Le recensioni della redazione QLibri

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Sordelli Opinione inserita da Sordelli    10 Gennaio, 2012
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Poteri paranormali, inganni e sostanze tossiche..

Il Progetto ASAB venne condotto dal dottor Stone, su bambini con frequenti mal di testa. Il dottor Stone però, racconta la dottoressa White sua stretta collaboratrice, è morto ed alcuni di quei bambini, ormai cresciuti, si ritrovano con un’eredità che forse non avrebbero voluto: parti silenti del loro cervello sono state attivate. Il progetto infatti (ASAB = Activation of Silent Areas of Brain) prevedeva l’attivazione di queste aree silenti del cervello umano. Così la ricercatrice Helena, ha visioni inerenti il passato; David legge nel pensiero e Thomas sposta gli oggetti con la sola forza del pensiero.
La dottoressa White si è premurata di trarre in salvo dai servizi segreti militari i tre con poteri paranormali; ma saranno davvero in salvo al centro?
In un 2412 automatizzato ed inquinato, le uniche cose a non essere automatiche ed inquinate sono l’amore, la lealtà e la fiducia.
La storia è davvero carina e coinvolgente; ho apprezzato molto i dialoghi, distinti in dialoghi veri e propri e in pensieri. La distinzione non è difficile: i dialoghi sono racchiusi nelle classiche virgolette (« dialogo »), mentre i pensieri stanno, per così dire, tra due apostrofi (‘ pensiero ‘).
La divisione in capitoli brevi ed incisivi, a mio parere, rende la lettura ancora più accattivante.
Penso che il romanzo sia un po’ troppo breve per esser chiamato tale, è più un racconto lungo: in tre orette neanche l’ho finito e questo è dovuto anche al fatto che si fa fatica a staccarsene.
L’ho trovato un po’ frettoloso nel finale, ma comunque ben spiegato.
Lo consiglio anche a persone che non amano troppo il genere fantascientifico, in quanto l’argomento non è pesante o stressante. Inoltre, ho trovato carina l’idea dell’autrice di inventarsi questa sostanza tossica, l’aneurite. Quindi, oltre al tema principale che naturalmente è la questione dei poteri paranormali dei tre ragazzi, ho apprezzato molto anche la storia di contorno.
Mi viene da sperare che l’autrice voglia scrivere ancora qualcosa circa questa strana sostanza; anche perché un po’ mi incuriosisce sapere se quelle querce prospereranno. . . .

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Romanzi
 
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Sordelli Opinione inserita da Sordelli    09 Gennaio, 2012
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Un amore dolcemente travolgente

Kyra Castelli è una bella ragazza, intelligente, solare, un po’ “stronza” ma troppo sexy; e Tomas non ne resta affatto indifferente. Dopo continui ed inutili litigi, con lei ha il classico colpo di fulmine e si strugge d’amore per la bella Kyra. Così va male a scuola, i rapporti con la sua band peggiorano ed inizia a bere e a fare lo sciocco. Il problema è che Kyra, oltre a non contraccambiarlo è anche sua sorella maggiore; anzi, sorellastra. Cosa succederà?
Kyra e Tomas si raccontano in prima persona e ci portano con loro nelle loro vite, nelle gioie, paure e sfide quotidiane. Il lettore si trova ad essere il confidente di entrambi e proverà simpatia e affetto per questi due giovani che in fondo sanno così poco dell’amore, di quello vero. Ma lo scopriranno presto.
Questo romanzo è giovane e fresco e fa vivere al lettore, attraverso i due protagonisti di cui sopra, un amore travolgente, fatto di struggimento e desiderio, paura ed esitazione; è un amore puro e semplice, così semplice da esser disarmante ed estremamente bello. Oltre a questa storia d’amore che è l’epicentro del romanzo, mi è piaciuta la caratterizzazione dei personaggi, la descrizione delle loro vite e dei loro impegni. Ad esempio Kyra è una ballerina ventiduenne e lavora nel bar della sorella Elinor; Tomas è un ragazzo di diciassette anni, va a scuola, fa parte di una band di cui è il vocalist, assomiglia molto al cantante dei Tokio Hotel e lavora come cameriere nei weekend per racimolare qualche soldo. Tuttavia, benché i personaggi siano ben descritti, la lettura è fluida perché naturalmente i dettagli non sono elencati a mo’ di “lista della spesa”, bensì sono sparsi qua e là e raccontati dagli stessi personaggi: il coinvolgimento del lettore nella storia è totale.
Consiglio assolutamente questo libro a tutte le persone romantiche che hanno voglia di lasciarsi trascinare in una bellissima storia d’amore tutt’altro che stupida e scontata.

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Fantasy
 
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Yami Opinione inserita da Yami    09 Gennaio, 2012
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The Dark Side

"Promessi vampiri - The dark side" è diviso in due parti, intitolate "Il matrimonio" e "The dark side", entrambe composte da capitoli brevi che si susseguono secondo una sequenza numerica, privi di titoli.

"Il matrimonio" si apre in maniera originale, con il biglietto d'invito alle nozze di Antanasia Jessica Packwood e Lucius Valeriu Vladescu, ed è interamente dedicato ai preparativi per la cerimonia, alla celebrazione del rito e si conclude con la fine dei festeggiamenti e il ritiro dei due neo sposi nella loro camera nuziale.
Ogni scena è descritta con un'attenzione particolare per ogni piccolo dettaglio, che va dall'alternarsi degli stati d'animo contrastanti della protagonista ai significativi scambi di sguardi tra lei e il suo futuro sposo: seguiamo Antanasia passo passo, conosciamo le insicurezze e le incertezze che la sorprendono e la tormentano adesso che per lei è giunto il momento di compiere il suo destino e legarsi definitivamente non solo al suo amato Lucius ma anche alla misteriosa e pericolosa famiglia Vladescu.
Le digressioni sapientemente accurate permettono a chi (come me) non ha letto il primo libro di ricostruire i fatti antecedenti più importanti e a farsi un'idea abbastanza chiara dei rapporti che intercorrono tra i vari personaggi, compresi il modo e le circostanze in cui si sono conosciuti e il loro passato.

Da pagina 141 "The Dark Side" inizia come se fosse un libro a parte, con tanto di prologo e capitoli che ripartono da 1.
La narrazione, che nella prima parte seguiva il punto di vista di Antanasia, questa volta cambia: i personaggi alterneranno la propria ricostruzione dei fatti, con tanto di cambiamento di stile e personalità (cosa che non tutti riescono a rendere così bene).
Dopo il matrimonio, Antanasia non ha esitato un solo istante a riferirsi a Lucius come "mio marito", eppure all'inizio di questa seconda parte della storia, manifesta ancora parecchia difficoltà a chiamare la loro dimora "casa nostra", sentendosi distante e inadatta a rivestire il ruolo di futura regina dei due clan di vampiri, Dragomir e Vladescu, che sono stati uniti proprio grazie al loro matrimonio.
I Vladescu in particolare non la riconoscono come principessa e non perdono occasione di farla sentire un'incapace, di umiliarla e trattarla con disprezzo.
Come se non bastasse, un avvenimento terribile sconvolge la sua serenità coniugale: Lucius viene accusato di aver "distrutto" un altro vampiro della sua stessa casata e tutte le prove sono contro di lui. Nonostante sia il principe, non può sottrarsi alla legge che lui per primo sta cercando di far rispettare e la stessa Antanasia, in qualità di principessa, è costretta a farlo rinchiudere in isolamento nelle prigioni sotterranee del castello, in attesa di un processo che potrebbe vederlo condannare alla "distruzione"
La neo principessa sarà quindi costretta a crescere in fretta e prendere decisioni importanti senza poter consultare colui che finora l'ha protetta e guidata. Dovrà guardarsi dai nemici ma anche dagli amici. Questa sarà anche l'occasione per capire se ha davvero la stoffa per diventare una regina.

Nonostante il titolo sembra faccia il verso ai "Promessi sposi", la situazione tra le due famiglie, le lotte interne e gli intrighi mi hanno fatto pensare più alla storia d'amore di "Romeo e Giulietta".
La lettura è piacevolmente scorrevole, tanto che per la prima volta in vita mia mi sono trovata a leggere un libro di 618 pagine in circa 13-14 ore (contando pure le pause pranzo, cena e quelle per sistemare un paio di cose nella mia stanza).
Altra cosa che mi ha sorpreso è il fatto che sia stato il primo Urban Fantasy sui Vampiri che ho letto a non contenere nemmeno una scena di sesso, cosa che ho apprezzato particolarmente visto la frequenza con la quale queste scene "piccati" e a volte molto esplicite sono state usate (e abusate), rendendo ripetitivi, uguali e banali i romanzi di questo genere.

L'unica pecca che non mi consente di dare a questo libro 5 stelle piene sta però nella trama: fin dalla loro primissima comparsa, prima ancora che commettano alcunché, è possibile individuare quelli che saranno i "nemici" dei due sposi e sarà possibile prevedere, quindi, con larghissimo anticipo, tutto l'evolversi della vicenda, compreso l'epilogo che giungerà senza alcun intervento che possa costituire un minimo di "effetto sorpresa".
Ne consegue che la storia risulta un po’ troppo "dilatata" e "dilungata" vista la facilità con la quale è possibile prevedere tutto quello che avverrà già a un terzo del libro.
Concludendo, anche se la trama non mi è rimasta particolarmente nel cuore come è accaduto con altri romanzi o racconti, Per fortuna, Beth Fantaskey sopperisce a questa grave mancanza sapendo intrattenere il lettore col suo stile meravigliosamente piacevole, scorrevole e abbastanza originale.

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Romanzi storici
 
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Marghe Cri Opinione inserita da Marghe Cri    08 Gennaio, 2012
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Un bel romanzo storico

Sorano, personaggio centrale del romanzo, è effettivamente esistito ed è stato un grande e rivoluzionario medico dell’epoca imperiale, attivo ad Alessandria d’Egitto e successivamente a Roma.
Il romanzo lo accompagna dall’infanzia ad Efeso, agli studi e alle prime esperienze cliniche ad Alessandria, fino al suo arrivo a Roma, dove si impegna ad ampliare le proprie conoscenze mediche e spende gran parte della propria vita per insegnare a medici e ostetriche l’arte di curare le donne e assisterle nel momento rischiosissimo del parto.
Un innovatore, un rivoluzionario della medicina, un uomo che riuscì in tempi difficili a barcamenarsi fra poteri opposti e lotte religiose, perseguendo il proprio obiettivo culturale e scientifico.
Sotto questo aspetto il libro ha il pregio di introdurci a considerare quanto dobbiamo ai primi studiosi nel campo medico e quanto fosse più difficile essere donne e madri in quei tempi.
Ci regala anche un bell’affresco di alcune fiorenti città del passato remoto.
Per quanto riguarda il piano puramente narrativo ho trovato il libro talvolta un po’ prolisso e ripetitivo.
Molte considerazioni sull’impatto del Cristianesimo sulla storia dell’Impero e sulla resistenza dei Giudei nei confronti della Lex Romana e dell’occupazione della Palestina, vengono ripetuti più volte, col risultato di appesantire la lettura.
Anche il personaggio centrale, Sorano, seppur indiscutibilmente ben descritto nel suo carattere e nelle motivazioni delle sue azioni, non mi ha affascinato quanto avrebbe dovuto. Né tantomeno i personaggi di contorno, compresi quelli di maggior spessore. Ho avuto la sensazione che in tutti mancasse quell’alito di vita vera che talvolta consente ad un personaggio di essere vissuto come un amico fino al punto di soffrire della sua assenza al momento di chiudere definitivamente il libro.
Per tutto il racconto mi è sembrato che fossero in qualche modo carenti i sentimenti veri: tant’è che solo alla fine, quando Sorano incontrerà la donna che sposerà, il libro prenderà vita e calore attraverso la descrizione dell’amore e della complicità che lo unirà alla moglie.
La lunga relazione con l’altra donna amata per quasi tutta la vita, invece, non appare che come un fatuo amoreggiare non sorretto da veri sentimenti nè da una passione reale.
Nel complesso il libro è comunque piacevole da leggere perché scritto con una prosa elegante e scorrevole e l’argomento, per chi ha interesse alla storia dell’Impero Romano in genere e della medicina dell’epoca in particolare, è affascinante.

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a chi ama i romanzi incentrati su fatti storici e specificamente dell'epoca dell'Impero Romano.
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Racconti
 
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gio gio 2 Opinione inserita da gio gio 2    05 Gennaio, 2012
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"Punti di vista!"

..."Edificate tutta la vostra vita su un anarchico principio di nichilismo e vedrete che vi ritroverete a scrivere un libro di favolette amorali pieno zeppo di messaggi espliciti sulla morale stessa. Perchè per quanto io mi sia impegnato sin dal principio a biasimare e - perchè no - a deridere ove possibile l'assunzione di sacrosanti valori come modelli di vita, non ho potuto far a meno di scivolare io stesso nella trappola della retorica."...

Questa citazione è una delle riflessioni che Francesco Ricci riporta al termine della sua prima opera breve. Attenzione, non òso utilizzare il termine "conclusione" perchè, appunto, il testo stesso ci trasmette un messaggio chiaro ed in questo caso certamente "conclusivo" nel quale vi leggiamo un'immagine di pensiero più che mai limpida e palpabile: una soluzione definitiva non esite.

Un'ammirevole narrazione che spicca grazie ad una raffinata ricercatezza che non viene ostentata con l'utilizzo di terminologie complesse o con l'ostinata forzatura di un linguaggio che, pur vagando appunto nei meandri del nichilismo, non si getta in ciò è ormai divenuta una caratteristica di molti giovani autori emergenti: rompersi il capo pur di trovare uno stile forzatamente "innovativo". Al contrario, nello scritto di Francesco Ricci, emerge l'uso di un italiano tradizionale, limpido, fluido; la prima definizione che mi è balzata in mente è stata : composto.
Grazie a questa quasi sorprendente e spontaea "compostezza" ci introduce in un carcere immaginario,nel quale vi collocherà due personaggi vagamente grotteschi, diluendone appunto l'mmagine con l'essenza di una semplice ironia,affibbiando ad essi due nomi propri che in italiano significano rispettivamente 6 e 9. Un simpatico ed intelligente gioco di parole che in modo chiaro e nello stesso tempo sottile ci mostra come possono facilmente variare i punti di vista, mostrandoceli appunto in termini di prospettiva, inducendoci giustamente a riflettere che tutto ciò dipende "dal dove" li guardiamo, da che posizione ci poniamo, quindi NOI, mentre l'occhio del nostro pensiero li osserva.

Al termine dell'opera la nostra mente si ritroverà nel pieno di una "centrifuga", caduta in trappola di quell'umana debolezza che è perennemente in cerca di verità assulte, palpabili, DEFINITIVE! ...Dunque:

..."E l'unica maniera per venirne fuori indenne è abbandonare il seminato e, vestito d'indifferenza, abortire ogni primitivo pensiero di imposizione, come se nulla fosse mai stato".

