Le recensioni della redazione QLibri

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Argento Opinione inserita da Argento    05 Dicembre, 2011
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E le stelle stanno a guardare?

Riporto dalla quarta di copertina: “Clara è abbandonata dal marito dopo un matrimonio trentennale. Nella tempesta del dolore e dei ricordi, tenta di rileggere il passato e di capire quale sia il cammino da imboccare, per uscire dall'oscurità che la sconvolge” Ma più che abbandonata direi lasciata dal marito, cosa ben diversa. Certo, si tratta sempre di distacco, solo un po’ meno tragico.
Questo evento la riporta indietro nel tempo e ripercorre il cammino all’inverso, per capire come potere proseguire. La struttura del romanzo è affidata a un io narrante, che ci racconta, a volte al passato a volte al presente, gli eventi che si sono susseguiti dalla fanciullezza all’età matura. La scelta dell’io narrante, se di primo acchitto può sembrare facile perché la narrazione è lineare, si rivela uno stile narrativo difficile, perché l’autore deve portare il lettore al suo livello di conoscenza, dare spessore ai personaggi e agli eventi. Incorrere nell’errore è facile, come succede nel “Cammino delle stelle”, romanzo di esordio di Emilia Vigliar.
Infatti quello che andiamo leggendo è una sorta di diario, forse troppo piatto, schematico, stereotipato. La protagonista, Clara, ci racconta la sua vita, ma senza sbalzi, nessuna emozione, niente che ci faccia fremere durante la lettura. I personaggi sono poco connotati, sia fisicamente, che psicologicamente. Come sarà Clara, di cui apprendiamo il nome solo dopo parecchie pagine, perché il papà le scrive un biglietto (!)? Sarà bella, bionda, alta, bassa, e ancora sarà apprensiva, nervosa, entusiasta della vita. E Francesco, il marito fedifrago? Certo, non conta l’aspetto esteriore, ma una connotazione, un accenno, un suggerimento bisogna pur darlo, per aiutare il lettore a farsi un’idea e a partecipare alla lettura. Non vengono lesinati particolari, anche minuziosi, sulla vita della protagonista, ma che non arricchiscono la narrazione. Il libro è diviso in tre parti, che dovrebbero simboleggiare le tre diverse età, fanciullezza, giovinezza, maturità e sono connotate con il nome di costellazioni: Berenice, Cassiopea e Antares. A parte un piccola frase sull’imperscrutabilità del cosmo, non sono riuscita a capire la scelta. Cosa hanno in comune le tre costellazioni? Si avvicinano e si allontanano l’una dall’altra? Hanno un cammino comune? Non credo, ma azzardo un’ipotesi. Berenice, dalla bella chioma che finisce in cielo, presente soprattutto durante l’equinozio di primavera, Cassiopea, la bella, condannata per la sua vanità a girare eternamente intorno al corpo celeste a volte addirittura a testa sotto e visibile in estate, e Antares, la rossa e luminosa, rappresentano rispettivamente le tre età della vita: fanciullezza, giovinezza e adolescenza? Non so, però sono certa che le stelle stanno a guardare!

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charicla Opinione inserita da charicla    04 Dicembre, 2011
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Una piacevole scoperta

Questo libro è stata una piacevole scoperta e già dal titolo si comprende che siamo di fronte a qualcosa di molto introspettivo e profondo. A tratti romanzo, a tratti soft thriller poiché condito da piccole dosi di accurata suspance, magistralmente diluita in una trama che appare morbida e senza sbavature e a tratti pure manuale fotografico, pieno di spunti, consigli e suggerimenti fotografici. Una scrittura poetica, fluida e semplice, per un romanzo ben costruito e molto piacevole.
David Almeida, è un fotografo che collabora con un’ importante agenzia fotografica, adora il suo lavoro poiché non si stacca mai dal suo borsone fotografico e ama molto scattare fotografie al cielo, inteso come metafora dell’ infinito. David, è un uomo schivo ed introverso che non riesce più a percepire la bellezza della vita da quando anche la sua ultima storia d’amore con Gabriella è naufragata per cause apparentemente ignote e per sentirsi vivo, preferisce osservare gli altri piuttosto che soffermarsi ad analizzare la propria condizione. A causa della sua sensibilità d’animo, lotta contro la solitudine, l’insonnia e contro il silenzio, che ormai è diventato suo fedele amico e inoltre vive attanagliato da profondi stati d’ansia che lo portano a farsi mille domande senza trovare mai esaurienti risposte. David è spesso turbato e in bilico e si sente quasi prigioniero della sua stessa condizione ma almeno su qualcosa è deciso e determinato: voltare pagina lasciandosi il proprio passato alle spalle e provare a realizzare il proprio sogno, di diventare un fotografo professionista con tanto di agenzia fotografica alle spalle. Quando l’ agenzia fotografica risponde alla lettera di presentazione di David, chiedendogli un colloquio, l’uomo rimane turbato nel ritrovare la sua ex fidanzata a ricoprire un ruolo di tutto rilievo all’ interno dell’agenzia ma dopo un’ iniziale senso di smarrimento e d’imbarazzo, decide di stingere con la donna, un rapporto esclusivamente professionale e quando si presenta l’occasione di recarsi a Trani per svolgere un piccolo lavoretto per l’agenzia, David comprende immediatamente che quella potrebbe essere per lui una situazione molto favorevole e da cogliere al volo, sia per staccare un po’ la spina e sia per dimostrare un po’ del suo talento.
Una volta giunto a Trani, incontra per fortuite coincidenze, una donna di nome Stefania e subito instaura con lei un bel rapporto d’amicizia. La donna, gli mostra tutti gli scorci più belli ed inusuali della propria città, che David decide immediatamente d’imprimere nella propria pellicola, dando ufficialmente inizio al proprio reportage. Sarà proprio un’ immagine, inavvertitamente scattata da David, a far precipitare i due amici in una storia strana e contorta, in cui un uomo apparentemente senza identità si metterà, proprio come un segugio, alla maniacale ricerca di David. Inizierà per Stefania e David, uno strano rompicapo in cui si troveranno coinvolti senza volerlo e quando finalmente quell’uomo misterioso riuscirà a stabilire un contatto con David, avanzerà senza troppe spiegazioni, la sua semplice quanto insolita richiesta. David, prima di assecondare quell’ uomo, decide di voler scendere più a fondo in questa storia, compiendo alcune ricerche che in poche ore lo catapulteranno nella periferia di Roma, per incontrare una donna di nome Anastasia e sua figlia. Sarà Anastasia, a far luce sul passato di Salvatore Marino, questa è la vera identità dell’uomo misterioso e a dare un senso a quella sua bizzarra richiesta. Ma allo stesso tempo e senza volerlo, saranno proprio le parole e le sensazioni provate da Anastasia durante il suo racconto, ad aiutare David a trovare un senso in quella sua esistenza, finora ancora troppo vuota. E’ cosi che David, scopre quella famosa luce invisibile che lui aveva da sempre cercato solo esteriormente, senza riuscire a comprendere che: la luce invisibile, altro non è che, la vera essenza racchiusa dentro ognuno di noi, quella stessa luce che David non riusciva più a vedere da molto tempo ormai o che forse, non aveva realmente mai visto.

