarda con simpatia, sono in qualche modo agli antipodi: mentre infatti Marie vorrebbe uscire dal mondo in cui è costretta, sentendo la sua condizione come una non-vita, Britta, subendo il fascino di Streith, vorrebbe entrarci, sentendo la sua condizione di selvaggia come emarginazione sociale. Significativamente, a mio avviso, le due non si incontreranno mai, limitandosi a un sorriso da un palco all’altro a teatro, ed entrambe vedranno frustrate le loro confuse aspirazioni. Se quindi per Kayserling il mondo della morente aristocrazia baltica era il luogo della non-vita, esso era anche un mondo impenetrabile, e qualsiasi tentativo di intrusione, sembra dirci l’autore, provoca da un lato il respingimento e dall’altro il crollo.
Un altro aspetto estremamente importante di questo romanzo è l’ironia dell’autore, che a tratti raggiunge vertici di assoluta perfidia. L’episodio più strepitoso in questo senso è a mio avviso quello della visita del principe ereditario Joachim von Neustatt-Birkenstein a Gutheiden, prodromo del fidanzamento ufficiale con la cugina Eleonore. Oltre che quando lo descrive fisicamente, alto e stretto di spalle, di aspetto malaticcio, capelli color rame con un’impeccabile scriminatura, miope e con labbra rosse e umide agitate da una strana inquietudine , il vertice della perfidia Keyserling lo raggiunge quando ci dice che il principe, visitando le stalle di Gutheiden, ”… si interessò ai nomi delle mucche e a quelli delle contadine”: una piccola frase in cui, a mio avviso, è racchiusa una intera visione del mondo. Analogamente meraviglioso è l’episodio in cui il principe costringe tutta la brigata ad osservarlo mentre pesca, svegliando gli ovviamente assopiti spettatori con la sua arrabbiatura perché i pesci non abboccano. In poche pagine Keyserling ci consegna il ritratto di un perfetto idiota, destinato a diventare re.
Un secondo picco di ironia dissacrante riguarda la visita della anziana principessa Agnes, zia di Marie, che giunge a Gutheiden sostanzialmente per censurare un possibile nuovo matrimonio della cognata (una principessa sposando un conte in qualche modo si sarebbe degradata). Ella prospetta alla nipote una vita fatta di comitati di beneficenza, di scuole di cucito e di cucina per i poveri, presiedendo le quali non è però necessario ”… andare nei tuguri dei poveri, dove si prendono solo malattie e pidocchi.” La filosofia della principessa Agnes, anche qui esposta in poche pagine, da sola rende conto di come Keyserling fosse perfettamente conscio della fine delle basi morali su cui quel mondo si era per secoli fondato.
Come detto, Keyserling scrive Principesse a guerra iniziata, eppure la guerra è totalmente assente dal romanzo, che però è ambientato nella modernità (ad esempio, vi si accenna ad automobili). Questa assenza si può forse spiegare con una sorta di estrema volontà dell’autore di rimanere fedele a sé stesso e alle sue storie del castello, senza introdurre elementi nuovi in una visione che comunque presagiva lo sfacelo. C’è però un punto del romanzo in cui l’ironia di Keyserling colpisce, con una perfidia più sottile di quella conclamata vista sopra, la retorica patriottarda tedesca: è quando, durante una delle vacue passeggiate collettive dei notabili del posto, qualcuno propone di cantare 'Deutschland über alles', ed a quel punto ”… il canto si levò così alto dal prato che dall’altra parte, al castello, i cani cominciarono ad abbaiare.” Lo sfacelo si stava estendendo rapidamente dal Baltico verso ovest.

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Principesse 2015-01-07 07:55:37 Emilio Berra TO
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Emilio Berra  TO Opinione inserita da Emilio Berra TO    07 Gennaio, 2015
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" OH CHE BEL CASTELLO ! "

" Quando mia madre mi portava nel bosco la mattina (...) per me era la felicità ".

Eduard Von Keyserling (1855-1918) apparteneva a quella nobiltà baltica, tedesca per lingua ma che viveva in territorio russo. Questa particolarità forse influenzò quell'aristocrazia, quasi certamente lo scrittore, nel sentirsi come sospesa, poco radicata.
Ciò si riflette nelle opere del nostro autore. "Principesse" è, infatti, ambientato in un castello di campagna, fra quelle atmosfere evanescenti e cieli chiari, che caratterizzano il Nord-Est europeo.
Protagoniste una principessa vedova e le sue tre figlie già in età da marito.

"Le principesse hanno la loro strada già segnata, devono muoversi come su rotaie; e se escono dalle rotaie sono perdute".
Le due figlie maggiori ben presto adeguatamente si sposano e si trasferiscono lontano, cosicché la più giovane, Marie, viene ad occupare un grande spazio, benché il libro abbia una certa coralità di personaggi minori ben incastonati nella vicenda.
L'ambiente ricorda un po' le atmosfere di Cechov : personaggi, ' dilettanti del vivere ', fra qualche rimpianto e qualche speranza, che conducono un'esistenza oziosa, con momenti frastornati da forti emozioni, che eventi producono talvolta in modo inatteso.

L'autore, ormai un classico della letteratura europea (una vera sorpresa per chi ancora non lo conosca), adegua magnificamente lo stile al mondo descritto. Inoltre può essere definito come grande 'pittore' di paesaggi letterari : la rappresentazione del succedersi delle stagioni penso catturi ogni lettore: quella natura nordica, con "muschio verde e rosso", con mirtilli e lamponi, "cespugli di ribes e di uva spina", si trasforma con l'incedere dell'autunno, quando "gli alberi del parco si tinsero di giallo e di rosso", per inoltrarsi poi nei rigori dell'inverno, quando "nevicava quasi ininterrottamente, e ogni mattina gli alberi del parco, il giardino e il castello erano come avvolti in grandi onde di mussola bianca". Poi giunge la primavera: "quando un soffio di vento sfiorava gli alberi, sugli invitati cadeva una pioggia di fiori bianchi".

Non c'è ovviamente solo questo: "tutto il castello con la sua vita solenne era pieno di porte chiuse dietro le quali le persone ballavano di nascosto", e la giovane Marie, di salute cagionevole, sogna una vita propria, vuole amare ed essere amata, non vuole sentir dire che "le principesse non si emancipano".
Ma che cosa significa emanciparsi ? Quali ulteriori responsabilità questa prospettiva comporta ?
Forse aveva ragione Cesare Pavese quando sosteneva che "la maturità è tutto".

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