Uno scritto che prende indubbiamente spunto da importanti testi filosofici, pregno di una spiccata ed intelligente ironia.
Dal mio umile "punto di vista" di semplice, accanita lettrice
non posso astenermi dal considerare questo giovane autore
napoletano una promettente voce nel panorama letterario italiano.

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Storia e biografie
 
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Ginseng666 Opinione inserita da Ginseng666    03 Gennaio, 2012
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Interessante saggio...

Devo dire che questo libro mi ha colpito positivamente.
Uno stile scorrevole e armonioso, un contenuto di tutto rispetto.
La giovane autrice analizza la figura di Ellis Peters, scrittrice inglese del primo novecento, tratteggiando all'inizio la sua storia che risulta essere insolita, anche dal punto di vista personale: è infatti una donna che ha voluto adempiere il servizio militare, traendone poi relativi spunti per alcune sue opere letterarie.
Segue poi l'analisi approfondita delle sue opere.
Ellis Peters viene paragonata ad Agatha Christie, per la qualità dei suoi romanzi gialli, per aver fatto del delitto il tema centrale delle sue opere.
In ogni romanzo esaminato sono riportate delle citazioni rigorosamente in inglese, cioè nella lingua madre dell'autrice e ciò può essere magari difficoltoso per chi non conosce la lingua, ma lo si può chiaramente ovviare con una doverosa traduzione.
L'ambientazione del Medioevo e delle relative usanze di questo affascinante periodo storico, completano il valore intrinseco di questa opera.
A me è venuto il desiderio di conoscere questa autrice e i suoi romanzi.
Se lo scopo di Chiara Albertini era questo direi che è stato raggiunto in pienezza.
Consigliato e promosso a pieni voti.
Saluti.
Ginseng666

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Saggi storici...
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Romanzi storici
 
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silvia71 Opinione inserita da silvia71    28 Dicembre, 2011
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Chi è Elsa?

Prima di provare a comunicare la mia personalissima impressione su questo romanzo, preferisco puntualizzare che non conosco i precedenti lavori della Charbonnier, ossia La sorella di Mozart e La strana giornata di Alexander Dumas, di cui tuttavia lessi ,con piacere, opinioni positive in merito.

Il primo impatto con la lettura non è stato semplice, in quanto pur lasciandomi trasportare fiduciosa dalla storia narrata, senza pregiudizi e preconcetti, ma dando il tempo all'autrice per spianare la strada alla trama, tuttavia, superata abbondantemente metà del romanzo, ho dovuto tirare i remi in barca, riconoscendo amaramente che trattasi di un lavoro mal riuscito, ahimè.
L'errore fatale sta proprio nella elaborazione della trama; la creatura a cui si da vita, sembra avere in nuce caratteristiche di diversa natura, ma nessuna prevale e prende forma compiuta, assumendo così le sembianze di un ibrido che spazia dalla psicoanalisi allo spunto storico, per finire in una storia di complessi rapporti familiari.
Ritengo che quanta più carne si metta al fuoco, tanta più maestria sia necessaria per cucinare il tutto alla perfezione, amalgamando gli ingredienti, senza tralasciare di esaltarne i singoli sapori.
La nostra italianissima Rita Charbonnier paga dazio a causa della sua esperienza letteraria ancora acerba, che non l'ha sostenuta in questa terza sfida, perdendosi nei meandri di un romanzo che non decolla.
Chi si nasconde nell'animo della giovane Elsa, donna fragile e incompresa? Cosa la tormenta e la porta ad astrarsi continuamente dalla realtà? Perché fatica a trovare qualcuno che la comprenda e la aiuti? Qual è il confine tra mondo onirico e realtà, tra follia e lucidità?
Sono tanti gli interrogativi che vibrano in queste pagine e che, elaborati meglio, avrebbero fatto sfociare questo fiume in piena in un oceano meraviglioso.
Nulla da eccepire sulla buona forma stilistica dell'autrice, di cui è possibile apprezzare la fluidità narrativa e la capacità di animare i suoi personaggi, utilizzando un gergo di spessore e appropriato agli eventi.

Mi dispiace non poter promuovere questo romanzo, tuttavia questa esperienza non mi impedirà di conoscere quelli precedenti o un eventuale quarto lavoro della nostra autrice.





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Romanzi
 
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C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    28 Dicembre, 2011
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VECCHIA VOLPE DI ZIO DIECI

Che gradevole scoperta questo romanzo !
Un racconto spassoso, fantasioso, irriverente, impenitente, sarcastico ma attenzione non per questo non intelligente. Anzi.
Leggendo tra le righe si ha un triste ritratto di quella che e' l'Italia dei corrotti e dei corrompibili, dell'apparenza e dell'inganno, di quello che e' conveniente dire o occultare, di una gran bella fetta del nostro Bel Paese. Oggi come ieri, a rigor di cronaca, aneddoti sempre e comunque attualissimi, ahime'.
E qui arriva la storia del povero zio Diecipercento, politico di professione, le origini del nome, a questo punto, non sto a spiegarvele.
Zio Dieci morto ammazzato e stecchito con una fucilata in testa , poveraccio. Ma se il corpo e' destinato all'autopsia, il suo fantasma e' desto e operativo in prima linea alla scoperta dei motivi della sua morte, il Maledetto lo ha ucciso, lui deve scoprire perche'.
Deve trovare "il ladro che gli aveva rubato la felicita', l'assassino che gli aveva rubato la vita ".
Giunge Margherita, la nipote fuggita tanto tempo prima dalla citta', la bestia bianca in quest'orgia di gentaglia che usa e abusa, scappata col suo amore vero, con la sua professione onesta.
Torna per il funerale di zio Dieci, l'unico che aveva un pochetto apprezzato durante la giovinezza .
Qui entrambi, spinti da incontri o espedienti ripercorrono il passato , amori e dissapori, faide e ipocrisie di questa balorda famiglia. Ed anche il fantasma , creando parallelismi coi pensieri e le sensazioni della nipote,fa un bilancio di quello che ha perso in vita ed e' in grado di notare solo ora, in morte.
Mentre ci si incammina tra i ricordi, il fantasma di zio Dieci ci tiene allegra compagnia, aggrappato come un aquilone alla spalla di Margherita, o appollaiato sul lampadario come un gatto, sbraitante nuvola che solo il suo adorato cane riesce a sentire.
Un libro veloce da leggere e molto piacevole, davvero.
Un piccolo appunto per l'autrice, il finale : l'ultima riga per esser precisa...Beh, eccellente, mi si e' stampato un sorriso sbilenco sul volto. Se ci si potesse stringere la mano virtualmente ecco ti porgo la mia. Oltre al libro, quell'ultima riga merita una stretta vigorosa.

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Romanzi
 
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4.0
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Pelizzari Opinione inserita da Pelizzari    26 Dicembre, 2011
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Credere nei sogni

La protagonista di questo romanzo breve è Emma, giovane donna in cui subito mi sono riconosciuta, per le sue delusioni, il suo modo di prendere in modo allegro i piccoli fatti quotidiani, gli sketch della sua vita di single, le sue paure interiori, il suo modo di trovare un antidoto alla sofferenza, tuffandosi in un mondo parallelo, il suo bisogno di tranquillanti che le danno un effetto paradisiaco. Emma è piena di freschezza, cerca di combattere quel qualcosa di pesante che dentro ci fa male, cerca di vincere il silenzio dell'oscurità, quel vuoto che senti dentro quando ti abbandona anche la paura. Emma ci spinge, con simpatia, a credere nei sogni, a non disperare se non si avverano, perchè se un sogno ci delude è soprattutto perchè noi non abbiamo creduto abbastanza in lui. La vita infatti è ciò che facciamo con ciò che ci accade. E quindi è tutta nelle nostre mani.

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Il giorno in più
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Racconti
 
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Pelizzari Opinione inserita da Pelizzari    22 Dicembre, 2011
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Il male di vivere moderno

Si tratta di una manciata di racconti, che vivono di vita propria, ma qualcosa di comune li attraversa. In tante forme diverse stanno a simboleggiare interrogativi e stati d'animo moderni: sentimenti di noia, dolore, isolamento, desiderio del possesso assoluto, senso di appartenenza, senso di esclusione, desiderio di capire cosa significa esserci nel mondo, dare senso al non senso dei nostri pensieri, sensazione di essere riempiti e svuotati di se stessi. E fra i tanti schemi a intreccio che si prendono gioco di noi, con la voglia, che tutti proviamo, che la vita faccia parte di noi, il libro ci aiuta a capire che il fermarsi troppo a ogni incrocio per interrogarsi continuamente è più letale del non fermarsi affatto. Questi sono racconti un pò surreali, che, con i loro interrogativi metafisici, aiutano a capire quanto è importante vivere fino in fondo e superare i propri dolori esistenziali, con pazzia, con entusiasmo, con freschezza. Il racconto che ho preferito è stato "Pesciolino rosso", ma sono tutti davvero particolari.

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E liberaci dal male oscuro
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Fantasy
 
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Sara S. Opinione inserita da Sara S.    20 Dicembre, 2011
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Non permettere che la vita sia più veloce di te.

Scritto a quattro mani da due autori italiani, "Picabo Swayne" è un romanzo distopico young adult da non perdere per tutti gli amanti del genere e che non ha nulla di che invidiare ai romanzi d'oltreoceano.
L'ambientazione è in un imprecisato futuro, nella grigia e fatiscente città di Coldbay, circondata da rifiuti tossici e governata da un regime tirannico e totalitarista che controlla ogni aspetto della vita dei suoi abitanti.
Picabo, la protagonista sedicenne di questa storia, è ormai abituata a vivere a Coldbay, non ha mai immaginato nulla di diverso. Inoltre nel suo mondo è consentito solamente pensare al presente e tutto ciò che riguarda il passato è stato distrutto. Però, quando sua mamma sparisce nel nulla (come del resto succede a tutti gli abitanti di Coldbay superata una certa età) e lei è costretta ad entrare nel programma di procreazione (obbligatorio per tutte le ragazze al compimento del sedicesimo anno) capisce che vivere così non è ciò che vuole e dentro di lei si accende la scintilla della ribellione. Grazie a una straordinaria, nonché vietatissima, macchina fotografica in grado di vedere indietro nel tempo, capisce che un passato diverso esiste, e la speranza per un futuro migliore la porterà lottare contro lo stile di vita imposto dal governo.
La lettura del romanzo è stata piacevole ed entusiasmante. Lo stile di scrittura è molto scorrevole e gli aspetti di questo nuovo mondo dallo scenario distopico e post apocalittico sono ben descritti, riuscendo a sanare ogni dubbio che si presenta nella mente del lettore man mano che la storia prosegue. Trovo infatti che sia difficile ricreare un mondo diverso da quello in cui siamo abituati a vivere senza creare confusione. Ci sono infatti moltissimi ambienti, usanze, leggi, stili di vita, che differiscono totalmente da ciò che noi abbiamo appreso come "normalità". Ma gli autori sono stati molto bravi a fornire spiegazioni precise e semplici per ogni cosa. Ne risulta uno scenario del tutto credibile e tridimensionale, nel quale il lettore si può facilmente immedesimare. La storia poi l'ho trovata interessante ed è riuscita ad calamitare la mia attenzione fin da subito. Gli avvenimenti si susseguono in maniera uniforme e non mancano le scene di azione. Anche se la maggior parte di esse si manifestano nelle ultime 100 pagine, ho trovato che la divisione dei punti focali del romanzo non siano poi così nette come spesso avviene nella maggioranza dei libri. Siamo infatti di fronte ad un romanzo ben bilanciato, che ha l'enorme pregio di non creare punti "morti" nella narrazione. Dopo aver terminato la lettura ho avuto un presentimento (ma potrei anche sbagliarmi) di un seguito, perché alcune questioni rimangono in sospeso. E siccome sono rimasta soddisfatta da questo libro mi auguro proprio che sia così.

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1984, Fahrenheit 451, The Giver
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Racconti
 
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Pelizzari Opinione inserita da Pelizzari    19 Dicembre, 2011
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La dignità della sofferenza

Il libro è una raccolta di racconti che sono testimonianze di vita di un infermiere e di un uomo. E' uno spaccato di grande umanità e fede, nonchè rispetto per la natura umana e per la natura. Sono tante piccole storie che fanno conoscere il volto umano del dolore e della sofferenza, i diversi meccanismi di difesa dei malati, l'intensità del dolore che è una grossa lente che deforma tutto, l'importanza dello sfogare il dolore anche con il pianto, del non soffocarlo, le tante forme di assistenza silenziosa che ci sono, data con amore e dedizione. Queste storie ci fanno capire quanto è importante per un essere umano di qualsiasi età il bisogno di essere abbracciati, e quanto il sentirsi non amati può portare alla malattia e alla solitudine dell'anima. E' un piccolo libro di grande intensità emotiva, che dà veramente molto al lettore.

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Fantasy
 
Voto medio 
 
4.8
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Illary Opinione inserita da Illary    19 Dicembre, 2011
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LE TREDICI DI HAVEN WOODS

"Restò immobile sul letto. Anche quando le fiamme dal pavimento cominciarono a salire..." Inizia con un terribile suicidio questo fantasy di Susie Moloney.
La donna che si toglie la vita vive ad Haven Woods, un tranquillo ed elegante villaggio di periferia. Almeno in apparenza. Perchè Haven Woods è in realtà un paese molto inquietante, dove si manifestano oscure presenze, dove la chiesa ha chiuso, e dove pare che non viva nessuno... a parte una quantità sconcertante di gatti.
Paula Wittmore, originaria di Haven Woods, è una madre single e la sua vita è un disastro. Quando sua madre improvvisamente si sente male e viene ricoverata in ospedale, Paula torna a casa per prendersi cura di lei. Immediatamente però comiciano ad accadere fatti strani. Paula non riesce mai a parlare con un medico o a restare sola con sua madre. Quest'ultima poi non sembra affatto felice di vederla e fa di tutto per farla tornare a casa, in città. La figlia dodicenne di Paula, Rowan, odia Haven Woods immediatamente e comincia a sentirsi inquieta. Ma Paula non può nemmeno immaginare che il suo arrivo sia stato accuratamente pianificato. Loro hanno bisogno di lei. Loro devono essere tredici, sempre. La morte di una del gruppo ha risvegliato un'oscura e terribile presenza, la cui sete dovrà essere placata. Che terribile segreto è celato dietro la parvenza di perfezione della bella Haven Woods?

Questo libro è veramente particolare. Il ritmo è scorrevole e molto coinvolgente e la trama è veramente suggestiva, anche se a tratti forse troppo inverosimile. Mi è piaciuto soprattutto perchè al filone horror che personalmente apprezzo molto, sono affiancate diverse storie d'amore. Amore in senso lato. Da quello di una madre per un figlio, a quello di una ragazzina per un cane, all'amore distorto verso il successo e verso l'ideale di una vita perfetta. Cosa siamo disposti a sacrificare per raggiungere i nostri obiettivi? Cos'è davvero importante nella vita?