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"Arcodamore" di Andrea de Carlo
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Fantascienza
 
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C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    04 Dicembre, 2011
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L'addestratrice

Il fantasy non e' uno dei miei argomenti preferiti, lo confesso, pero' ogni tanto mi piace provare cose nuove.
Quindi vedo questo romanzo, una quarta breve, precisa concisa diretta al punto : "Tutto gli animali hanno la stessa caratteristica: sono bianchi e con gli occhi di ghiaccio, ma riprendono il colore naturale dopo la morte."

MI sembrava accattivante e quindi,mi son detta, proviamolo. La storia effettivamente e ' apprezzabile ma lo stile narrativo non mi e' piaciuto gran che', non perche' l'autrice non sappia scrivere anzi, il racconto fluisce tranquillamente. Semplicemente perche' ritengo sia limitante, che si rivolga ad una nicchia di lettori giovanissimi e incide molto questo fattore nel giudizio finale.
Affrontando un racconto fantasioso non ci si aspetta una trama piena di messaggi o significati profondi, si cerca evasione, ma qui mi son sentita fuori luogo. Nemmeno io ho cent'anni, ma teen ager non son piu' e questo stile di scrittura mi ha escluso dal nocciolo della storia, senza contare che i personaggi sono poco approfonditi .
Non saprei che altro dire, sono certa che un pubblico giovanissimo lo potra' apprezzare molto piu' di quanto abbia fatto io, l'empatia col libro che stai leggendo e' fondamentale.

Buona lettura.

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Georgia Opinione inserita da Georgia    03 Dicembre, 2011
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Il Labirinto dell'anima

Lì dove tutto sembra avere fine, dove l’oscurità profonda della notte cela un mondo di balordi ed emarginati impegnati a sopravvivere, dove la vita non ha tempo, odore, colore….., proprio lì, invece, tutto ha inizio. Angela conosce questa dimensione umana ma si rifiuta di appartenervi, le sue brutte nottate sono un traumatico e lontano ricordo; lei ha fascino, garbo, è bella, elegante, e tra gli ambienti dei locali notturni oramai rappresenta una specie di istituzione. La prostituzione, quella di tutto rispetto, per così dire autorizzata, è solo una saltuaria necessità sociale. Angela, all’anagrafe Angelo, è infatti una transessuale come tante relegata ai margini di una società moderna e globalizzata, ma all’occorrenza ipocrita e perbenista. Tra passato e presente si fanno strada i dolori, le contraddizioni, le paure, i rimpianti, i disagi di un animo complesso, duro e fragile allo stesso tempo; dalla cocaina e dalla rumorosa routine notturna alla solitudine, quella che ci ingabbia quando, di fronte a situazioni sconvenienti, ciò che conta è l’apparenza. Una notte Angela partecipa ad una festa in cui scoprirà quanto il suo mondo non è poi tanto più viziato e violento di quello della politica o della televisione, illusoriamente integerrimi, e la sua inaspettata reazione segnerà il suo destino. Una fuga breve ma sufficiente ad una intensa introspezione, per ripercorrere la propria vita alla luce di una nuova e più lucida consapevolezza di se stessa.

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Racconti
 
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eleonora. Opinione inserita da eleonora.    30 Novembre, 2011
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un folle simpatico

Sono stata attirata dalla copertina e dal titolo originale di questo libricino di racconti, che credo rappresenti l'opera prima di Luigi Filippelli.
Appena mi è arrivata la copia dalla redazione di Qlibri, ho avuto la conferma di avere tra le mani un libricino fresco e vivace, perchè ho sorriso vedendo il formato, vedendo l'illustrazione dal vero, leggendo il quarto di copertina e la dedica dell'autore.
Mi sono detta questo è un folle!!! ( che per me è già un elemento di partenza positivo )
Sono 18 racconti alcuni molto brevi, altri più sostanziosi, per la maggior parte sono racconti che fanno sorridere, l'autore infatti, utilizza il senso dell'ironia per trattare velatamente temi più seri. Alcuni racconti sono sconclusionati, altri sono fin troppo brevi e poco immediati, forse perchè essendo il primo approccio con questo giovane autore, non ho dimestichezza con il suo stile.
Ho la sensazione che non sono riuscita a cogliere alcune sfumature dei racconti, e ipotizzo che ci sia una spiegazione molto semplice legata al come l'autore ha scritto questo libro.
Mi spiego meglio, mi sono immaginata un Luigi pieno di idee, effervescente, che ha sperimentato parecchio prima di arrivare a pubblicare questo libro, il problema è che quello che è arrivato ad un lettore comune come me, è questo libricino breve....ed è come se mi mancasse un pezzo.
Il gol, latte macchiato, escluso il cane, e lacune facilmente colmabili sono i miei racconti preferiti.
Lo stile di scrittura è chiaro , diretto direi a volte stralunato..l'ho comunque apprezzato, perchè sento uno stile ricercato nonostante la sua semplicità.

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Marghe Cri Opinione inserita da Marghe Cri    29 Novembre, 2011
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Il postulante

Come affrontare una vita che già dall’adolescenza si presenta in salita?
Come difendere se stessi ed i propri desideri in un mondo che ti marchia fin dai primi anni come diverso?
Fabio si trova a cercare risposta a questi interrogativi quando gli amici lo isolano a causa di alcuni atteggiamenti omosessuali, costringendolo a prendere coscienza che i teneri (ed ancora innocenti) abbracci con l’amico del cuore non rientrano in ciò che gli altri ritengono “normale”.
Si isola, cerca consolazione e pace interiore e la trova in una chiesa e in un prete che lo accetta senza giudicarlo e lo accompagna verso la determinazione di abbracciare la chiesa come professione di vita.
Pur fra tanti ed importanti dubbi sulla genuinità della propria “chiamata”, Fabio decide di entrare come postulante in un convento di frati e… da qui comincia il romanzo che, scritto con un linguaggio semplice e non elaborato, ben corrispondente alla psicologia dei personaggi, risulta una lettura gradevole e veloce.
I dubbi ed i sensi di colpa per le proprie tendenze non abbandoneranno Fabio in virtù della mistica della vita conventuale e lo trascineranno, alla fine, a dover fare i conti con se stesso, senza infingimenti e senza cercare scorciatoie, prendendo consapevolezza del proprio posto nel mondo.
La storia si presta ad approfondire il tema dell’omosessualità, della vocazione religiosa e della vita conventuale in relazione alla castità dei pensieri e degli atti.
La circostanza che Fabio in tale contesto incontri un sentimento ricambiato dovrebbe ancor più provocare approfondimento sullo strazio di un’anima che si dibatte fra la vocazione e il desiderio di lasciarsi andare a cedere al sentimento e al richiamo dei sensi.
Penso a come avrebbero potuto affrontare un simile tema Thomas Mann o Fedor Dostoevskij.
Bene, non si può chiedere tanto e non è corretto porre un simile paragone, me ne rendo conto, ma trovo che il problema dell’omosessualità venga affrontato dall’autore in modo forse un po’ superficiale: non c’è un solo momento nel romanzo (eccettuati gli adolescenti amici di Fabio nelle prime pagine) in cui venga condannata ed esecrata come invece accade di frequente nel mondo reale. Anzi, per tutto il libro viene considerata una realtà universalmente accettata, anche se condannata dalle leggi ecclesiastiche: personalmente posso essere daccordo con questo giudizio, ma mi sembra inconsueto non incontrare per centocinquanta pagine (neppure all’interno di una realtà legata alle regole religiose) qualcuno che scagli anatemi nei confronti del peccato contro natura per eccellenza, come invece, ancora oggi, accade normalmente intorno a noi.
In conseguenza di questo, forse, l’autore non si applica ad approfondire la psicologia dei personaggi, che risultano un po’ piatti e poco delineati nei sentimenti e nelle inevitabili sofferenze.
Non voglio svelare il finale, ma non posso nascondere che mi ha lasciato insoddisfatta: sembra che l’autore abbia preferito non prendere posizione lasciando al lettore la responsabilità di concludere il racconto.
La parte migliore, a mio avviso, è racchiusa nel colloquio che, verso la fine, Fabio ha con il padre eremita: in poche pagine affiorano i temi profondi ed irrisolti del cristianesimo ed i fondamenti della fede, laddove si accenna al tema cruciale della divinità di Gesù:

“Io non rifiuto l’immagine che la Chiesa dà di Gesù, anche se appare tanto lontana da quella del Cristo storico. Rifiuto che essa la imponga come l’unica possibile: Cristo era e si sentiva ebreo, credeva nel Dio degli ebrei, era solo al popolo eletto che annunciava la venuta del Regno, eppure la Chiesa di questo Cristo ebreo non parla […]. Aspetto il giorno in cui prevarrà nella fede di tutti i cristiani lo stupore per quella meravigliosa manifestazione del divino che Cristo è stato e che ha sconvolto chi lo ha conosciuto.”

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silvia71 Opinione inserita da silvia71    24 Novembre, 2011
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Incanto e disincanto

Pietro Grossi fa parte di quella nutrita schiera di giovani scrittori che negli ultimi anni stanno portando una ventata di aria fresca nel mondo letterario italiano, aprendo così le porte a nuove tendenze stilistiche e a nuove esplorazioni contenutistiche, facendo sì che anche la letteratura rimanga al passo con l'evolversi della società e dei costumi.
“Incanto” è un romanzo senza frontiere, in quanto parte dal nostro paese e si dipana attraverso l'Europa ed il resto del mondo, ripercorrendo la vita di alcuni amici toscani, legati fin dall'infanzia da un vincolo profondo e duraturo.
Si alternano sullo sfondo realtà completamente diverse, sia ambientali sia sociali, ricostruite dall'autore in modo ottimale e particolareggiato, denotando una conoscenza approfondita dei contesti trattati e ammantando di una buona dose di credibilità l'intero racconto.
Grossi ci offre uno spaccato della società degli ultimi trenta anni, affrontando tematiche importanti e spinose, quali amicizia, famiglia, ambizioni, egoismi, disillusioni, errori fatali.
Argomenti complessi che l'autore sceglie di trattare di petto, senza cercare rifugio in facili ipocrisie, mettendo a nudo l'anima dei suoi personaggi; essi, infatti, assumono le sembianze di eroi e sconfitti al tempo stesso, virtuosi e viziosi, felici e disperati, in un'eterna lotta con il destino.
Il destino è il protagonista muto di queste pagine; avverso o propizio, ci si chiede se l'uomo sia in suo pugno oppure se possa in qualche misura influenzarne il cammino.
Quesito duro e controverso e la risposta che ci giunge attraverso questa lettura è originale e fantasiosa, eppure molto efficace per catturare l'attenzione del pubblico, offrendo importanti spunti di riflessione; in definitiva questo deve essere l'obiettivo di un buon scrittore.
Se l'idea sottesa al costrutto narrativo è buona, altrettanto dobbiamo dire in merito alla capacità dell'autore di dare forma al racconto, svelando lentamente tutti gli elementi, facendo sì che esso assuma compiutezza solo nella fase finale, provocando un notevole “effetto sorpresa”.
A livello stilistico si riscontra, piacevolmente, un notevole grado di maturità in questa giovane penna, che si fa apprezzare per la sua fluidità narrativa e per l'utilizzo di un linguaggio moderno, ma al contempo ricco e adeguato ai personaggi e alle diversi situazioni rappresentate.
Unico neo, qualche eccesso descrittivo che in taluni punti della storia crea qualche rallentamento e calo di intensità, ma tutto sommato non la priva del suo vigore.

Un romanzo che ci prende per mano e ci conduce in quel mondo che sta al di là delle apparenze.
Un viaggio sorprendente e difficile nella vita di tre amici.



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Sara S. Opinione inserita da Sara S.    24 Novembre, 2011
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Un'avventura piratesca che entra nel cuore

Fin da quando ho visto questo libro in vendita in libreria ero curiosissima di leggerlo perché, oltre ad avere una veste grafica gradevole ed accattivante, sono sempre stata attratta dai libri voluminosi e questo, non c'è alcun dubbio, lo è! Subito però devo ammettere che ero un po' restia ad affrontarlo. Non sono un'appassionata di romanzi rosa, e mi spaventava un po' il fatto che venisse definito come "romance storico"; avevo paura di ritrovarmi davanti un mattone sentimentale melenso e pieno di scene amorose. Con mio sommo sollievo ho invece constatato che questo romanzo è parecchio versatile e riesce a soddisfare i gusti più disparati. Lo stile di scrittura dell'autrice (che, a discapito del nome, è italianissima) è superbo e ha una padronanza di linguaggio lodevole. La narrazione è infatti precisa, lineare, descrittiva al punto giusto e ricca di vocaboli tecnici ricercati che lasciano intendere un'accurato studio e un grande lavoro alle spalle. Fin dalle prime pagine di lettura la sensazione è stata di una full-immersion totale nel 1600 e di vivere le avventure dei protagonisti. Difficilmente un libro è scritto così bene da farmi immedesimare a tal punto, ma questo lo fa con estrema maestria e, considerando che è stato scritto nel ventunesimo secolo, trovo che sia ancora più straordinario. La storia è molto appassionante, ricca di avventura e di azione, tantissimi intrecci e colpi di scena. La scene romantiche ci sono, ma riescono a coesistere benissimo nel contesto storico-avventuroso-piratesco senza mai prevaricare sul resto e risultare eccessive. Ne risulta un romanzo ben bilanciato, una lettura gradevole che accompagna il lettore per più di 800 pagine senza annoiare. In particolare, le ultime 200 pagine, le ho divorate in un giorno perché trasmettevano una tale carica di emozioni e tensione che è stato proprio impossibile chiudere il libro prima di averlo terminato. So che sul finale sono state perpetrate delle critiche. Certamente alcune lettrici avrebbero preferito una variante molto più scontata e banale, ma secondo me l'autrice ha fatto benissimo a non cedere ad un ovvia conclusione e a dare quel pizzico di pepe in più che la arricchisce ulteriormente. Inoltre, non posso fare a meno di tessere le mie lodi anche per i personaggi, che sono tutti davvero ben descritti, sia i più amabili che i meno amabili. La protagonista Corinna e il coprotagonista Dorian sono due personaggi che mi hanno ispirato tantissima stima e simpatia; ho provato per loro un affetto sincero. Sono rimasta veramente soddisfatta da questa lettura e la consiglio a tutte le donne, amanti del romance e non.

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Romanzi
 
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Nothingman Opinione inserita da Nothingman    24 Novembre, 2011
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Razza Impura

Franco Cilli, il “Dottore”, è uno psichiatra che lavora nel paese di Penne, uno come tanti in Italia. La visita di una paziente molto particolare, in quanto moglie di un rappresentante del governo italiano, lo trasformerà in pedina di un pericoloso gioco internazionale. Il Dottore dovrà fare i conti col proprio passato, in forte contrasto con la serena e civile vita da psichiatra al servizio dei cittadini, sarà quindi coinvolto in un grande complotto mondiale che lui stesso tenterà di scongiurare con l’aiuto del suo vecchio amico Domenico D’Amico (mezzo macchina mezzo orco), di Marina, sua paziente estremamente autolesionista, una sua figlia spagnola, Estela, e infine con l’inaspettato sostegno del commissario Tano Pepe. I protagonisti della narrazione, per lo più tutti professionisti nelle arti marziali e imbattibili nello scontro corpo a corpo, visiteranno diversi paesi, dall’Italia a Cuba, dalla Svezia agli Stati Uniti, andando ad incontrare personaggi realmente noti in campo internazionale e scienziati pazzoidi appartenenti alla finzione. La minaccia che aleggia sulla Terra prevede anche la sostituzione dell’uomo con una nuova specie, per l’appunto una razza impura: riusciranno i nostri eroi a sventare anche questa minaccia?

Cilli e D’Amico, autori e protagonisti del romanzo, si son divertiti nel costruire un romanzo intorno alle proprie persone, realizzandone una forte caricatura e facendole vivere in uno scenario mondiale pre-apocalittico dove attentati terroristici e complotti segreti sono all’ordine del giorno, tutti manovrati da pochi potenti che congiurano dietro le quinte. I fini e le intenzioni dei politici italiani, riconoscibili nonostante gli pseudonimi usati, rientrano nel grande complotto, nel quale si inseriscono attraverso l’uso accorto degli autori di presunte accuse e taciute verità che da decenni gli si riferiscono: pensiamo al ruolo controverso del premier “Bengodi” e del suo amico-nemico “Dalmanera”.

“Tutto questo è ridicolo, siamo davvero un’armata Brancaleone” […] “Vabbè che stiamo vivendo in un thriller politico incoerente e sgangherato, pieno di coincidenze al limite del ridicolo..”. Queste battute auto-canzonatorie che troviamo all’interno del libro, ahimè, vanno a riflettere la stessa impressione che il romanzo ha suscitato in me. Penso che l’idea di fondo del grande complotto sia buona per sviluppare le trame di una storia, tuttavia si è rivelata una carta giocata male, malissimo. I protagonisti sembrano la trasmutazione su carta di uno Steven Seagal (questa volta non a stelle e strisce ma falce e martello) accompagnato dal grande amico Chuck Norris, entrambi imbattibili, fortissimi e resistenti anche alle pallottole, nel completare l’armata Brancaleone, ad essere cattivi, possiamo aggiungere Bruce Lee nelle vesti di un commissario e Xena nelle vesti di una figlia dimenticata. L’intero gruppo si ritrova, guidato dal Dottore alias F. Cilli alias Steven Seagal, sballottato a destra e a manca in un contesto internazionale, ritrovandosi in situazioni assolutamente improbabili, sconnesse tra di loro, per un progresso della vicenda del tutto innaturale. Tutti seguono il Dottore, vero Leader, la sua innata sete di giustizia, verità, e la sua fame di vendetta. Probabilmente, l’usare se stessi come protagonisti del proprio romanzo è stata una scelta quanto mai sbagliata poiché ha portato a un eccessiva esaltazione dei soggetti principali, troppo irreali tanto che l’immedesimazione è impossibile.

Altro punto a sfavore è l’organizzazione in seno al libro, ovvero l’organizzazione dei paragrafi. All’interno dei capitoli troviamo delle sezioni, finali o iniziali che siano, che sono come delle visioni di quello che verrà o potrà avvenire, o di quello che in parte sta già accadendo a causa del grande complotto e che, nella narrazione inerente al Dottor Cilli, fin ora è stata appena accennato. L’effetto percepito è quello di un eccesso di confusione: i vari paragrafi sono diversi l’uno dall’altro per tutto il libro, non seguono un proprio filo logico, sono dei grandi flash che soltanto una volta giunto alla fine riesci con difficoltà a collocare, ma che per il resto non fanno altro che appesantire la lettura.

L’ultimo piccolo appunto riguarda le analogie con i politici italiani, la loro individuazione dietro gli pseudonimi sarebbe potuta essere un artificio interessante, divertente, se però fosse stato utilizzato meglio. Invece vediamo concentrati nello spazio di cinque righe una valanga di riferimenti messi a forza l’uno dietro l’altro.. peccato.

Insomma nel complesso, a parer mio, questa “favola massimalista” non funziona.

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Lorenzo Pompeo Opinione inserita da Lorenzo Pompeo    19 Novembre, 2011
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Un romanzo che lascia un segno

L'aggettivo "arabo" è spesso impropriamente esteso a tutto l'Islam. Questo libro può essere utile proprio per correggere questo equivoco. L'autore, Yousef Al-Mohaimeed, originario dell'Arabia Saudita, è un arabo che scrive in arabo. Tuttavia il lettore non specialista fa una certa fatica per mettere a fuoco lo sfondo di questo romanzo breve, che evidentemente non è una metropoli come il Cairo, più nota se non altro grazie ai romanzi del premio Nobel Mahfuz. "Le trappole del profumo" invece riporta il lettore negli spazi sconfinati, tra quei deserti percorsi dalle carovane, proprio lì dove l'Islam nacque. La vicenda del romanzo ruota intorno a tre personaggio maschili: Turad, il protagonista, Tawfiq, un ex-schiavo portato dal Sudan e amico di Turad, e Nasir, un orfano abbandonato in una cassetta di frutta. Un elemento accomuna i tre personaggi: una menomazione (Turad è privo di un orecchio, Tawfiq, è stato castrato mentre Nasir è privo di un occhio) dal forte significato metaforico. Il romanzo si apre con Turad che, vagando senza meta nei dintorni della stazione degli autobus di Riyad, casualmente ritrova una cartellina nella quale sono contenuti dei documenti relativi a Nasir, nei quali si fa riferimento alla sua triste vicenda biografica, che si era intrecciata con quella di Tawfiq (i due si erano conosciuti anni prima quando lo schiavo Tawfiq era stato liberato e l'orfano Nasir era stato rimandato all'orfanotrofio perché la madre adottiva era riuscita ad avere un figlio). Protagonista del romanzo è una umanità dolente, nella quale il mondo maschile e quello femminile sembrano divisi da un incolmabile fossato. Le atmosfere di questo curioso romanzo breve sono senza dubbio il suo punto di forza. L'impianto realistico è solido e ben delineato. Tutti i personaggi condividono una sofferenza che non sembra trovare riscatto. La solidarietà tra gli ultimi, ovvero l'amicizia che lega i protagonisti del romanzo, sembra essere l'unica possibile risposta a questo insopportabile "male di vivere".