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EvaBlu Opinione inserita da EvaBlu    17 Dicembre, 2011
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Perdonatemi, ma io non l’ho capito!

Prima di iniziare, voglio scusarmi con l’autore. Gli chiedo scusa perché molto probabilmente nelle sue intenzioni c’era quella di scrivere qualcosa di alto e significativo. Lo si capisce da vari elementi, un po’ come quando vai in un paese straniero in un giorno che per te è feriale e trovi tutto chiuso: comprendi che in quel posto sarà un giorno di festa o una ricorrenza particolare ma non hai la più pallida idea di cosa si tratti, ed in più non parli la lingua locale per poter chiedere.

In poche parole, di questo libro non ci ho capito nulla. Ma veramente niente di niente.

L’”allodola” che mi aveva portato a sceglierlo e a richiedere l’invio da parte della redazione, era stato il seguente frammento tratto dalla quarta di copertina:
“L’uomo si trova intrappolato in un’era nella quale cresce il rifiuto del pensare, del voler restare soli con se stessi per ritrovare il contatto con l’anima; per poi, stoltamente, cercare un Dio esogeno alla propria persona.”
Cosa vi aspettereste voi da una simile presentazione?
Qualsiasi cosa abbiate pensato, cancellatela! InfinitAmente vi condurrà in una sorta di rivisitazione della creazione dell’umanità, dagli albori, presumo, ad oggi. Ci sarà un personaggio, certo J., una sorta di angelo (?), demone (?), essenza di un dio (?), di preciso non so, come vi ho già detto non l’ho capito, che si occuperà della distruzione delle anime malvagie in nome del ritrovamento della sua amata, la metà perfetta che gli era stata assegnata non ho capito da chi né in quale momento preciso della storia dell’umanità.
Il libro, che sosta nella categoria romanzi ma che secondo me di romanzo ha ben poco, è composto da capitoli (?) intermezzati da citazioni tratti dalla Bibbia e da altri testi religiosi. Ci sono note che richiamano il Vangelo, la numerologia e la rappresentazione Kabbalistica, ma non sono riuscita a darvi un senso. Lo stile è ricercato e molto accademico, di nicchia oserei dire.

Nel complesso ho dedotto e carpito la sottolineatura dell’eterna lotta tra il bene e il male, ma tutto ciò che affermo lo si prenda con il beneficio del dubbio.
Quello che mi è piaciuto di più è stata la riproduzione degli schizzi a matita sparsi lungo la narrazione.

Per il resto, dal basso della mia ignoranza sui temi trattati (?), lo sconsiglio vivamente. A meno che non abbiate voglia di riprovare quella sinistra sensazione di dovervi sorbire per forza di cose il testo che ha scritto il titolare della cattedra con cui dovete necessariamente sostenere quell’esame che avete rinviato all’infinito.

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Storia e biografie
 
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Michele75 Opinione inserita da Michele75    14 Dicembre, 2011
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Diario di denuncia e testimonianza

Natascia Berardinucci è un’infermiera abruzzese, si è laureata in Scienze Infermieristiche, ha conseguito un master e un corso di perfezionamento in “Medicina Tropicale e Salute internazionale”.
"Ho tolto i chiodi dalle mie ali" è il suo primo libro, titolo che evoca dolore, forza e determinazione ovvero gli elementi che caratterizzano la vicenda umana di Natascia: "Il mio è un dolore silenzioso di chi conosce perfettamente e fino in fondo l’identità del proprio nemico, da combattere, con tutte le forze, le mie e da sola. Quel dolore non mi abbandona mai, indosso una maschera e fingo che tutto vada bene ogni giorno. Convive con i miei sorrisi, con le mie lacrime, con i miei cambiamenti d’umore, repentini, la mia vita,col mio lavoro: è dentro di me. Quanto avrei voluto urlarlo quel dolore, ma non si può, perché le persone più vicine hanno paura più di me e portano ancora impressi i segni vivi addosso lasciati da quei cinque anni, passati a scoprirlo.”
Mentre i problemi fisici compromettono la sua vita, i dottori non riescono a inquadrare facilmente la malattia. Poi la diagnosi: "Parkinsonismo giovanile a esordio precoce", parente stretto del celebre morbo di Parkinson.
Passano alcuni anni, la donna è impegnata a studiare per il master in "Management e coordinamento infermieristico" e incontra un uomo che dichiara: "^Ti prometto non ti farò mai del male^. Me le sento ancora nelle orecchie quelle parole! Avremmo dovuto crescere insieme nell’amore di Dio! Ha giocato con la mia vita ed è una cosa che non mi dà pace. Non ha avuto rispetto per me né per la mia famiglia né la mia professione, per la mia malattia e neppure per i mie sogni, li ha distrutti tutti inesorabilmente. Come ho potuto permettergli tutto questo? L’amore è un sentimento che ti fa star bene, sorridere, gioire, battere forte il cuore nel petto. Sono stata denunciata da colui che amavo nella maniera più vigliacca possibile: ^L’ha premeditato^."
Natascia viene condotta prima in prigione per l’accusa ignobile di stalking con la clausola giuridica di pericolosità sociale, poi in clinica per disabili intellettivi, in ospedale psichiatrico e infine agli arresti domiciliari. Sconvolta dalle incredibili disavventure ma fiera e combattiva, Natascia Berardinucci scrive un libro di denuncia e di testimonianza usando la sua voce anche "per chi voce per urlare non aveva più".

"Finalmente ho tolto i chiodi dalle mie ali. Inizio a sbatterle piano, adesso so che funzionano. Proverò a sbatterle più forte così da prendere quota e volare finalmente."

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"Era d’estate. Io e il signor Parkinson" (Daniela Zampirollo), "Miss Parkinson. Storia di una donna che non si è mai arresa" (Michela Cancelliere) e libri che narrano esperienze autobiografiche di chi ha dovuto affrontare una malattia oppure una carcerazione ingiusta.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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Marghe Cri Opinione inserita da Marghe Cri    13 Dicembre, 2011
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Un giallo psicologico

Il commissario Giordàn ha due eccellenti collaboratori nella risoluzione dei casi che gli vengono affidati: sua nipote Gabriella e il suo amore per la pesca.
La prima, grazie alla vivacità e intraprendenza intellettuale, gli fornisce spunti interessanti legati ad un modo diverso di vedere la realtà, l’altra lo obbliga alle lunghe attese che consentono al suo cervello di esplorare in libertà le infinite possibilità di risoluzione di un caso complesso.
E così, come per Montalbano il cibo, per Giordàn le acque calme del lago di Como sono lo stimolo per sviscerare gli eventi complessi legati alla soluzione del caso dell’assassino delle maschere.
Un assassino che uccide giovani donne senza un movente riconoscibile, con ferocia e senza lasciare tracce, se non una maschera sempre diversa posata sul loro volto dopo l’omicidio. Un killer seriale che agisce indisturbato in città diverse ed in condizioni di estremo rischio senza sbagliare una mossa.
Il caso inestricabile viene alla fine risolto da Giordàn in modo quasi esclusivamente deduttivo.
Il libro presenta spunti interessanti, soprattutto nella figura del commissario che è qui alla sua prima apparizione e, come apprendo dalle informazioni nella quarta di copertina, appare in due successive opere dell’autore, nel corpo delle quali sono sicura che sarà stata ulteriormente delineata e scolpita.
Ne vale la pena perché il personaggio è abbastanza originale e simpatico.
La storia ha una sua complessità ed il mistero tiene per buona parte del libro: da tre quarti in poi la soluzione è abbastanza evidente per il lettore, ma rimane interessante verificare le modalità di svolgimento dell’indagine ed i percorsi logici seguiti da Giordàn.
Lo stile è semplice e scorrevole e la suddivisione in capitoli a volte molto brevi consente all’autore di raccontare la storia dal punto di vista del commissario e, alternativamente, da quello dell’assassino.
Quello che manca, a mio avviso, è un ritmo più serrato, ma è un fatto di gusti e di ambientazione: un panorama lacustre comporta ritmi più lenti e contemplativi che non l’immersione nelle strade frenetiche di Londra o New York, me ne rendo conto.

"Non era soltanto per la fioritura delle azalee o per i sentieri attraverso il parco. E le limonaie che, con le zagare e gli ovali appuntiti degli agrumi, ricreavano un angolo di sud.
Per le sculture del Canova che abbellivano le sale di villa Carlotta.
Non si trattava soltanto di queste amenità.
C’era qualcosa in più, nel suo paese, Tremezzo. C’era un aroma speciale, il profumo del lago. Pieno di ricordi."

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Romanzi
 
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Sordelli Opinione inserita da Sordelli    12 Dicembre, 2011
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Un fantasy di grande originalità..

Julia Valentine è una diciannovenne di GreenKitch un po’ svogliata a scuola, sola e solitaria. Ha grandi occhioni verdi con cui osserva il mondo circostante, in particolare ciò che la circonda nella sua bella villa; e ciò che vede, la terrorizza. Vive da ormai undici anni senza la mamma, scomparsa improvvisamente, con la sorella e il fidanzato della stessa che si prendono cura di lei.
Julia ha paura della porta sbarrata, dietro la quale si trova la vecchia stanza della madre: spesso sente dei rumori, come di passi; o vede figure per casa, in particolare nella sua camera. Realtà o suggestione? Non riesce a spiegarselo, ma di certo c’è che lei ne è realmente atterrita.
Aleksander LaFleur è anch’egli un diciannovenne ed è bassista dei Black Punk, un giovane gruppo esordiente. Per motivi familiari è costretto a trasferirsi a GreenKitch, proprio nel momento in cui aveva conosciuto un’interessante ragazza sul sito del suo gruppo.
Ma quella ragazza è proprio Julia e dopo una serie di incontri/scontri i due cominciano a frequentarsi.
Ad Alek torna la voglia di suonare e insieme a Dave, lo strano compagno di banco, riesce a creare dal nulla un gruppo; nel frattempo Julia riesce a confidare ad Alek le sue paure più profonde e nascoste. Ed un giorno, insieme, decidono di aprire la porta sbarrata ed entrare nella vecchia camera della madre. Qui uno strano pendolo li porterà in un mondo parallelo e così si troveranno catapultati in una magica avventura.

Che libro coinvolgente, magico e martellante! Non c’è un attimo di tranquillità! Mi sono ritrovata spesso nella storia, innamorata persa di Alek; oppure rannicchiata nel letto con le spalle al muro, ad osservare cosa accadesse nel buio della camera. Come Julia.
Con i protagonisti, ho sofferto, sorriso e mi sono preoccupata. Sicuramente l’autore sa come rendere partecipi i suoi lettori e premia la loro fiducia con una storia molto originale e nuova: finalmente qualcosa di diverso dalle proposte editoriali che vanno tanto di moda di questi tempi.
Che emozione, poi, trovarsi nel mondo parallelo, spaesati come lo sono i protagonisti; e scoprire insieme a loro i segreti di Villa Valentine, della madre di Julia e di quella di Alek; conoscere il Duca, il Conte, il gigante nero Nadir….
Infine, il romanzo si conclude in maniera inaspettata e anche molto emozionante: all’ultima pagina ho creduto seriamente di piangere!
Un libro consigliatissimo, non c’è che dire.
Unico neo: per la pignoleria che mi contraddistingue, non posso non dire che vi sono errori veramente grossi, di ortografia e grammatica; ecco perchè ho dato voto 3 allo stile, altrimenti sarebbe stato un 5 netto. Il contenuto è certamente importante ma purtroppo (o per fortuna) anche la forma lo è! Aspetto con ansia il secondo libro di Alessandro Siani, sperando però che la prossima volta, ad una storia tanto bella, originale ed appassionante, aggiunga anche una maggiore cura nell’esposizione.

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Romanzi
 
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LuigiDeRosa Opinione inserita da LuigiDeRosa    12 Dicembre, 2011
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La terra di Kullab

Il testo è composto da tre racconti,nel primo il signor Pampuja inventore di giochi enigmistici per una rivista riesce a riempire il suo vuoto esistenziale,acquistando un manichino in un grande magazzino, alla fine questa bambola sarà l'unica "persona" a fargli compagnia e procurargli calore umano.La sua follia trova in questo pezzo di plastica cura alla solitudine.E' la fine che faremo tutti noi?,capaci di "condividere" e "convivere" solo in modo artificiale e artificioso? Nel secondo episodio un Re, Luigi IX ,durante una delle ultime crociate da lui stesso organizzata finisce prigioniero,ancora una volta fantasmi sono l'unica compagnia di un uomo incapace di analizzare la realtà e di capire uomini e avvenimenti.Nell'ultimo racconto sono antichi dei mesopotamici:Anu,Tammuz,l'incantevole Ishtar,Enki a fare da sfondo all'incubo che vive un ragazzo tenuto a sorvegliare un orcio dove scoprirà essersi nascosto un terribile demone che ha assunto le sembianze di un cane.
Sebbene i tre episodi siano molto interessanti, soprattutto i due di ambientazione storica arricchiti anche da note e glossari che ci permettono di approfondire la conoscenza delle vicende,ho trovato la narrazione molto dispersiva,il continuo dilungarsi nelle descrizioni di episodi o situazioni rendono la lettura faticosa.

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Romanzi d'esordio
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Romanzi storici
 
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Lauralia Opinione inserita da Lauralia    09 Dicembre, 2011
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Honorata cortigiana

Rosa Ventrella in “Honorata cortigiana” racconta – mettendone in evidenza tutte le sfaccettature e smascherandone l’apparente inconciliabilità – l’intreccio tra l’essere donna, conclamata poetessa e cortigiana di straordinaria fama, che insieme alle passioni, ai timori, alle speranze e ai comportamenti istintuali della donna, fu sicuramente la ragione del fascino di madonna Veronica Franco.
L’opera ben rappresenta difatti una figura storica emblematica che, nel corso della sua vita, passò, seppure attraverso un percorso tutt’altro che lineare, condotto in modo ironico e spregiudicato, dalla vitalità dell’amore passionale alla grazia delle ricercate rime, fino allo sconcerto per l’accusa di stregoneria da parte delle autorità politiche e religiose della Serenissima, che ravvisarono nel carisma della donna un potenziale veicolo di sovversione e di immoralità. Nel romanzo, invero, ritroviamo da un lato un affresco storico della Repubblica veneta, ma dall’altro siamo invitati dalla scrittrice a seguire il cammino con cui Veronica Franco diede ordine al suo mondo interiore. Grazie anche alla vivacità e l’arguzia dello stile dei sonetti, nonché ai legami con uno dei circoli culturali più celebri di Venezia, la bellissima cortigiana acquista una conoscenza chiara del suo talento letterario e si rende consapevole del grande desiderio di accrescere la sua cultura, una prerogativa a quel tempo non femminile di cui tuttavia Veronica Franco si appropriò perseguendo non solo nei suoi componimenti l’idea di libertà, di fronte alla vastità e alla complessità della quale, la varietà dei punti di vista dei diversi personaggi che fanno da sfondo fornisce un quadro indicativo della società veneziana. Una prospettiva narrativa, quella di Rosa Ventrella, che riconosce spazio e autonomia alla cultura del Cinquecento, ma che soprattutto presenta e utilizza in modo suggestivo gli accadimenti di quell’epoca, servendosene come strumenti per aprire la porta del vissuto di una delle più honorate cortigiane della Venezia rinascimentale.