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Romanzi
 
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C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    16 Novembre, 2011
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Sesso, piu' che altro.

Grande delusione questo romanzo.
Probabilmente, dico probabilmente, questo e' dovuto al fatto che le mie aspettative erano ben diverse.
Probabilmente il titolo SENSUALITA' e la quarta di copertina mi hanno tratto in inganno:
-...Questa e altre storie comuni che l'autore ci racconta rendendole piacevolmente sensuali, attraverso una scrittura che prende per mano il lettore e lo coinvolge con garbo-.
Ma di sensualita' ne ho trovata ben poca . Sessualita' semmai. Anzi diciamola meglio . Sesso.
Un sesso fine a se stesso, un atto consumato, con fervore delle parti interessate certo, ma di quello si tratta, punto. Nessun messaggio nei racconti...nessun contorno.
Sensualita' per me e' qualcosa che va oltre un atto fisico, puo' essere un ammiccare, un gioco di sguardi, una parola sussurrata, labbra che si sfiorano. Un messaggio, una storia, una trama...
In un romanzo si possono spendere migliaia di parole in sensualita' senza essere per forza ad ogni pagina una faccenda di natiche , seni e interni coscia (sono stata elegante, avrei dovuto usare dei sinonimi per rendere meglio l'idea, ma i termini grezzi nella forma scritta poco
Cambiano nei racconti le ambientazioni, i nomi, i personaggi, ma il fulcro e' sempre e solo quello.
Una donna giovane, ammiccante, giunonica, dalle forme perfette e un uomo ben piu' vecchio,spesso sciatto e poco interessante; la scintilla, l'atto sessuale fine del racconto avanti il prossimo racconto.

La scelta dei termini non e' particolarmente grezza o volgare, lo preciso.
Di certo non mi sono sentita presa per mano dall'autore e coinvolta con garbo...piuttosto ci si sente presi a strattoni , chiusi in uno sgabuzzino , un veloce amplesso e tanti saluti. Anzi no, i saluti nemmeno servono.
Forse e' questo che voleva esprimere l'autore...non so.
Perplessita'. Ecco, mi ha lasciata delusa e perplessa. Mentre lo leggevo, quando lo ho chiuso.

Mi spiace il commento negativo, e' pur sempre un romanzo e come tale ha richiesto una buona dose di lavoro e di passione dell'autore .
E ogni lavoro meriterebbe la giusta lode, mi auguro ne abbia a prescindere dal mio opinabile giudizio.
Queste sono sensazioni mie, nulla di piu'.

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Romanzi
 
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LuigiDeRosa Opinione inserita da LuigiDeRosa    15 Novembre, 2011
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La normale consapevolezza dell'essere

(…)Quando penso a te il cuore s’affastella e perdo la cognizione del tempo e dello spazio.Sono sensazioni splendide dovremmo fare la collezione di emozionalità simili e invece ci impelaghiamo nella pigrizia dei sentimenti. Il mio amico non vedente ha nel palmo della mano i ricordi più belli dei suoi amori e nelle orecchie le melodie delle voci delle sue donne,ha una memoria
visiva più vivida e fiorente della mia…Il mio amico non udente ha un album di fotografie colmo di amore e pulsioni e detta poesie così sonore e belle che il vento con orgoglio e devozione trascina
con sé per le vie del mondo disadorno.

Il protagonista di questo romanzo è un uomo normale che vive una vita normale: la mattina esce dal proprio appartamento per recarsi a lavoro, dedica quattro cinque benedizioni alla signora dell’ultimo piano che ,come al solito,ha lasciato aperta la porta dell’ascensore al piano terra e per lui si configura l’ennesima discesa a piedi.Quando giunge al lavoro, dopo essersi misurato con la maleducazione degli altri guidatori, aspetta fiducioso l’ora di pranzo,quando sarà finalmente solo e consumerà in santa pace il suo frugale pranzo.Poi di nuovo a casa da moglie e
figli. Invece quello che non è normale in questo romanzo è il modo originale che ha scelto Silvestri di descriverci la normalità. Lo scrittore non racconta solo ciò che fa il protagonista ma soprattutto il flusso ininterrotto di pensieri che accompagnano il suo vivere,come se fossimo dentro il suo cervello nel pensiero pensante e pensato. Per apprezzare meglio questa tecnica bisogna approfondire la conoscenza di un mistico armeno ,Georges Ivanovic Gurdieff vissuto a lungo a Parigi e morto a New York nel 1949 molto apprezzato da artisti e scrittori dell’epoca. Gurdjieff approfondì lo studio del sufismo e alre religioni orientali, poi sviluppò delle tecniche di “lavoro sul corpo e sulla mente che permettessero di superare gli automatismi psicologici ed esistenziali che sono propri della condizione umana. Fondamentalmente Gurdjieff era convinto che la
vita da tutti noi è vissuta in uno stato di veglia e di “sonno”.Il
mistico, per superare questo stato, sviluppò delle tecniche che permettevano di lavorare su se stessi così da raggiungere livelli superiori di vitalità e di consapevolezza. Nel romanzo di Silvestri è questo che sembra fare il protagonista ,un lungo lavoro che lo porterà alla consapevolezza piena della sua vita e del suo rapporto con gli altri. Il testo è interessante
ma di non facile lettura come del resto la maggior parte dei testi che cercano di romanzare determinati paradigmi filosofici.

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Racconti
 
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Valerago Opinione inserita da Valerago    13 Novembre, 2011
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La realtà del paradosso

Sogno o realtà? Finzione o paradosso? I racconti di Claudio Gallon aprono numerose finestre sulla nostra percezione del mondo. Un viaggio allucinante attraverso luoghi che non esistono, dialoghi surreali e personaggi che seguono una logica del tutto fuori dagli schemi. Questa sospensione del concreto crea un tale straniamento nel lettore da portarlo, in fin dei conti, a ragionare più serenamente su quello che lo circonda nella vita di ogni giorno: niente paraocchi, il mondo è quel che è e va compreso senza retorica. Gli argomenti affrontati sono i più disparati, ma ogni racconto suscita precise sensazioni e, non di rado, estremo disagio: assolutamente geniale l’idea contenuta in “Vada per il poncho”, penso che tutti sognino l’esistenza di una tale Organizzazione; inquietanti le implicazioni che emergono in “Stelle alla rinfusa”, è davvero così semplice ingannare le masse ed ipotizzare un impero? Si potrebbero definire esilaranti le modalità con le quali, in “Questa volta ci è andata di culo”, si prendono le decisioni più gravi nelle stanze del potere: ci troviamo messi di fronte alla paura che i potenti decidano del nostro futuro tra barzellette e racconti di avventure erotiche. Davvero molti gli spunti su cui riflettere, numerosi richiami alle ideologie politiche “… l’ordine nasconde la paura, difende la proprietà privata, sottolinea le differenze”, originali teorizzazioni sulla guerra del Vietnam, passando attraverso il vero e proprio disgusto suscitato dalle situazioni descritte nel racconto “In medio veritas”. Tutte le declinazioni del paradosso, insomma, ed anche l’espediente di usare sempre gli stessi nomi ci suggerisce la sensazione di osservare le diverse maschere della stessa rappresentazione. Qualche conversazione risulta un po’ lenta e alcune immagini mi sono sembrate, francamente, eccessive ma, davvero, ho trovato molto interessante cercare, di volta in volta, la chiave di lettura personale che si nasconde dietro ogni visione onirica.