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Storia e biografie
 
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Michele75 Opinione inserita da Michele75    08 Dicembre, 2011
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Il mistero della morte

Simone Venturini è docente di Esegesi del Pentateuco alla Pontificia Università della Santa Croce di Roma e ricercatore presso l’Archivio Segreto Vaticano. Ha scritto numerosi articoli sulla Bibbia e saggi ("I libri di Dio. La Bibbia" e "Il Vangelo del bambino interiore") e inoltrandosi in un affascinante argomento ha scritto "Il libro segreto di Gesù" per condividere col grande pubblico le informazioni tradotte dai testi più antichi e dagli studi più sofisticati.
Per parlare ai non addetti ai lavori, Venturini ha adeguato il saggio al ritmo incalzante di una indagine investigativa, annunciando sin nelle prime pagine il tema della sua indagine, ovvero cosa accadde a Gesù nelle quaranta ore in cui rimase nel sepolcro e, in parallelo, cosa accadrà a noi appena dopo la nostra morte.
L’introduzione ci permette di addentrarci nell’inchiesta: vediamo quindi la terra d’Israele, Nazareth, Betlemme, Gerusalemme, il popolo ebraico impoverito e vessato in attesa del Messia, la vita di Gesù e la crocifissione sul monte Golgota, avvenuta il 7 aprile del 30 d.C., di venerdì. Calato dalla croce, Yeshu fu portato nel sepolcro, ivi custodito sino all’alba di domenica 9 aprile quando Maria Maddalena, recatasi alla tomba, trovò il sepolcro aperto.
Prima di poter comprendere il mistero della morte, Simone Venturini presenta con onestà intellettuale le diverse teorie degli studiosi, l’affidabilità dei testimoni, l’interpretazione di alcune parole, i concetti di trasfigurazione e resurrezione. L’inchiesta si avvale dei manoscritti degli storici, dei 4 vangeli canonici e di quello scritto da Pietro, dei reperti archeologici più antichi e delle scoperte più recenti, degli studi susseguitisi nei secoli, della Sindone e di quell’immagine formidabile trattenuta fra le fibre di lino. Il libro è corredato da fotografie di papiri, di stele, delle fibre del lenzuolo. L’autore riprende gli indizi, li accosta, li valuta, li pondera. E recupera e compara le testimonianze di pre-morte di chi è stato coinvolto in un terribile incidente o è rinvenuto da una rianimazione, tutte narrazioni che hanno in comune alcune osservazioni: le esperienze extracorporee e la pace inondata dalla luce.
L’autore rivela che l’inchiesta poliziesca necessita di un ulteriore sforzo, sforzo profondamente congeniale allo stesso Venturini, l’andare oltre i 5 sensi, dando spazio all’intuizione, ai sensi spirituali, al cuore. Collegando tutti gli elementi esaminati giunge alla risposta di cosa accadde nel sepolcro e con quella risposta, attraverso un enigma fondamentale che manterrò celato, ci collega gli uni agli altri.

Tratto dal libro:
"Raccontò di aver visto non solo il proprio corpo dal di fuori, ma di aver attraversato il tetto dell’ospedale e di aver visto le strade, i palazzi e le luci della città. Vicki narrò di essersi trovata in una specie di tubo che conduceva in un "campo illuminato e coperto di fiori". Avrebbe poi incontrato amici di scuola deceduti da tempo, insieme a parenti e conoscenti. Prima di poter comunicare con essi, una "figura splendente" la bloccò e le disse di tornare alla vita e che avrebbe avuto dei figli, cosa che poi accadde.
La straordinarietà della sua testimonianza non sta nel dettagliato racconto che ne fa la donna – in questo uguale a tanti altri – ma nel fatto che l’esperienza fu vissuta da una persona cieca dalla nascita! Sono state raccolte anche altre testimonianze analoghe come per esempio quella di Brad Barrows, cieco fin dalla nascita, che ebbe una NDE all’età di 8 anni. Barrows raccontò che addirittura si trovò fuori dell’ospedale e che poteva vedere distintamente tutto."

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"La vita oltre la vita" (Raymond Moody). ossia per le persone interessate alle testimonianze di stati pre-morte, curiose di seguire il ragionamento di Vetturini che mette in relazione l’esperienza di chi ha vissuto le NDE con l’esperienza di Gesù.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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Sordelli Opinione inserita da Sordelli    08 Dicembre, 2011
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Da leggere tutto d'un fiato!

Elisa è una sedicenne che non è mai stata considerata dal padre. Egli però ora è morto e lei sente il profumo della sua eredità; peccato che prima di lei, vengano due fratelli nei quali il padre riponeva grande fiducia per la conservazione e la costante crescita del capitale di famiglia. Insomma, buona parte dell'eredità è affidata a loro. Con una forte delusione a bruciarle l’animo, Elisa affronta ogni giorno una vita ostile, che non sente sua e che non le piace: odia i suoi fratelli, odia il defunto padre e odia anche sua madre, la quale le ha sempre donato pochissimo amore ed ora si dimostra ancora più avara; per non parlare poi dell’avarizia nel darle qualche spicciolo per le piccole cose di ogni giorno.

Paola è una donna giovane e bellissima, affascinante e molto chic; ed è una escort di alto borgo. Col suo lavoro si può permettere ogni lusso e sfarzo ed è ben felice di non farsi mancare nulla. È una donna fredda e calcolatrice, che pensa ogni giorno alla sua vendetta personale.
Elisa e Paola, in realtà, sono la stessa persona.
A distanza di pochi anni dalla morte di suo padre, la giovane donna, che si è rifatta una vita che ora le permette di vivere di un lusso sfrenato, può attuare la sua vendetta.
Ma la vendetta, si sa, può sempre ritorcersi contro.


Che dire? Un libro unico, appassionante e tremendamente vero.
Veri i sentimenti, vere le situazioni e ancor più vere le sensazioni, il tutto narrato in maniera fluente e accattivante.
Dalle mie parti si dice “amore di fratello, amore di coltello” (in dialetto rende molto meglio l’idea), per esprimere che il rapporto tra fratelli spesso non è come lo si immagina, anzi: frequentemente il rancore cresce fino all’odio e al desiderio di vedere in rovina la persona con cui siamo cresciuti.
Ed a descrivere questo rapporto, Paride Marseglia è davvero bravo; il risultato? Una storia attuale (anche per l’ambientazione e i personaggi, ma qui non vi svelo nulla….), di lettura scorrevole e appassionante; l’unico difetto? Arriverete alla fine e vi dispiacerà che sia finito.

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Fantasy
 
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Ginseng666 Opinione inserita da Ginseng666    07 Dicembre, 2011
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L'eccesso di ogni turpitudine...

Una lettura sconvolgente e che provoca anche un notevole turbamento..Devo dire che c'è troppo di tutto....troppe morti, troppe torture, troppe descrizioni cruente che partono dall'inizio alla fine; lo stile è in certi capitoli eccessivamente verboso e complicato e le situazioni rocambolesche sono numerose e alla lunga possono stancare il lettore...difficilmente comprensibili i dialoghi tra i personaggi che popolano questa bolgia mefistofelica e solo verso la fine sono riuscita a capirci qualcosa...
Ovviamente non mi sento di svelare l'arcano, il mistero di questa storia che poi rappresenta in sintesi il fascino occulto di questo libro. In certi momenti pare di essere capicollati in un pauroso girone dell'inferno dantesco, in altri di trovarsi in un campo di concentramento tedesco, per le atrocità che vi sono descritte.
L'idea in sè poteva essere buona, ma secondo me è stata sviluppata male, privo di ogni logica e semplicità descrittiva che forse poteva essere un pregio, il libro si può definire un felice delirio cosmico dell'autore che forse non è stato in grado di sviluppare al meglio il suo progetto letterario.
Trattandosi di un autore emergente, non si tratta di peccati gravi. Forse la prossima volta andrà meglio.
Ne consiglio tuttavia la lettura a coloro che sono appassionati
di uccisioni e morti cruente, sono sicura che vi si butteranno a capofitto.
Saluti.
Ginseng666

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Fantasy noir...
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Fantascienza
 
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Pupottina Opinione inserita da Pupottina    05 Dicembre, 2011
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Vampiri sostituiti dai paranormali

Non c’è ombra di dubbio: Valeria Bellenda è una nuova, promettente e giovanissima, scrittrice italiana che vale la pena di leggere. Il suo “Paranormal Kiss” è un romanzo young adult molto riuscito, soprattutto se si accetta la presenza attorno a noi di spettri, esseri dotati del Senso e Paranormali, i quali hanno svariati poteri (primo fra tutti quello di poter leggere i pensieri degli umani, con un semplice contatto fisico). Se si accetta il patto narrativo, la storia si pone molto bene ed intrattiene fra dolcezza e suspense.
È un grande esordio quello di Valeria Bellenda che, con “Paranormal Kiss”, si assicura un posto ai vertici del genere paranormal romance.
La storia di Oriana inizia nel migliore dei modi, ossia ricevendo, come regalo per il suo diciottesimo compleanno, una vacanza in un villaggio turistico della Grecia. Lì, l’attendono l’amore e non poche sorprese. Oriana si sentirà innamorata di Beppe, ma attratta da Jess, due degli animatori del villaggio vacanza, e, come se non bastasse, scoprirà anche che il destino ha in serbo per lei una importante missione. Accadranno eventi misteriosi e apparizioni terrificanti di spettri dalla tunica rossa, mentre Oriana cercherà di fare chiarezza nel suo cuore, fra un’avventura e l’altra, un sogno premonitore e un poltergeist, che metterà a repentaglio la sua stessa vita. Oriana è coraggiosa, piena di valori e non è disposta a farsi guidare da chi governa il Sistema fantastico in cui si troverà a viaggiare, una realtà parallela, dove mondo terreno ed ultraterreno avranno punti di contatto e inaspettate verità nascoste, dove gli spettri arriveranno a mescolarsi ai vivi in un turbine di emozioni, sia positive che negative.
Oriana è un bel personaggio femminile che riesce a far affezionare il lettore.
I mondi creati dalla penna della Bellenda affascinano per la loro complessità di sfaccettature.
Il romanzo è scritto attraverso uno stile ed un registro fresco, giovanile e scorrevole.
Il finale tradisce tutte le aspettative. Speriamo che la storia di Oriana possa avere un seguito.
È un romanzo d’intrattenimento che appassiona e merita di essere letto. Non ci sarà ragazza che non vorrà leggerlo.

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Twilight
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Romanzi
 
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Argento Opinione inserita da Argento    05 Dicembre, 2011
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E le stelle stanno a guardare?

Riporto dalla quarta di copertina: “Clara è abbandonata dal marito dopo un matrimonio trentennale. Nella tempesta del dolore e dei ricordi, tenta di rileggere il passato e di capire quale sia il cammino da imboccare, per uscire dall'oscurità che la sconvolge” Ma più che abbandonata direi lasciata dal marito, cosa ben diversa. Certo, si tratta sempre di distacco, solo un po’ meno tragico.
Questo evento la riporta indietro nel tempo e ripercorre il cammino all’inverso, per capire come potere proseguire. La struttura del romanzo è affidata a un io narrante, che ci racconta, a volte al passato a volte al presente, gli eventi che si sono susseguiti dalla fanciullezza all’età matura. La scelta dell’io narrante, se di primo acchitto può sembrare facile perché la narrazione è lineare, si rivela uno stile narrativo difficile, perché l’autore deve portare il lettore al suo livello di conoscenza, dare spessore ai personaggi e agli eventi. Incorrere nell’errore è facile, come succede nel “Cammino delle stelle”, romanzo di esordio di Emilia Vigliar.
Infatti quello che andiamo leggendo è una sorta di diario, forse troppo piatto, schematico, stereotipato. La protagonista, Clara, ci racconta la sua vita, ma senza sbalzi, nessuna emozione, niente che ci faccia fremere durante la lettura. I personaggi sono poco connotati, sia fisicamente, che psicologicamente. Come sarà Clara, di cui apprendiamo il nome solo dopo parecchie pagine, perché il papà le scrive un biglietto (!)? Sarà bella, bionda, alta, bassa, e ancora sarà apprensiva, nervosa, entusiasta della vita. E Francesco, il marito fedifrago? Certo, non conta l’aspetto esteriore, ma una connotazione, un accenno, un suggerimento bisogna pur darlo, per aiutare il lettore a farsi un’idea e a partecipare alla lettura. Non vengono lesinati particolari, anche minuziosi, sulla vita della protagonista, ma che non arricchiscono la narrazione. Il libro è diviso in tre parti, che dovrebbero simboleggiare le tre diverse età, fanciullezza, giovinezza, maturità e sono connotate con il nome di costellazioni: Berenice, Cassiopea e Antares. A parte un piccola frase sull’imperscrutabilità del cosmo, non sono riuscita a capire la scelta. Cosa hanno in comune le tre costellazioni? Si avvicinano e si allontanano l’una dall’altra? Hanno un cammino comune? Non credo, ma azzardo un’ipotesi. Berenice, dalla bella chioma che finisce in cielo, presente soprattutto durante l’equinozio di primavera, Cassiopea, la bella, condannata per la sua vanità a girare eternamente intorno al corpo celeste a volte addirittura a testa sotto e visibile in estate, e Antares, la rossa e luminosa, rappresentano rispettivamente le tre età della vita: fanciullezza, giovinezza e adolescenza? Non so, però sono certa che le stelle stanno a guardare!

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charicla Opinione inserita da charicla    04 Dicembre, 2011
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Una piacevole scoperta

Questo libro è stata una piacevole scoperta e già dal titolo si comprende che siamo di fronte a qualcosa di molto introspettivo e profondo. A tratti romanzo, a tratti soft thriller poiché condito da piccole dosi di accurata suspance, magistralmente diluita in una trama che appare morbida e senza sbavature e a tratti pure manuale fotografico, pieno di spunti, consigli e suggerimenti fotografici. Una scrittura poetica, fluida e semplice, per un romanzo ben costruito e molto piacevole.
David Almeida, è un fotografo che collabora con un’ importante agenzia fotografica, adora il suo lavoro poiché non si stacca mai dal suo borsone fotografico e ama molto scattare fotografie al cielo, inteso come metafora dell’ infinito. David, è un uomo schivo ed introverso che non riesce più a percepire la bellezza della vita da quando anche la sua ultima storia d’amore con Gabriella è naufragata per cause apparentemente ignote e per sentirsi vivo, preferisce osservare gli altri piuttosto che soffermarsi ad analizzare la propria condizione. A causa della sua sensibilità d’animo, lotta contro la solitudine, l’insonnia e contro il silenzio, che ormai è diventato suo fedele amico e inoltre vive attanagliato da profondi stati d’ansia che lo portano a farsi mille domande senza trovare mai esaurienti risposte. David è spesso turbato e in bilico e si sente quasi prigioniero della sua stessa condizione ma almeno su qualcosa è deciso e determinato: voltare pagina lasciandosi il proprio passato alle spalle e provare a realizzare il proprio sogno, di diventare un fotografo professionista con tanto di agenzia fotografica alle spalle. Quando l’ agenzia fotografica risponde alla lettera di presentazione di David, chiedendogli un colloquio, l’uomo rimane turbato nel ritrovare la sua ex fidanzata a ricoprire un ruolo di tutto rilievo all’ interno dell’agenzia ma dopo un’ iniziale senso di smarrimento e d’imbarazzo, decide di stingere con la donna, un rapporto esclusivamente professionale e quando si presenta l’occasione di recarsi a Trani per svolgere un piccolo lavoretto per l’agenzia, David comprende immediatamente che quella potrebbe essere per lui una situazione molto favorevole e da cogliere al volo, sia per staccare un po’ la spina e sia per dimostrare un po’ del suo talento.
Una volta giunto a Trani, incontra per fortuite coincidenze, una donna di nome Stefania e subito instaura con lei un bel rapporto d’amicizia. La donna, gli mostra tutti gli scorci più belli ed inusuali della propria città, che David decide immediatamente d’imprimere nella propria pellicola, dando ufficialmente inizio al proprio reportage. Sarà proprio un’ immagine, inavvertitamente scattata da David, a far precipitare i due amici in una storia strana e contorta, in cui un uomo apparentemente senza identità si metterà, proprio come un segugio, alla maniacale ricerca di David. Inizierà per Stefania e David, uno strano rompicapo in cui si troveranno coinvolti senza volerlo e quando finalmente quell’uomo misterioso riuscirà a stabilire un contatto con David, avanzerà senza troppe spiegazioni, la sua semplice quanto insolita richiesta. David, prima di assecondare quell’ uomo, decide di voler scendere più a fondo in questa storia, compiendo alcune ricerche che in poche ore lo catapulteranno nella periferia di Roma, per incontrare una donna di nome Anastasia e sua figlia. Sarà Anastasia, a far luce sul passato di Salvatore Marino, questa è la vera identità dell’uomo misterioso e a dare un senso a quella sua bizzarra richiesta. Ma allo stesso tempo e senza volerlo, saranno proprio le parole e le sensazioni provate da Anastasia durante il suo racconto, ad aiutare David a trovare un senso in quella sua esistenza, finora ancora troppo vuota. E’ cosi che David, scopre quella famosa luce invisibile che lui aveva da sempre cercato solo esteriormente, senza riuscire a comprendere che: la luce invisibile, altro non è che, la vera essenza racchiusa dentro ognuno di noi, quella stessa luce che David non riusciva più a vedere da molto tempo ormai o che forse, non aveva realmente mai visto.

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"Arcodamore" di Andrea de Carlo
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Fantascienza
 
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C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    04 Dicembre, 2011
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L'addestratrice

Il fantasy non e' uno dei miei argomenti preferiti, lo confesso, pero' ogni tanto mi piace provare cose nuove.
Quindi vedo questo romanzo, una quarta breve, precisa concisa diretta al punto : "Tutto gli animali hanno la stessa caratteristica: sono bianchi e con gli occhi di ghiaccio, ma riprendono il colore naturale dopo la morte."

MI sembrava accattivante e quindi,mi son detta, proviamolo. La storia effettivamente e ' apprezzabile ma lo stile narrativo non mi e' piaciuto gran che', non perche' l'autrice non sappia scrivere anzi, il racconto fluisce tranquillamente. Semplicemente perche' ritengo sia limitante, che si rivolga ad una nicchia di lettori giovanissimi e incide molto questo fattore nel giudizio finale.
Affrontando un racconto fantasioso non ci si aspetta una trama piena di messaggi o significati profondi, si cerca evasione, ma qui mi son sentita fuori luogo. Nemmeno io ho cent'anni, ma teen ager non son piu' e questo stile di scrittura mi ha escluso dal nocciolo della storia, senza contare che i personaggi sono poco approfonditi .
Non saprei che altro dire, sono certa che un pubblico giovanissimo lo potra' apprezzare molto piu' di quanto abbia fatto io, l'empatia col libro che stai leggendo e' fondamentale.

Buona lettura.

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Georgia Opinione inserita da Georgia    03 Dicembre, 2011
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Il Labirinto dell'anima

Lì dove tutto sembra avere fine, dove l’oscurità profonda della notte cela un mondo di balordi ed emarginati impegnati a sopravvivere, dove la vita non ha tempo, odore, colore….., proprio lì, invece, tutto ha inizio. Angela conosce questa dimensione umana ma si rifiuta di appartenervi, le sue brutte nottate sono un traumatico e lontano ricordo; lei ha fascino, garbo, è bella, elegante, e tra gli ambienti dei locali notturni oramai rappresenta una specie di istituzione. La prostituzione, quella di tutto rispetto, per così dire autorizzata, è solo una saltuaria necessità sociale. Angela, all’anagrafe Angelo, è infatti una transessuale come tante relegata ai margini di una società moderna e globalizzata, ma all’occorrenza ipocrita e perbenista. Tra passato e presente si fanno strada i dolori, le contraddizioni, le paure, i rimpianti, i disagi di un animo complesso, duro e fragile allo stesso tempo; dalla cocaina e dalla rumorosa routine notturna alla solitudine, quella che ci ingabbia quando, di fronte a situazioni sconvenienti, ciò che conta è l’apparenza. Una notte Angela partecipa ad una festa in cui scoprirà quanto il suo mondo non è poi tanto più viziato e violento di quello della politica o della televisione, illusoriamente integerrimi, e la sua inaspettata reazione segnerà il suo destino. Una fuga breve ma sufficiente ad una intensa introspezione, per ripercorrere la propria vita alla luce di una nuova e più lucida consapevolezza di se stessa.

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Racconti
 
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eleonora. Opinione inserita da eleonora.    30 Novembre, 2011
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un folle simpatico

Sono stata attirata dalla copertina e dal titolo originale di questo libricino di racconti, che credo rappresenti l'opera prima di Luigi Filippelli.
Appena mi è arrivata la copia dalla redazione di Qlibri, ho avuto la conferma di avere tra le mani un libricino fresco e vivace, perchè ho sorriso vedendo il formato, vedendo l'illustrazione dal vero, leggendo il quarto di copertina e la dedica dell'autore.
Mi sono detta questo è un folle!!! ( che per me è già un elemento di partenza positivo )
Sono 18 racconti alcuni molto brevi, altri più sostanziosi, per la maggior parte sono racconti che fanno sorridere, l'autore infatti, utilizza il senso dell'ironia per trattare velatamente temi più seri. Alcuni racconti sono sconclusionati, altri sono fin troppo brevi e poco immediati, forse perchè essendo il primo approccio con questo giovane autore, non ho dimestichezza con il suo stile.
Ho la sensazione che non sono riuscita a cogliere alcune sfumature dei racconti, e ipotizzo che ci sia una spiegazione molto semplice legata al come l'autore ha scritto questo libro.
Mi spiego meglio, mi sono immaginata un Luigi pieno di idee, effervescente, che ha sperimentato parecchio prima di arrivare a pubblicare questo libro, il problema è che quello che è arrivato ad un lettore comune come me, è questo libricino breve....ed è come se mi mancasse un pezzo.
Il gol, latte macchiato, escluso il cane, e lacune facilmente colmabili sono i miei racconti preferiti.
Lo stile di scrittura è chiaro , diretto direi a volte stralunato..l'ho comunque apprezzato, perchè sento uno stile ricercato nonostante la sua semplicità.

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Marghe Cri Opinione inserita da Marghe Cri    29 Novembre, 2011
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Il postulante

Come affrontare una vita che già dall’adolescenza si presenta in salita?
Come difendere se stessi ed i propri desideri in un mondo che ti marchia fin dai primi anni come diverso?
Fabio si trova a cercare risposta a questi interrogativi quando gli amici lo isolano a causa di alcuni atteggiamenti omosessuali, costringendolo a prendere coscienza che i teneri (ed ancora innocenti) abbracci con l’amico del cuore non rientrano in ciò che gli altri ritengono “normale”.
Si isola, cerca consolazione e pace interiore e la trova in una chiesa e in un prete che lo accetta senza giudicarlo e lo accompagna verso la determinazione di abbracciare la chiesa come professione di vita.
Pur fra tanti ed importanti dubbi sulla genuinità della propria “chiamata”, Fabio decide di entrare come postulante in un convento di frati e… da qui comincia il romanzo che, scritto con un linguaggio semplice e non elaborato, ben corrispondente alla psicologia dei personaggi, risulta una lettura gradevole e veloce.
I dubbi ed i sensi di colpa per le proprie tendenze non abbandoneranno Fabio in virtù della mistica della vita conventuale e lo trascineranno, alla fine, a dover fare i conti con se stesso, senza infingimenti e senza cercare scorciatoie, prendendo consapevolezza del proprio posto nel mondo.
La storia si presta ad approfondire il tema dell’omosessualità, della vocazione religiosa e della vita conventuale in relazione alla castità dei pensieri e degli atti.
La circostanza che Fabio in tale contesto incontri un sentimento ricambiato dovrebbe ancor più provocare approfondimento sullo strazio di un’anima che si dibatte fra la vocazione e il desiderio di lasciarsi andare a cedere al sentimento e al richiamo dei sensi.
Penso a come avrebbero potuto affrontare un simile tema Thomas Mann o Fedor Dostoevskij.
Bene, non si può chiedere tanto e non è corretto porre un simile paragone, me ne rendo conto, ma trovo che il problema dell’omosessualità venga affrontato dall’autore in modo forse un po’ superficiale: non c’è un solo momento nel romanzo (eccettuati gli adolescenti amici di Fabio nelle prime pagine) in cui venga condannata ed esecrata come invece accade di frequente nel mondo reale. Anzi, per tutto il libro viene considerata una realtà universalmente accettata, anche se condannata dalle leggi ecclesiastiche: personalmente posso essere daccordo con questo giudizio, ma mi sembra inconsueto non incontrare per centocinquanta pagine (neppure all’interno di una realtà legata alle regole religiose) qualcuno che scagli anatemi nei confronti del peccato contro natura per eccellenza, come invece, ancora oggi, accade normalmente intorno a noi.
In conseguenza di questo, forse, l’autore non si applica ad approfondire la psicologia dei personaggi, che risultano un po’ piatti e poco delineati nei sentimenti e nelle inevitabili sofferenze.
Non voglio svelare il finale, ma non posso nascondere che mi ha lasciato insoddisfatta: sembra che l’autore abbia preferito non prendere posizione lasciando al lettore la responsabilità di concludere il racconto.
La parte migliore, a mio avviso, è racchiusa nel colloquio che, verso la fine, Fabio ha con il padre eremita: in poche pagine affiorano i temi profondi ed irrisolti del cristianesimo ed i fondamenti della fede, laddove si accenna al tema cruciale della divinità di Gesù:

“Io non rifiuto l’immagine che la Chiesa dà di Gesù, anche se appare tanto lontana da quella del Cristo storico. Rifiuto che essa la imponga come l’unica possibile: Cristo era e si sentiva ebreo, credeva nel Dio degli ebrei, era solo al popolo eletto che annunciava la venuta del Regno, eppure la Chiesa di questo Cristo ebreo non parla […]. Aspetto il giorno in cui prevarrà nella fede di tutti i cristiani lo stupore per quella meravigliosa manifestazione del divino che Cristo è stato e che ha sconvolto chi lo ha conosciuto.”

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silvia71 Opinione inserita da silvia71    24 Novembre, 2011
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Incanto e disincanto

Pietro Grossi fa parte di quella nutrita schiera di giovani scrittori che negli ultimi anni stanno portando una ventata di aria fresca nel mondo letterario italiano, aprendo così le porte a nuove tendenze stilistiche e a nuove esplorazioni contenutistiche, facendo sì che anche la letteratura rimanga al passo con l'evolversi della società e dei costumi.
“Incanto” è un romanzo senza frontiere, in quanto parte dal nostro paese e si dipana attraverso l'Europa ed il resto del mondo, ripercorrendo la vita di alcuni amici toscani, legati fin dall'infanzia da un vincolo profondo e duraturo.
Si alternano sullo sfondo realtà completamente diverse, sia ambientali sia sociali, ricostruite dall'autore in modo ottimale e particolareggiato, denotando una conoscenza approfondita dei contesti trattati e ammantando di una buona dose di credibilità l'intero racconto.
Grossi ci offre uno spaccato della società degli ultimi trenta anni, affrontando tematiche importanti e spinose, quali amicizia, famiglia, ambizioni, egoismi, disillusioni, errori fatali.
Argomenti complessi che l'autore sceglie di trattare di petto, senza cercare rifugio in facili ipocrisie, mettendo a nudo l'anima dei suoi personaggi; essi, infatti, assumono le sembianze di eroi e sconfitti al tempo stesso, virtuosi e viziosi, felici e disperati, in un'eterna lotta con il destino.
Il destino è il protagonista muto di queste pagine; avverso o propizio, ci si chiede se l'uomo sia in suo pugno oppure se possa in qualche misura influenzarne il cammino.
Quesito duro e controverso e la risposta che ci giunge attraverso questa lettura è originale e fantasiosa, eppure molto efficace per catturare l'attenzione del pubblico, offrendo importanti spunti di riflessione; in definitiva questo deve essere l'obiettivo di un buon scrittore.
Se l'idea sottesa al costrutto narrativo è buona, altrettanto dobbiamo dire in merito alla capacità dell'autore di dare forma al racconto, svelando lentamente tutti gli elementi, facendo sì che esso assuma compiutezza solo nella fase finale, provocando un notevole “effetto sorpresa”.
A livello stilistico si riscontra, piacevolmente, un notevole grado di maturità in questa giovane penna, che si fa apprezzare per la sua fluidità narrativa e per l'utilizzo di un linguaggio moderno, ma al contempo ricco e adeguato ai personaggi e alle diversi situazioni rappresentate.
Unico neo, qualche eccesso descrittivo che in taluni punti della storia crea qualche rallentamento e calo di intensità, ma tutto sommato non la priva del suo vigore.

Un romanzo che ci prende per mano e ci conduce in quel mondo che sta al di là delle apparenze.
Un viaggio sorprendente e difficile nella vita di tre amici.