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Scienze umane
 
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Michele75 Opinione inserita da Michele75    13 Novembre, 2011
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La professione di traduttore dalla A alla Z

Luca Lovisolo è nato a Torino, ha arricchito la propria cultura studiando a Milano, a Berlino e a Zurigo. E altrettanto feconda è la sua vita lavorativa: esperienza in campo editoriale, giuridico e di marketing; realizza e tiene aggiornato un blog relativo alle tematiche della traduzione, uno sulla realtà italiana e estera e un sito personale dove trovare i libri che scrive: Tredici passi verso il lavoro di traduttore, Ridere per non piangere, "C’è molti altri musei…" Il processo Ceausescu.
Tredici passi verso il lavoro di traduttore è già alla seconda edizione, una edizione aggiornata e ampliata, strutturata in 13 capitoli che danno il titolo al libro. La guida considera ogni aspetto della professione: dal consiglio di conservare per almeno 5 anni le copie dei lavori, dei documenti, delle mail scambiate con i clienti allo specifico prezzo per riga e per cartella e a seconda che si tratti di proporlo a un’agenzia o al cliente finale; dall’elenco dei siti in cui sono indicate le contestualizzazioni dei vocaboli alla pianificazione del tempo, del luogo di impiego, dei contatti. Per offrire approfondimenti corposi a taluni argomenti rimanda opportunamente al suo sito. Un esempio? La scrittura del curriculum oppure il corso di marketing gratuito. Tredici passi verso il lavoro di traduttore è un manuale ben scritto e accessibili a tutti perché evita tortuosi giri di parole, ha il pregio di essere chiaro e diretto, come per tradizione i manuali inglesi e americani insegnano.
Forte di una solida formazione e innata capacità organizzativa, Luca Lovisolo si occupa del mondo che gravita intorno all’attività di traduttore, orientando il lettore curioso e agevolando i colleghi alle prime armi.

"Anche oggi, nell'epoca di Internet, per scrivere una sinfonia un compositore impiega più o meno lo stesso tempo che Ludwing van Beethoven vi impiegava due secoli or sono e Gustav Mahler un secolo fa. Lo si può dire anche dei traduttori: apprendere una lingua e immedesimarsi in una cultura diverse da quelle in cui si è nati è un processo che può essere facilitato dai nuovi strumenti di comunicazione, ma che per il cervello umano resta una sfida assai impegnativa, che richiede da sempre gli stessi tempi e gli stessi meccanismi, generalmente lunghi e complessi.
Quando accade d’incontrare dei traduttori veramente capaci, normalmente si osserva che, indipendentemente dagli studi che hanno svolto, rivelano esperienze personali e professionali trasversali a molti interessi, spesso piuttosto originali. Normalmente, un buon traduttore è contraddistinto da una spiccata intelligenza intuitiva. Le lingue non sono scienze esatte e non tutti i testi da tradurre sono scritti da letterati: per rendere correttamente in un’altra lingua un progetto redatto da un ingegnere o una memoria di parte compilata da un avvocato, l’intuito resta un’arma irrinunciabile, anche se da quei testi può dipendere il successo di un investimento milionario o il destino processuale di un imputato."

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Sono pochi i manuali destinati all’attività di traduttore e nessun’altro si occupa specificatamente dell’Italia e della Svizzera. Detto ciò, questo libro potrebbe essere letto da chi ha apprezzato il Manuale del traduttore (Bruno Osimo) e L’interprete e il traduttore: un lavoro e una passione (Lorenzo Paoli).
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Gialli, Thriller, Horror
 
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Sydbar Opinione inserita da Sydbar    12 Novembre, 2011
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L'ultima carta

L'opera è una di quelle disponibili dal Gruppo Redazione di QLibri.
Sinceramente sono molto critico e purtroppo in negativo perchè l'argomento trattato è di fascino sicuro, esoterismo, Pico della Mirandola, Platone, Aristotele, la Bibbia, la Cabala ebraica, i Caldei e i tarocchi, non le arance bensì le famose carte...
Il protagonista Stone, un giornalista della testata giornalistica Il Risveglio, si ritrova attraverso una sequenza di situazioni, suo malgrado, invischiato e che ancora oggi non sono ben riuscito a capire come ne sia venuto fuori. Buona parte del romanzo è appesantita da molte riflessioni e pochi dialoghi soprattutto nella prima parte dell'opera.
La lettura mi è parsa un po' pesante e macchinosa anche se l'idea di fondo è buona.
Ci vuole qualcosa in più nel romanzo, qualche colpo di scena un po' ad effetto e non ingressi ed uscite di personaggi che sono lasciati in sospeso, vedi Florio.
Attendiamo tempi migliori.
Buona lettura.
Syd

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Thriller esoterici???
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Romanzi
 
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Pupottina Opinione inserita da Pupottina    12 Novembre, 2011
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Alla ricerca dell’amore perfetto

Una storia d’amore che si dipana tra tutti i colori e i profumi della natura, della vita all’aria aperta; tra i sapori di piatti tipici e la frenetica vita pittoresca di una città vitale, ricca di cultura e arte, come solo Napoli sa essere.
Per essere felici, ci vuole un cuore impavido, perché la vita va dominata e goduta. Ce lo insegna Mariagrazia Buonauro che, in “Sogni tra i fiori”, ci racconta la storia di una donna, dolce e riflessiva, ma al tempo stesso, agguerrita, forte e decisa alla ricerca dell’amore. Ci insegna che ogni grande gioia nasconde sempre qualche delusione in agguato. La protagonista, Laura Benetti, è un’insegnante con la vocazione per il suo lavoro ed un sogno nel cassetto. Laura ha vissuto un grande amore che, però, l’ha profondamente delusa, portandola a credere che non fa per lei. L’amore, nell’immaginario di Laura, è fatto di magia, di sogni e di speranza. La vita può cambiare, se si sa riconoscere l’incontro che darà la svolta, il nuovo amore che il destino ci metterà accanto. L’amore ha un grande potere, ma è umano e, per questo, soggetto a sbagli che si possono perdonare o che il tempo può cancellare.
“Sogni tra i fiori” è scritto in maniera fluida e scorrevole, con uno stile vibrante, un registro competente ed un lessico elevato, impreziosito da latinismi. La lettura risulta piacevole e la trama è appassionante.
È un libro assolutamente da leggere.