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Sara S. Opinione inserita da Sara S.    24 Novembre, 2011
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Un'avventura piratesca che entra nel cuore

Fin da quando ho visto questo libro in vendita in libreria ero curiosissima di leggerlo perché, oltre ad avere una veste grafica gradevole ed accattivante, sono sempre stata attratta dai libri voluminosi e questo, non c'è alcun dubbio, lo è! Subito però devo ammettere che ero un po' restia ad affrontarlo. Non sono un'appassionata di romanzi rosa, e mi spaventava un po' il fatto che venisse definito come "romance storico"; avevo paura di ritrovarmi davanti un mattone sentimentale melenso e pieno di scene amorose. Con mio sommo sollievo ho invece constatato che questo romanzo è parecchio versatile e riesce a soddisfare i gusti più disparati. Lo stile di scrittura dell'autrice (che, a discapito del nome, è italianissima) è superbo e ha una padronanza di linguaggio lodevole. La narrazione è infatti precisa, lineare, descrittiva al punto giusto e ricca di vocaboli tecnici ricercati che lasciano intendere un'accurato studio e un grande lavoro alle spalle. Fin dalle prime pagine di lettura la sensazione è stata di una full-immersion totale nel 1600 e di vivere le avventure dei protagonisti. Difficilmente un libro è scritto così bene da farmi immedesimare a tal punto, ma questo lo fa con estrema maestria e, considerando che è stato scritto nel ventunesimo secolo, trovo che sia ancora più straordinario. La storia è molto appassionante, ricca di avventura e di azione, tantissimi intrecci e colpi di scena. La scene romantiche ci sono, ma riescono a coesistere benissimo nel contesto storico-avventuroso-piratesco senza mai prevaricare sul resto e risultare eccessive. Ne risulta un romanzo ben bilanciato, una lettura gradevole che accompagna il lettore per più di 800 pagine senza annoiare. In particolare, le ultime 200 pagine, le ho divorate in un giorno perché trasmettevano una tale carica di emozioni e tensione che è stato proprio impossibile chiudere il libro prima di averlo terminato. So che sul finale sono state perpetrate delle critiche. Certamente alcune lettrici avrebbero preferito una variante molto più scontata e banale, ma secondo me l'autrice ha fatto benissimo a non cedere ad un ovvia conclusione e a dare quel pizzico di pepe in più che la arricchisce ulteriormente. Inoltre, non posso fare a meno di tessere le mie lodi anche per i personaggi, che sono tutti davvero ben descritti, sia i più amabili che i meno amabili. La protagonista Corinna e il coprotagonista Dorian sono due personaggi che mi hanno ispirato tantissima stima e simpatia; ho provato per loro un affetto sincero. Sono rimasta veramente soddisfatta da questa lettura e la consiglio a tutte le donne, amanti del romance e non.

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Nothingman Opinione inserita da Nothingman    24 Novembre, 2011
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Razza Impura

Franco Cilli, il “Dottore”, è uno psichiatra che lavora nel paese di Penne, uno come tanti in Italia. La visita di una paziente molto particolare, in quanto moglie di un rappresentante del governo italiano, lo trasformerà in pedina di un pericoloso gioco internazionale. Il Dottore dovrà fare i conti col proprio passato, in forte contrasto con la serena e civile vita da psichiatra al servizio dei cittadini, sarà quindi coinvolto in un grande complotto mondiale che lui stesso tenterà di scongiurare con l’aiuto del suo vecchio amico Domenico D’Amico (mezzo macchina mezzo orco), di Marina, sua paziente estremamente autolesionista, una sua figlia spagnola, Estela, e infine con l’inaspettato sostegno del commissario Tano Pepe. I protagonisti della narrazione, per lo più tutti professionisti nelle arti marziali e imbattibili nello scontro corpo a corpo, visiteranno diversi paesi, dall’Italia a Cuba, dalla Svezia agli Stati Uniti, andando ad incontrare personaggi realmente noti in campo internazionale e scienziati pazzoidi appartenenti alla finzione. La minaccia che aleggia sulla Terra prevede anche la sostituzione dell’uomo con una nuova specie, per l’appunto una razza impura: riusciranno i nostri eroi a sventare anche questa minaccia?

Cilli e D’Amico, autori e protagonisti del romanzo, si son divertiti nel costruire un romanzo intorno alle proprie persone, realizzandone una forte caricatura e facendole vivere in uno scenario mondiale pre-apocalittico dove attentati terroristici e complotti segreti sono all’ordine del giorno, tutti manovrati da pochi potenti che congiurano dietro le quinte. I fini e le intenzioni dei politici italiani, riconoscibili nonostante gli pseudonimi usati, rientrano nel grande complotto, nel quale si inseriscono attraverso l’uso accorto degli autori di presunte accuse e taciute verità che da decenni gli si riferiscono: pensiamo al ruolo controverso del premier “Bengodi” e del suo amico-nemico “Dalmanera”.

“Tutto questo è ridicolo, siamo davvero un’armata Brancaleone” […] “Vabbè che stiamo vivendo in un thriller politico incoerente e sgangherato, pieno di coincidenze al limite del ridicolo..”. Queste battute auto-canzonatorie che troviamo all’interno del libro, ahimè, vanno a riflettere la stessa impressione che il romanzo ha suscitato in me. Penso che l’idea di fondo del grande complotto sia buona per sviluppare le trame di una storia, tuttavia si è rivelata una carta giocata male, malissimo. I protagonisti sembrano la trasmutazione su carta di uno Steven Seagal (questa volta non a stelle e strisce ma falce e martello) accompagnato dal grande amico Chuck Norris, entrambi imbattibili, fortissimi e resistenti anche alle pallottole, nel completare l’armata Brancaleone, ad essere cattivi, possiamo aggiungere Bruce Lee nelle vesti di un commissario e Xena nelle vesti di una figlia dimenticata. L’intero gruppo si ritrova, guidato dal Dottore alias F. Cilli alias Steven Seagal, sballottato a destra e a manca in un contesto internazionale, ritrovandosi in situazioni assolutamente improbabili, sconnesse tra di loro, per un progresso della vicenda del tutto innaturale. Tutti seguono il Dottore, vero Leader, la sua innata sete di giustizia, verità, e la sua fame di vendetta. Probabilmente, l’usare se stessi come protagonisti del proprio romanzo è stata una scelta quanto mai sbagliata poiché ha portato a un eccessiva esaltazione dei soggetti principali, troppo irreali tanto che l’immedesimazione è impossibile.

Altro punto a sfavore è l’organizzazione in seno al libro, ovvero l’organizzazione dei paragrafi. All’interno dei capitoli troviamo delle sezioni, finali o iniziali che siano, che sono come delle visioni di quello che verrà o potrà avvenire, o di quello che in parte sta già accadendo a causa del grande complotto e che, nella narrazione inerente al Dottor Cilli, fin ora è stata appena accennato. L’effetto percepito è quello di un eccesso di confusione: i vari paragrafi sono diversi l’uno dall’altro per tutto il libro, non seguono un proprio filo logico, sono dei grandi flash che soltanto una volta giunto alla fine riesci con difficoltà a collocare, ma che per il resto non fanno altro che appesantire la lettura.

L’ultimo piccolo appunto riguarda le analogie con i politici italiani, la loro individuazione dietro gli pseudonimi sarebbe potuta essere un artificio interessante, divertente, se però fosse stato utilizzato meglio. Invece vediamo concentrati nello spazio di cinque righe una valanga di riferimenti messi a forza l’uno dietro l’altro.. peccato.

Insomma nel complesso, a parer mio, questa “favola massimalista” non funziona.

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Lorenzo Pompeo Opinione inserita da Lorenzo Pompeo    19 Novembre, 2011
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Un romanzo che lascia un segno

L'aggettivo "arabo" è spesso impropriamente esteso a tutto l'Islam. Questo libro può essere utile proprio per correggere questo equivoco. L'autore, Yousef Al-Mohaimeed, originario dell'Arabia Saudita, è un arabo che scrive in arabo. Tuttavia il lettore non specialista fa una certa fatica per mettere a fuoco lo sfondo di questo romanzo breve, che evidentemente non è una metropoli come il Cairo, più nota se non altro grazie ai romanzi del premio Nobel Mahfuz. "Le trappole del profumo" invece riporta il lettore negli spazi sconfinati, tra quei deserti percorsi dalle carovane, proprio lì dove l'Islam nacque. La vicenda del romanzo ruota intorno a tre personaggio maschili: Turad, il protagonista, Tawfiq, un ex-schiavo portato dal Sudan e amico di Turad, e Nasir, un orfano abbandonato in una cassetta di frutta. Un elemento accomuna i tre personaggi: una menomazione (Turad è privo di un orecchio, Tawfiq, è stato castrato mentre Nasir è privo di un occhio) dal forte significato metaforico. Il romanzo si apre con Turad che, vagando senza meta nei dintorni della stazione degli autobus di Riyad, casualmente ritrova una cartellina nella quale sono contenuti dei documenti relativi a Nasir, nei quali si fa riferimento alla sua triste vicenda biografica, che si era intrecciata con quella di Tawfiq (i due si erano conosciuti anni prima quando lo schiavo Tawfiq era stato liberato e l'orfano Nasir era stato rimandato all'orfanotrofio perché la madre adottiva era riuscita ad avere un figlio). Protagonista del romanzo è una umanità dolente, nella quale il mondo maschile e quello femminile sembrano divisi da un incolmabile fossato. Le atmosfere di questo curioso romanzo breve sono senza dubbio il suo punto di forza. L'impianto realistico è solido e ben delineato. Tutti i personaggi condividono una sofferenza che non sembra trovare riscatto. La solidarietà tra gli ultimi, ovvero l'amicizia che lega i protagonisti del romanzo, sembra essere l'unica possibile risposta a questo insopportabile "male di vivere".

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C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    16 Novembre, 2011
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Sesso, piu' che altro.

Grande delusione questo romanzo.
Probabilmente, dico probabilmente, questo e' dovuto al fatto che le mie aspettative erano ben diverse.
Probabilmente il titolo SENSUALITA' e la quarta di copertina mi hanno tratto in inganno:
-...Questa e altre storie comuni che l'autore ci racconta rendendole piacevolmente sensuali, attraverso una scrittura che prende per mano il lettore e lo coinvolge con garbo-.
Ma di sensualita' ne ho trovata ben poca . Sessualita' semmai. Anzi diciamola meglio . Sesso.
Un sesso fine a se stesso, un atto consumato, con fervore delle parti interessate certo, ma di quello si tratta, punto. Nessun messaggio nei racconti...nessun contorno.
Sensualita' per me e' qualcosa che va oltre un atto fisico, puo' essere un ammiccare, un gioco di sguardi, una parola sussurrata, labbra che si sfiorano. Un messaggio, una storia, una trama...
In un romanzo si possono spendere migliaia di parole in sensualita' senza essere per forza ad ogni pagina una faccenda di natiche , seni e interni coscia (sono stata elegante, avrei dovuto usare dei sinonimi per rendere meglio l'idea, ma i termini grezzi nella forma scritta poco
Cambiano nei racconti le ambientazioni, i nomi, i personaggi, ma il fulcro e' sempre e solo quello.
Una donna giovane, ammiccante, giunonica, dalle forme perfette e un uomo ben piu' vecchio,spesso sciatto e poco interessante; la scintilla, l'atto sessuale fine del racconto avanti il prossimo racconto.

La scelta dei termini non e' particolarmente grezza o volgare, lo preciso.
Di certo non mi sono sentita presa per mano dall'autore e coinvolta con garbo...piuttosto ci si sente presi a strattoni , chiusi in uno sgabuzzino , un veloce amplesso e tanti saluti. Anzi no, i saluti nemmeno servono.
Forse e' questo che voleva esprimere l'autore...non so.
Perplessita'. Ecco, mi ha lasciata delusa e perplessa. Mentre lo leggevo, quando lo ho chiuso.

Mi spiace il commento negativo, e' pur sempre un romanzo e come tale ha richiesto una buona dose di lavoro e di passione dell'autore .
E ogni lavoro meriterebbe la giusta lode, mi auguro ne abbia a prescindere dal mio opinabile giudizio.
Queste sono sensazioni mie, nulla di piu'.

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Romanzi
 
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LuigiDeRosa Opinione inserita da LuigiDeRosa    15 Novembre, 2011
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La normale consapevolezza dell'essere

(…)Quando penso a te il cuore s’affastella e perdo la cognizione del tempo e dello spazio.Sono sensazioni splendide dovremmo fare la collezione di emozionalità simili e invece ci impelaghiamo nella pigrizia dei sentimenti. Il mio amico non vedente ha nel palmo della mano i ricordi più belli dei suoi amori e nelle orecchie le melodie delle voci delle sue donne,ha una memoria
visiva più vivida e fiorente della mia…Il mio amico non udente ha un album di fotografie colmo di amore e pulsioni e detta poesie così sonore e belle che il vento con orgoglio e devozione trascina
con sé per le vie del mondo disadorno.

Il protagonista di questo romanzo è un uomo normale che vive una vita normale: la mattina esce dal proprio appartamento per recarsi a lavoro, dedica quattro cinque benedizioni alla signora dell’ultimo piano che ,come al solito,ha lasciato aperta la porta dell’ascensore al piano terra e per lui si configura l’ennesima discesa a piedi.Quando giunge al lavoro, dopo essersi misurato con la maleducazione degli altri guidatori, aspetta fiducioso l’ora di pranzo,quando sarà finalmente solo e consumerà in santa pace il suo frugale pranzo.Poi di nuovo a casa da moglie e
figli. Invece quello che non è normale in questo romanzo è il modo originale che ha scelto Silvestri di descriverci la normalità. Lo scrittore non racconta solo ciò che fa il protagonista ma soprattutto il flusso ininterrotto di pensieri che accompagnano il suo vivere,come se fossimo dentro il suo cervello nel pensiero pensante e pensato. Per apprezzare meglio questa tecnica bisogna approfondire la conoscenza di un mistico armeno ,Georges Ivanovic Gurdieff vissuto a lungo a Parigi e morto a New York nel 1949 molto apprezzato da artisti e scrittori dell’epoca. Gurdjieff approfondì lo studio del sufismo e alre religioni orientali, poi sviluppò delle tecniche di “lavoro sul corpo e sulla mente che permettessero di superare gli automatismi psicologici ed esistenziali che sono propri della condizione umana. Fondamentalmente Gurdjieff era convinto che la
vita da tutti noi è vissuta in uno stato di veglia e di “sonno”.Il
mistico, per superare questo stato, sviluppò delle tecniche che permettevano di lavorare su se stessi così da raggiungere livelli superiori di vitalità e di consapevolezza. Nel romanzo di Silvestri è questo che sembra fare il protagonista ,un lungo lavoro che lo porterà alla consapevolezza piena della sua vita e del suo rapporto con gli altri. Il testo è interessante
ma di non facile lettura come del resto la maggior parte dei testi che cercano di romanzare determinati paradigmi filosofici.

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Racconti
 
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Valerago Opinione inserita da Valerago    13 Novembre, 2011
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La realtà del paradosso

Sogno o realtà? Finzione o paradosso? I racconti di Claudio Gallon aprono numerose finestre sulla nostra percezione del mondo. Un viaggio allucinante attraverso luoghi che non esistono, dialoghi surreali e personaggi che seguono una logica del tutto fuori dagli schemi. Questa sospensione del concreto crea un tale straniamento nel lettore da portarlo, in fin dei conti, a ragionare più serenamente su quello che lo circonda nella vita di ogni giorno: niente paraocchi, il mondo è quel che è e va compreso senza retorica. Gli argomenti affrontati sono i più disparati, ma ogni racconto suscita precise sensazioni e, non di rado, estremo disagio: assolutamente geniale l’idea contenuta in “Vada per il poncho”, penso che tutti sognino l’esistenza di una tale Organizzazione; inquietanti le implicazioni che emergono in “Stelle alla rinfusa”, è davvero così semplice ingannare le masse ed ipotizzare un impero? Si potrebbero definire esilaranti le modalità con le quali, in “Questa volta ci è andata di culo”, si prendono le decisioni più gravi nelle stanze del potere: ci troviamo messi di fronte alla paura che i potenti decidano del nostro futuro tra barzellette e racconti di avventure erotiche. Davvero molti gli spunti su cui riflettere, numerosi richiami alle ideologie politiche “… l’ordine nasconde la paura, difende la proprietà privata, sottolinea le differenze”, originali teorizzazioni sulla guerra del Vietnam, passando attraverso il vero e proprio disgusto suscitato dalle situazioni descritte nel racconto “In medio veritas”. Tutte le declinazioni del paradosso, insomma, ed anche l’espediente di usare sempre gli stessi nomi ci suggerisce la sensazione di osservare le diverse maschere della stessa rappresentazione. Qualche conversazione risulta un po’ lenta e alcune immagini mi sono sembrate, francamente, eccessive ma, davvero, ho trovato molto interessante cercare, di volta in volta, la chiave di lettura personale che si nasconde dietro ogni visione onirica.

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Scienze umane
 
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Michele75 Opinione inserita da Michele75    13 Novembre, 2011
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La professione di traduttore dalla A alla Z

Luca Lovisolo è nato a Torino, ha arricchito la propria cultura studiando a Milano, a Berlino e a Zurigo. E altrettanto feconda è la sua vita lavorativa: esperienza in campo editoriale, giuridico e di marketing; realizza e tiene aggiornato un blog relativo alle tematiche della traduzione, uno sulla realtà italiana e estera e un sito personale dove trovare i libri che scrive: Tredici passi verso il lavoro di traduttore, Ridere per non piangere, "C’è molti altri musei…" Il processo Ceausescu.
Tredici passi verso il lavoro di traduttore è già alla seconda edizione, una edizione aggiornata e ampliata, strutturata in 13 capitoli che danno il titolo al libro. La guida considera ogni aspetto della professione: dal consiglio di conservare per almeno 5 anni le copie dei lavori, dei documenti, delle mail scambiate con i clienti allo specifico prezzo per riga e per cartella e a seconda che si tratti di proporlo a un’agenzia o al cliente finale; dall’elenco dei siti in cui sono indicate le contestualizzazioni dei vocaboli alla pianificazione del tempo, del luogo di impiego, dei contatti. Per offrire approfondimenti corposi a taluni argomenti rimanda opportunamente al suo sito. Un esempio? La scrittura del curriculum oppure il corso di marketing gratuito. Tredici passi verso il lavoro di traduttore è un manuale ben scritto e accessibili a tutti perché evita tortuosi giri di parole, ha il pregio di essere chiaro e diretto, come per tradizione i manuali inglesi e americani insegnano.
Forte di una solida formazione e innata capacità organizzativa, Luca Lovisolo si occupa del mondo che gravita intorno all’attività di traduttore, orientando il lettore curioso e agevolando i colleghi alle prime armi.

"Anche oggi, nell'epoca di Internet, per scrivere una sinfonia un compositore impiega più o meno lo stesso tempo che Ludwing van Beethoven vi impiegava due secoli or sono e Gustav Mahler un secolo fa. Lo si può dire anche dei traduttori: apprendere una lingua e immedesimarsi in una cultura diverse da quelle in cui si è nati è un processo che può essere facilitato dai nuovi strumenti di comunicazione, ma che per il cervello umano resta una sfida assai impegnativa, che richiede da sempre gli stessi tempi e gli stessi meccanismi, generalmente lunghi e complessi.
Quando accade d’incontrare dei traduttori veramente capaci, normalmente si osserva che, indipendentemente dagli studi che hanno svolto, rivelano esperienze personali e professionali trasversali a molti interessi, spesso piuttosto originali. Normalmente, un buon traduttore è contraddistinto da una spiccata intelligenza intuitiva. Le lingue non sono scienze esatte e non tutti i testi da tradurre sono scritti da letterati: per rendere correttamente in un’altra lingua un progetto redatto da un ingegnere o una memoria di parte compilata da un avvocato, l’intuito resta un’arma irrinunciabile, anche se da quei testi può dipendere il successo di un investimento milionario o il destino processuale di un imputato."

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Sono pochi i manuali destinati all’attività di traduttore e nessun’altro si occupa specificatamente dell’Italia e della Svizzera. Detto ciò, questo libro potrebbe essere letto da chi ha apprezzato il Manuale del traduttore (Bruno Osimo) e L’interprete e il traduttore: un lavoro e una passione (Lorenzo Paoli).
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Gialli, Thriller, Horror
 
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Sydbar Opinione inserita da Sydbar    12 Novembre, 2011
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L'ultima carta

L'opera è una di quelle disponibili dal Gruppo Redazione di QLibri.
Sinceramente sono molto critico e purtroppo in negativo perchè l'argomento trattato è di fascino sicuro, esoterismo, Pico della Mirandola, Platone, Aristotele, la Bibbia, la Cabala ebraica, i Caldei e i tarocchi, non le arance bensì le famose carte...
Il protagonista Stone, un giornalista della testata giornalistica Il Risveglio, si ritrova attraverso una sequenza di situazioni, suo malgrado, invischiato e che ancora oggi non sono ben riuscito a capire come ne sia venuto fuori. Buona parte del romanzo è appesantita da molte riflessioni e pochi dialoghi soprattutto nella prima parte dell'opera.
La lettura mi è parsa un po' pesante e macchinosa anche se l'idea di fondo è buona.
Ci vuole qualcosa in più nel romanzo, qualche colpo di scena un po' ad effetto e non ingressi ed uscite di personaggi che sono lasciati in sospeso, vedi Florio.
Attendiamo tempi migliori.
Buona lettura.
Syd

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Thriller esoterici???
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Romanzi
 
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Pupottina Opinione inserita da Pupottina    12 Novembre, 2011
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Alla ricerca dell’amore perfetto

Una storia d’amore che si dipana tra tutti i colori e i profumi della natura, della vita all’aria aperta; tra i sapori di piatti tipici e la frenetica vita pittoresca di una città vitale, ricca di cultura e arte, come solo Napoli sa essere.
Per essere felici, ci vuole un cuore impavido, perché la vita va dominata e goduta. Ce lo insegna Mariagrazia Buonauro che, in “Sogni tra i fiori”, ci racconta la storia di una donna, dolce e riflessiva, ma al tempo stesso, agguerrita, forte e decisa alla ricerca dell’amore. Ci insegna che ogni grande gioia nasconde sempre qualche delusione in agguato. La protagonista, Laura Benetti, è un’insegnante con la vocazione per il suo lavoro ed un sogno nel cassetto. Laura ha vissuto un grande amore che, però, l’ha profondamente delusa, portandola a credere che non fa per lei. L’amore, nell’immaginario di Laura, è fatto di magia, di sogni e di speranza. La vita può cambiare, se si sa riconoscere l’incontro che darà la svolta, il nuovo amore che il destino ci metterà accanto. L’amore ha un grande potere, ma è umano e, per questo, soggetto a sbagli che si possono perdonare o che il tempo può cancellare.
“Sogni tra i fiori” è scritto in maniera fluida e scorrevole, con uno stile vibrante, un registro competente ed un lessico elevato, impreziosito da latinismi. La lettura risulta piacevole e la trama è appassionante.
È un libro assolutamente da leggere.

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Romanzi
 
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Georgia Opinione inserita da Georgia    12 Novembre, 2011
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Normalità e Diversità

Zoe viene al mondo alle tre di un caldo pomeriggio di settembre, una nascita fortemente desiderata, un evento atteso felicemente; nulla hai mai lasciato immaginare, neppure lontanamente, ciò che in realtà è accaduto nella sala parto di quell’ospedale. Ma Zoe lotta tenacemente, lotta dai suoi primi attimi di vita e continuerà a farlo per sempre. Di qui un’autobiografica ricostruzione di un’esistenza segnata profondamente da soli cinque, ma interminabili minuti di silenzio, un lasso di tempo apparentemente insignificante, ma che costringe la piccola Zoe a fare ogni giorno i conti con un destino difficile ad accettarsi. Il coraggio di una bambina aggrappata ai suoi pantaloni che cresce sfidando ostacoli, avversità, indifferenza, pregiudizi; una bambina che affida i suoi ricordi, le sue esperienze ad un racconto lungo sedici anni, un viaggio fuori e dentro se stessa per capire e maturare: perdite dolorose, rapporti conflittuali, battaglie quotidiane, ma anche affetti, viaggi meravigliosi, conquiste inaspettate. Zoe ha acquisito nel tempo consapevolezza dei suoi limiti e delle sue possibilità, aprendo dinanzi a sé nuove prospettive ed insegnandoci a non negare mai ciò che siamo. Del resto ciascuno di noi è a suo modo “diverso”.

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Romanzi storici
 
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Lauralia Opinione inserita da Lauralia    11 Novembre, 2011
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La Miniaturista

Un’unica voce si accampa cristallina in tutta la narrazione e, mentre il lettore sin dalle prime righe intuisce il lungo cammino delle memorie della Miniaturista, la misteriosa narratrice dal presente della sua vita attuale assume la parola per dire in modo chiaro, forte e distinto che tutto da parte sua «iniziò in totale innocenza e con tanta buona volontà». Eppure, “dime chi son, ma no me dir chi gera”, recita il proverbio veneto, con cui Silvia Mazzola introduce il suo emozionante romanzo d’esordio, suggerendo che l’eco del passato della virtuosa Miniaturista non sia fievole e indistinta ma tonante di ricordi che l’artista, facendo ritorno nella sua Venezia, pur rievocandoli, vorrebbe mettere a tacere. La nostra protagonista, Aurora Zanon, miniaturista e più tardi pastellista di straordinaria vitalità inventiva, all’età di trentun anni, porterà in sé la passione e i tormenti di un’artista veneziana attraverso le più grandi corti d’Europa del Settecento. L’unica luce di speranza per Aurora sarà proprio quella dell’arte, che la spingerà miracolosamente a perpetuare la vita a dispetto del dolore in cui fin da giovanissima è irretita perfezionando il suo sapere.
L’atmosfera tersa e brillante di un atelier, rivissuta nella memoria con una pienezza di sensazioni visive («I miei fogli risplendevano di violetti, verdi e rosa. Erano così vividi che bastava tracciassi un piccolo segno sulla carta per accendere la seta della stessa luce delle foglie d’autunno. Quando li usavo per l’incarnato, sembrava che i bianchi prendessero a prestito la leggerezza delle nuvole e i rosa i petali dei fiori del melo. I volti da me ritratti erano come arrossati dalla brezza. Usavo il pollice e i polpastrelli per modulare le tonalità. Nel mio atelier in rue Richelieu facevo accomodare in piena luce i clienti da ritrarre e disegnavo sullo sfondo un’ombra simile a quella gettata dai candelabri nei loro saloni»), si trasforma in uno spazio illimitato senza tempo e senza durata, in cui il genio di Aurora trova un punto di fuga, animato dalla presenza vitale della sua arte che tutti i dispiaceri seppellisce e cancella. Una dimensione, l’arte, dove la figlia di Alvise Zanon, Aurora, troverà un po’ di pace per il suo cuore in tumulto, non piangendo di sé ma rinascendo attraverso la sua raffinata sensibilità di artista, dipingendo per se stessa prima ancora che per rendere alla perfezione lo stato d’animo del modello.

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Romanzi
 
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Fò Opinione inserita da Fò    11 Novembre, 2011
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.. Oggi non vola

Un libriccino grazioso, divertente ma profondo. Mi ha fatto riflettere, soprattutto sul suicidio che è il tema principale.
Il protagonista ogni mattina si sveglia e si siede sul davanzale della sua finestra ad aspettare l'"impulso" per buttarsi di sotto. In realtà questo impulso non può arrivare, per un motivo ben preciso: gli stessi motivi che lo spingono a pensare di togliersi la vita, gliela salvano. Lui è deluso perchè ha tanti desideri che non si potranno mai realizzare; ma il fatto stesso di averli, crea in lui SPERANZA e finchè c'è quella, non potrà mai toglersi davvero la vita. La prima regola per suicidarsi infatti è NON AVERNE MOTIVO.

Ho trovato lo stile molto interessante, complimenti all'autore; anche se un po' ripetitivo in alcuni tratti, ma la ripetitività dei gesti dei personaggi è prerogativa stessa di questa storia, quindi è accettabile.

E' piccolo e si legge velocemente, lo consiglio a chi vuol passare una giornata a RIFLETTERE DIVERTENDOSI.

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Romanzi
 
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Suali Opinione inserita da Suali    10 Novembre, 2011
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I fiori del Siam

A volte pensiamo che succeda tutto a noi le sconfitte, le delusioni, le disgrazie.
Nora pensava questo di se stessa e soprattutto non accettava la differenza della sua vita con quella della zia Vivy, a suo dire tutta splendori, gioie e agiatezza. Ma alla morte di Vivy ormai novantenne, seppur controvoglia ritorna in quella casa e scopre che la zia le ha sempre voluto bene e le ha lasciato una lettera con il diario della sua vita. Nora viene così a scoprire l'intensa vita di Vivy, nata nel Siam da Giovanni, un padre italiano con un matrimonio fallito e un figlio alle spalle, architetto del re Naresuen e Pimai, giovane governante che lo ha salvato dall'alcolismo. Viene a scoprire che Vivy è stata educata alla scuola della corte del re e da qui ha inizio la sua tormentata storia d'amore con il principe ereditario Naraj. Amore corrisposto ma taciuto e nascosto, perchè il principe è destinato alla perfida Leh, figlia di un avversario politico e il matrimonio serve a salvare la pace del regno. Ma i due non rinunciano al loro amore e a distanza di anni si ritrovano con una passione sempre nuova suggellata dal simbolico fiore di frangipane. A causa di questo amore Vivy è costretta ad andare via dal suo paese, prima a Parigi, dove diventa architetto, poi a Saigon, dove accetta infine di ricambiare l’affetto di Julio sposandolo, in Brasile al fianco di Julio, di nuovo in Francia, sconfitta dalla morte di Julio e in cerca di un lavoro e infine di ritorno nel Siam. Una vita intensa dedicata ai suoi amori e affetti senza domandarsi mai cosa lei avrebbe voluto farne della sua vita, senza chiedersi mai se il destino avrebbe potuto agire in maniera diversa.
In fondo Vivy vuole lasciare un insegnamento alla nipote, nonostante le sconfitte, le delusioni, le illusioni la vita va vissuta fino in fondo, ma non come ha fatto Carlotta, sorella di Vivy e nonna di Nora, che alla fine la vita l’ha gettata via a causa dei suoi eccessi. Di conseguenza non bisognerebbe mai giudicare la vita degli altri senza conoscerla e capirne le motivazioni.
La vita di Vivy è incastonata negli anni della Seconda Guerra Mondiale, vista dagli occhi di una straniera in Europa, della viaggiatrice e in un posto lontano qual è l’ Oriente, ma con gli strascichi e le conseguenze che questa ha avuto in tutto il mondo e quindi indirettamente anche nella vita di Vivy.
Narrazione intensa e voltapagina, unica pecca la struttura con alcuni errori di battitura e priva di capitoli interni che lascia al lettore l’onere di interrompere il racconto durante la lettura a suo piacimento o necessità.