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Romanzi
 
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Georgia Opinione inserita da Georgia    12 Novembre, 2011
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Normalità e Diversità

Zoe viene al mondo alle tre di un caldo pomeriggio di settembre, una nascita fortemente desiderata, un evento atteso felicemente; nulla hai mai lasciato immaginare, neppure lontanamente, ciò che in realtà è accaduto nella sala parto di quell’ospedale. Ma Zoe lotta tenacemente, lotta dai suoi primi attimi di vita e continuerà a farlo per sempre. Di qui un’autobiografica ricostruzione di un’esistenza segnata profondamente da soli cinque, ma interminabili minuti di silenzio, un lasso di tempo apparentemente insignificante, ma che costringe la piccola Zoe a fare ogni giorno i conti con un destino difficile ad accettarsi. Il coraggio di una bambina aggrappata ai suoi pantaloni che cresce sfidando ostacoli, avversità, indifferenza, pregiudizi; una bambina che affida i suoi ricordi, le sue esperienze ad un racconto lungo sedici anni, un viaggio fuori e dentro se stessa per capire e maturare: perdite dolorose, rapporti conflittuali, battaglie quotidiane, ma anche affetti, viaggi meravigliosi, conquiste inaspettate. Zoe ha acquisito nel tempo consapevolezza dei suoi limiti e delle sue possibilità, aprendo dinanzi a sé nuove prospettive ed insegnandoci a non negare mai ciò che siamo. Del resto ciascuno di noi è a suo modo “diverso”.

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Romanzi storici
 
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Lauralia Opinione inserita da Lauralia    11 Novembre, 2011
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La Miniaturista

Un’unica voce si accampa cristallina in tutta la narrazione e, mentre il lettore sin dalle prime righe intuisce il lungo cammino delle memorie della Miniaturista, la misteriosa narratrice dal presente della sua vita attuale assume la parola per dire in modo chiaro, forte e distinto che tutto da parte sua «iniziò in totale innocenza e con tanta buona volontà». Eppure, “dime chi son, ma no me dir chi gera”, recita il proverbio veneto, con cui Silvia Mazzola introduce il suo emozionante romanzo d’esordio, suggerendo che l’eco del passato della virtuosa Miniaturista non sia fievole e indistinta ma tonante di ricordi che l’artista, facendo ritorno nella sua Venezia, pur rievocandoli, vorrebbe mettere a tacere. La nostra protagonista, Aurora Zanon, miniaturista e più tardi pastellista di straordinaria vitalità inventiva, all’età di trentun anni, porterà in sé la passione e i tormenti di un’artista veneziana attraverso le più grandi corti d’Europa del Settecento. L’unica luce di speranza per Aurora sarà proprio quella dell’arte, che la spingerà miracolosamente a perpetuare la vita a dispetto del dolore in cui fin da giovanissima è irretita perfezionando il suo sapere.
L’atmosfera tersa e brillante di un atelier, rivissuta nella memoria con una pienezza di sensazioni visive («I miei fogli risplendevano di violetti, verdi e rosa. Erano così vividi che bastava tracciassi un piccolo segno sulla carta per accendere la seta della stessa luce delle foglie d’autunno. Quando li usavo per l’incarnato, sembrava che i bianchi prendessero a prestito la leggerezza delle nuvole e i rosa i petali dei fiori del melo. I volti da me ritratti erano come arrossati dalla brezza. Usavo il pollice e i polpastrelli per modulare le tonalità. Nel mio atelier in rue Richelieu facevo accomodare in piena luce i clienti da ritrarre e disegnavo sullo sfondo un’ombra simile a quella gettata dai candelabri nei loro saloni»), si trasforma in uno spazio illimitato senza tempo e senza durata, in cui il genio di Aurora trova un punto di fuga, animato dalla presenza vitale della sua arte che tutti i dispiaceri seppellisce e cancella. Una dimensione, l’arte, dove la figlia di Alvise Zanon, Aurora, troverà un po’ di pace per il suo cuore in tumulto, non piangendo di sé ma rinascendo attraverso la sua raffinata sensibilità di artista, dipingendo per se stessa prima ancora che per rendere alla perfezione lo stato d’animo del modello.

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Romanzi
 
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Fò Opinione inserita da Fò    11 Novembre, 2011
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.. Oggi non vola

Un libriccino grazioso, divertente ma profondo. Mi ha fatto riflettere, soprattutto sul suicidio che è il tema principale.
Il protagonista ogni mattina si sveglia e si siede sul davanzale della sua finestra ad aspettare l'"impulso" per buttarsi di sotto. In realtà questo impulso non può arrivare, per un motivo ben preciso: gli stessi motivi che lo spingono a pensare di togliersi la vita, gliela salvano. Lui è deluso perchè ha tanti desideri che non si potranno mai realizzare; ma il fatto stesso di averli, crea in lui SPERANZA e finchè c'è quella, non potrà mai toglersi davvero la vita. La prima regola per suicidarsi infatti è NON AVERNE MOTIVO.

Ho trovato lo stile molto interessante, complimenti all'autore; anche se un po' ripetitivo in alcuni tratti, ma la ripetitività dei gesti dei personaggi è prerogativa stessa di questa storia, quindi è accettabile.

E' piccolo e si legge velocemente, lo consiglio a chi vuol passare una giornata a RIFLETTERE DIVERTENDOSI.

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Romanzi
 
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Suali Opinione inserita da Suali    10 Novembre, 2011
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I fiori del Siam

A volte pensiamo che succeda tutto a noi le sconfitte, le delusioni, le disgrazie.
Nora pensava questo di se stessa e soprattutto non accettava la differenza della sua vita con quella della zia Vivy, a suo dire tutta splendori, gioie e agiatezza. Ma alla morte di Vivy ormai novantenne, seppur controvoglia ritorna in quella casa e scopre che la zia le ha sempre voluto bene e le ha lasciato una lettera con il diario della sua vita. Nora viene così a scoprire l'intensa vita di Vivy, nata nel Siam da Giovanni, un padre italiano con un matrimonio fallito e un figlio alle spalle, architetto del re Naresuen e Pimai, giovane governante che lo ha salvato dall'alcolismo. Viene a scoprire che Vivy è stata educata alla scuola della corte del re e da qui ha inizio la sua tormentata storia d'amore con il principe ereditario Naraj. Amore corrisposto ma taciuto e nascosto, perchè il principe è destinato alla perfida Leh, figlia di un avversario politico e il matrimonio serve a salvare la pace del regno. Ma i due non rinunciano al loro amore e a distanza di anni si ritrovano con una passione sempre nuova suggellata dal simbolico fiore di frangipane. A causa di questo amore Vivy è costretta ad andare via dal suo paese, prima a Parigi, dove diventa architetto, poi a Saigon, dove accetta infine di ricambiare l’affetto di Julio sposandolo, in Brasile al fianco di Julio, di nuovo in Francia, sconfitta dalla morte di Julio e in cerca di un lavoro e infine di ritorno nel Siam. Una vita intensa dedicata ai suoi amori e affetti senza domandarsi mai cosa lei avrebbe voluto farne della sua vita, senza chiedersi mai se il destino avrebbe potuto agire in maniera diversa.
In fondo Vivy vuole lasciare un insegnamento alla nipote, nonostante le sconfitte, le delusioni, le illusioni la vita va vissuta fino in fondo, ma non come ha fatto Carlotta, sorella di Vivy e nonna di Nora, che alla fine la vita l’ha gettata via a causa dei suoi eccessi. Di conseguenza non bisognerebbe mai giudicare la vita degli altri senza conoscerla e capirne le motivazioni.
La vita di Vivy è incastonata negli anni della Seconda Guerra Mondiale, vista dagli occhi di una straniera in Europa, della viaggiatrice e in un posto lontano qual è l’ Oriente, ma con gli strascichi e le conseguenze che questa ha avuto in tutto il mondo e quindi indirettamente anche nella vita di Vivy.
Narrazione intensa e voltapagina, unica pecca la struttura con alcuni errori di battitura e priva di capitoli interni che lascia al lettore l’onere di interrompere il racconto durante la lettura a suo piacimento o necessità.