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libri storici, di viaggi, d'amore
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Nothingman Opinione inserita da Nothingman    08 Novembre, 2011
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Andrea e il mondo dei Chapas

Andrea è un bambino semplice come tanti, bravo a scuola, legato alla famiglia e alla sua amica del cuore, Arriette. Evon invece è un chapas, piccolo essere simile ad un folletto dalle mani a tre dita, è un bambino tanto quanto Andrea, come lui è curioso, vivace, ed è legato ad un amica del cuore, Tory. La differenza è che i due vivono in mondi diversi, paralleli. Il mondo dei chapas è magico, e la magia è correntemente usata dai suoi piccoli abitanti. In questo modo Evon si vedrà catapultato in camera di Andrea, inaspettatamente i due vivranno una fantastica avventura in un mondo incontaminato, dovranno difenderlo con l’aiuto de L’Eremita dalla perfidia di Persifer, nemico di tutti i popoli.

Greta Marras è un amante della letteratura per bambini, a sua detta è un modo per riavvicinare gli adulti al mondo dei più piccoli. Il breve racconto da lei creato, è ricco di piccoli concetti semplici e veritieri: il Vecchio Saggio chapas chiese incredulo all’umano “Stai dicendo che voi umani combattete tra di voi? A che scopo? […] Che razza di gente è la tua, che si guasta col tempo?”. Per un certo senso l’intento di quest’opera è didascalico, infatti è per intero scritta in un italiano molto semplice, arricchito qua e la da termini ‘colti’ che probabilmente il piccolo lettore, a cui è palesemente indirizzata la storia, non ha mai sentito e che in questo modo andrà ad apprendere.

Stiamo parlando di una lettura molto semplice, estremamente scorrevole. L’essere un prodotto della letteratura per l’infanzia esula, probabilmente, l’autrice d’accuse come: l’essere impaziente ed arrivare troppo velocemente ad esiti e risultati, finali scontati, personaggi non approfonditi. Lo ritengo consigliabile per il novello lettore, a chi ancora piccoletto, si avvicina al mondo della lettura per la prima volta: ne resterà affascinato.
Piccola nota personale, credo che la Marras abbia fatto un pochino di confusione parlando della stanza di privazione temporale. In ogni caso, se non lei io, chi leggerà vedrà.

NB: i voti sullo Stile e sul Contenuto sono dati tenendo conto che si tratta di letteratura per l’infanzia. Il voto sulla piacevolezza deriva invece dalla mia pura esperienza.

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E' un si rivolto ai più piccoli!
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Romanzi
 
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Argento Opinione inserita da Argento    07 Novembre, 2011
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Scipio pugnaturus omnia de industria mutavit

Romanzo breve o racconto lungo?
Questa è la prima domanda che ci poniamo sin dalle prime battute del libro, che da subito ci fa capire che ci troviamo davanti a un linguaggio molto ricercato. Dodici righe per descrivere come inizia l’estate e declina verso l’autunno sono davvero tante, per un romanzo di 75 pagine! Comunque, proseguendo, la lettura diventa scorrevole anche se di tanto in tanto ci troviamo di fronte a espressioni davvero inconsuete, o meglio, desuete. Nessuno direbbe più “essere assiso sul divano” o “ammannire il pasto” e questo appesantisce un po’ il romanzo. Ringraziamo l’autore per aver “rispolverato” questi e altri termini che non si sentivano da tanto. Una scelta coraggiosa, adatta a ”un barboso cultore di una scrittura di altri tempi”. Fin qui abbiamo parlato dello stile, adesso passiamo al contenuto.
Il titolo ci richiama subito alla mente gli “Scipioni” e le guerre puniche, anche se lo scrittore vuole forse alludere al “Circolo degli Scipioni” che raccoglieva poeti e storici che dissertavano di storia e letteratura. Gli Scipioni del romanzo sono: Antonio Giovanni e Paolo. Un piccolo circolo costituito da tre membri, diversi tra di loro, ma accomunati non solo da legame di sangue. Non dissertano di arte e letteratura, ma di problemi e insoddisfazioni. Tutti e tre portano avanti la loro personale guerra, chi contro la società e il qualunquismo, chi contro la monotonia della vita, chi contro la scuola come istituzione, descrivendone vizi e virtù.
E su Giovanni, il professore, quello più concreto, il medio dei tre fratelli, quello in lotta con il sistema scolastico da cui si sente schiacciato, sia Antonio che Paolo riversano sempre le loro recriminazioni. Giovanni è di sicuro il personaggio più approfondito: le sue idee, i suoi malesseri e le sue aspirazioni emergono con chiarezza e ironia.
La guerra che gli Scipioni portano avanti è solo contro sé stessi e scaturisce dalla loro incapacità di omologarsi e appiattirsi, restando un “po’ all’antica” e perseguendo i valori e i principi che stanno sempre più scomparendo, senza peraltro rinunciare alle loro aspirazioni, giuste o sbagliate che siano. E’, in fondo, la malattia del vivere quotidiano, che diventa tanto affannoso e pesante quanto più ne siamo insoddisfatti. E allora perché non prendersi una piccola pausa dalla vita?

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Sydbar Opinione inserita da Sydbar    05 Novembre, 2011
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Esalfa

Non riesco davvero a capire perchè molte "grandi" case editrici non riconoscano la bravura di molti autori emergenti, soprattutto italiani, i quali scrivono romanzi di sicura qualità.
E' questo un altro caso, nella sconfinata produzione letteraria italiana, dell' autore Nino Branchina,il quale riesce attraverso questo thriller storico a catturare la mia attenzione e a trasportarmi con ingordigia ed interesse alla lettura dei capitoli di quest'opera che merita davvero gli onori della nostra attenzione.
Ambientato in una Spagna del XVI° secolo ai tempi dell' inquisizione, il libro pur narrando e citando eventi storico religiosi, che ai più possono risultare tediosi, attraverso una scrittura semplice e caratterizzata da dei capitoli non lunghi e costruiti in modo tale da incuriosire il lettore, Esalfa è caratterizzato da una buona trama e ricco di personaggi di cui ci si innamora, anche se forse plasmati sulla forma di alcuni presenti in altre opere dello stesso genere.
Il racconto narra di alcune morti misteriose in una località della Castiglia che si ricollegano ad argomenti religiosi e di contrasto tra cattolicesimo ed ebraismo, che potrebbero far arricciare il naso ad esperti di kabala.
La trama è pervasa da un senso di suspance che cresce lentamente fino ad esplodere nei capitoli finali.
Il libro è edito dalla casa editrice "Albatros - Il filo" alla quale porgo i miei complimenti per aver portato alla luce un'opera affascinante alla quale però l'autore dovrà dare una conferma di qualità con un nuovo romanzo, magari un sequel e le prospettive ci sarebbero.
Buona lettura.
Syd

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Thrillers storici
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Racconti
 
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4.0
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C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    04 Novembre, 2011
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Ascolta il Vento...

Domenico Infante, son sincera, non conoscevo questo autore.
Poi mi capita per le mani questo libriccino...mi lascio rapire dalla quarta di copertina.
Lo leggo.
E oggi vorrei che Domenico Infante col suo VENTO E SABBIA lo conosceste anche voi.
Un libro senza la risonanza mediatica di certi titoli e certi autori, un libro nato in silenzio, che vive in silenzio ma che non merita l'oblio. No, non sarebbe giusto.
Poche pagine, si legge in poco piu' di un'ora, ma e' un'ora di Bellezza.
Racconti.
Racconti raccolti nel mondo dal Vento e dal Vento narrati.
Ogni Vento porta il suo racconto, ogni Vento una storia diversa.
La Tramontana.
Il Grecale.
Il Levante.
Lo Scirocco.
L'Ostro.
IL Libeccio.
Il Ponente.
Il Maestrale.
Non voglio scrivere di chi si parla, non voglio anticiparne i contenuti, e' tanto breve che direi tutto anche con poco,mi limito a scrivere cosa ha suscitato in me : sensazioni.
Storie di vita comune, narrate con bella scrittura, con delicatezza.
Ti culla, ti incanta, ti emoziona, ti trattiene. Ti sa riscaldare, ti fa rabbrividire. Ti soffia negli occhi e ti fa scendere una lacrima.
Del resto e' il Vento che scrive.
Chiudete gli occhi, per un'ora chiudete gli occhi. Ascoltatelo...
" Io sono il vento. Io porto fresco e caldo, accompagno la pioggia e vado in giro a rubare le storie. Le prendo, le porto con me e le disperdo nell'aria, come i pollini e i semi. Storie, racconti di sole, di aria , di terra e di mare.
Il vento allora comincio' a raccontare." D.I.

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eleonora. Opinione inserita da eleonora.    01 Novembre, 2011
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Il Mai

Arianna, la protagonista del libro, si racconta in prima persona, intervallando momenti del presente con momenti del passato.
Il filo conduttore di questo spazio temporale è un manoscritto che Arianna scrive nel periodo universitario, ma che viene pubblicato anni dopo da Giulia, sua compagna di studi, che le aveva sottratto lo scritto. Arianna si trova a fare i conti con il passato, ripercorrendo gli anni universitari trascorsi a Urbino con le sue amiche di sempre Chiara e Lucia, analizzando l'amicizia con Giulia, nata nel periodo degli studi, e affrontando un presente incerto, imbrigliato e fermo a quel manoscritto perduto.
Si, perché per Arianna quel libro non era soltanto il suo primo romanzo, ma anche parte di sé , dei suoi sentimenti, dei suoi dolori e nel quale il tema centrale era il rapporto padre-figlia.
Il doversi imbattere nuovamente in quell'episodio, le permette di riaffrontare e rivedere il decennio passato della sua vita in maniera più lucida e critica, le permette quindi di vivere il presente affrontando nuovamente la passione per la scrittura, voltando pagina e guardando al futuro.
Ho trovato interessante la trama di questo romanzo d'esordio.
Lo stile con il quale viene affrontato il racconto è chiaro e diretto ma a volte l'uso accentuato di "gergo giovanile" impoverisce la scrittura del romanzo.

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LuigiDeRosa Opinione inserita da LuigiDeRosa    01 Novembre, 2011
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Donne e uomini sull’orlo di una crisi di nervi

In questa raccolta di racconti Curzia Ferrari, analizza le debolezze, i tic, le nevrosi dell’uomo contemporaneo. C’è la vecchia attrice che cerca nell’avventura con il giovane scandinavo di ignorare l’infame vecchiaia che avanza inesorabilmente, l’industrialotto che nonostante i soldi soffre per un cognome ridicolo, ma quando è pronto con gli amici a festeggiare il cambio di cognome che gli è stato concesso impazzisce definitivamente perché il secondo è ancora più denigratorio. Ci sono racconti sull’amore quello che dura tutta la vita, quello che sembra scomparire per diventare sogno per poi tornare realtà un giorno, quando meno te lo aspetti. Ci sono gli amori infedeli e quelli non corrisposti, fatti amarissimi calici. Ci sono le passioni,quelle sportive,quelle rossonere!,Rivera e Pippo Inzaghi su tutti. C’è anche tanta letteratura nei racconti di Curzia Ferrari,Gorkij,Dostoevskij e l’odiato Miguel de Cervantes Saavedra che , ahimè!, finisce in pasto ad una capra, del resto, la scrittrice mi perdoni, ma lei che ha confessato di amare fra tutti i personaggi di carta Stavroghin, ha fatto fare al povero sognatore iberico una fine “Demoni...aca!”
di Luigi De Rosa

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Severamente viatato agli interisti.Battute a parte lo consiglia a chi ama i racconti brevi,colti e cinici.
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Dilo Opinione inserita da Dilo    31 Ottobre, 2011
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il sorriso del conte

E' un libro che parla d'Italia, dalla prima guerra modiale al 1988. La storia di una famiglia di nobili, costretti a lavorare, gli esperimenti pedagogici del padre sul suo unico figlio. Padre che prende come sua unica fonte di ispirazione Rousseau e che proprio per questo non solo cresce suo figlio come l'Emile ma addirittura lo chiamerà Gian Giacomo. Il giovane odia il suo nome e l'inadeguatezza del programma educativo lo porterà ad essere fuori posto in ogni occasione, fin quando non si sposerà e poi incontrerà un cugino che sembrava disperso. Esilarati e interessanti sono i parallelismi, tra la guerra che l'Italia stava combattendo e la "guerra" che Gian Giacomo si trova ad affrontare con una moglie che per amor di patria decide di non assolvere più i suoi doveri coniugali.
Poi l'autore ci fa fare un salto di 50 anni e finalmente si comincia a parlare del Conte, ovvero il figlio di Gian Giacomo, e lo fa a partire dalla morte del conte Angelo, ciò che ne viene fuori è un uomo-bambino sempre sorridente, con una vita piena di segreti. Interessantissima è la figura del prete amico di Angelo, che nonostante abbia una vita completamente diversa da quella dell'amico e nonostante l'abito talare dovrebbe imporgli di disprezzare lo stile di vita di Angelo, il Don non può fare a meno di volergli bene.
E' una storia piacevole, scritta in tono ironico, potrebbe essere anche una bella storia, se non fosse che il finale è inconcludente, alla fine vorresti chiedere all'autore: "scusa potresti dirmi, se non ti disturba troppo, per quale motivo mi hai raccontato tutta sta cosa?"
Ciò che sinceramente non capisco e non tollero è l'uso dell'articolo determinativo prima dei nomi propri di persona, non è Italiano e risulta anche particolarmente fastidioso, l'articolo prima del nome viene usato soltanto dal narratore e non dai personaggi e ciò rende questa scelta (perché voglio sperare che sia una scelta) totalmente priva di senso, anche perché la narrazione è in terza persona e il narratore è fuori dalla storia. Se fossero stati i personaggi ad usare l'articolo prima del nome, allora, avrei potuto giustificare la scelta, visto che il romanzo è ambientato a Bergamo, avrebbe addirittura contribuito a dare veridicità ai personaggi. Quante volte ci hanno detto che leggere è importante,perché impariamo parole nuove e anche perché ci aiuta a capire come si scrive in italiano?
Sotto questo punto di vista bocciato lo scrittore e la casa editrice che avrebbe dovuto fare un minimo di editing

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