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libri storici, di viaggi, d'amore
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Nothingman Opinione inserita da Nothingman    08 Novembre, 2011
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Andrea e il mondo dei Chapas

Andrea è un bambino semplice come tanti, bravo a scuola, legato alla famiglia e alla sua amica del cuore, Arriette. Evon invece è un chapas, piccolo essere simile ad un folletto dalle mani a tre dita, è un bambino tanto quanto Andrea, come lui è curioso, vivace, ed è legato ad un amica del cuore, Tory. La differenza è che i due vivono in mondi diversi, paralleli. Il mondo dei chapas è magico, e la magia è correntemente usata dai suoi piccoli abitanti. In questo modo Evon si vedrà catapultato in camera di Andrea, inaspettatamente i due vivranno una fantastica avventura in un mondo incontaminato, dovranno difenderlo con l’aiuto de L’Eremita dalla perfidia di Persifer, nemico di tutti i popoli.

Greta Marras è un amante della letteratura per bambini, a sua detta è un modo per riavvicinare gli adulti al mondo dei più piccoli. Il breve racconto da lei creato, è ricco di piccoli concetti semplici e veritieri: il Vecchio Saggio chapas chiese incredulo all’umano “Stai dicendo che voi umani combattete tra di voi? A che scopo? […] Che razza di gente è la tua, che si guasta col tempo?”. Per un certo senso l’intento di quest’opera è didascalico, infatti è per intero scritta in un italiano molto semplice, arricchito qua e la da termini ‘colti’ che probabilmente il piccolo lettore, a cui è palesemente indirizzata la storia, non ha mai sentito e che in questo modo andrà ad apprendere.

Stiamo parlando di una lettura molto semplice, estremamente scorrevole. L’essere un prodotto della letteratura per l’infanzia esula, probabilmente, l’autrice d’accuse come: l’essere impaziente ed arrivare troppo velocemente ad esiti e risultati, finali scontati, personaggi non approfonditi. Lo ritengo consigliabile per il novello lettore, a chi ancora piccoletto, si avvicina al mondo della lettura per la prima volta: ne resterà affascinato.
Piccola nota personale, credo che la Marras abbia fatto un pochino di confusione parlando della stanza di privazione temporale. In ogni caso, se non lei io, chi leggerà vedrà.

NB: i voti sullo Stile e sul Contenuto sono dati tenendo conto che si tratta di letteratura per l’infanzia. Il voto sulla piacevolezza deriva invece dalla mia pura esperienza.

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E' un si rivolto ai più piccoli!
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Romanzi
 
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Argento Opinione inserita da Argento    07 Novembre, 2011
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Scipio pugnaturus omnia de industria mutavit

Romanzo breve o racconto lungo?
Questa è la prima domanda che ci poniamo sin dalle prime battute del libro, che da subito ci fa capire che ci troviamo davanti a un linguaggio molto ricercato. Dodici righe per descrivere come inizia l’estate e declina verso l’autunno sono davvero tante, per un romanzo di 75 pagine! Comunque, proseguendo, la lettura diventa scorrevole anche se di tanto in tanto ci troviamo di fronte a espressioni davvero inconsuete, o meglio, desuete. Nessuno direbbe più “essere assiso sul divano” o “ammannire il pasto” e questo appesantisce un po’ il romanzo. Ringraziamo l’autore per aver “rispolverato” questi e altri termini che non si sentivano da tanto. Una scelta coraggiosa, adatta a ”un barboso cultore di una scrittura di altri tempi”. Fin qui abbiamo parlato dello stile, adesso passiamo al contenuto.
Il titolo ci richiama subito alla mente gli “Scipioni” e le guerre puniche, anche se lo scrittore vuole forse alludere al “Circolo degli Scipioni” che raccoglieva poeti e storici che dissertavano di storia e letteratura. Gli Scipioni del romanzo sono: Antonio Giovanni e Paolo. Un piccolo circolo costituito da tre membri, diversi tra di loro, ma accomunati non solo da legame di sangue. Non dissertano di arte e letteratura, ma di problemi e insoddisfazioni. Tutti e tre portano avanti la loro personale guerra, chi contro la società e il qualunquismo, chi contro la monotonia della vita, chi contro la scuola come istituzione, descrivendone vizi e virtù.
E su Giovanni, il professore, quello più concreto, il medio dei tre fratelli, quello in lotta con il sistema scolastico da cui si sente schiacciato, sia Antonio che Paolo riversano sempre le loro recriminazioni. Giovanni è di sicuro il personaggio più approfondito: le sue idee, i suoi malesseri e le sue aspirazioni emergono con chiarezza e ironia.
La guerra che gli Scipioni portano avanti è solo contro sé stessi e scaturisce dalla loro incapacità di omologarsi e appiattirsi, restando un “po’ all’antica” e perseguendo i valori e i principi che stanno sempre più scomparendo, senza peraltro rinunciare alle loro aspirazioni, giuste o sbagliate che siano. E’, in fondo, la malattia del vivere quotidiano, che diventa tanto affannoso e pesante quanto più ne siamo insoddisfatti. E allora perché non prendersi una piccola pausa dalla vita?

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Sydbar Opinione inserita da Sydbar    05 Novembre, 2011
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Esalfa

Non riesco davvero a capire perchè molte "grandi" case editrici non riconoscano la bravura di molti autori emergenti, soprattutto italiani, i quali scrivono romanzi di sicura qualità.
E' questo un altro caso, nella sconfinata produzione letteraria italiana, dell' autore Nino Branchina,il quale riesce attraverso questo thriller storico a catturare la mia attenzione e a trasportarmi con ingordigia ed interesse alla lettura dei capitoli di quest'opera che merita davvero gli onori della nostra attenzione.
Ambientato in una Spagna del XVI° secolo ai tempi dell' inquisizione, il libro pur narrando e citando eventi storico religiosi, che ai più possono risultare tediosi, attraverso una scrittura semplice e caratterizzata da dei capitoli non lunghi e costruiti in modo tale da incuriosire il lettore, Esalfa è caratterizzato da una buona trama e ricco di personaggi di cui ci si innamora, anche se forse plasmati sulla forma di alcuni presenti in altre opere dello stesso genere.
Il racconto narra di alcune morti misteriose in una località della Castiglia che si ricollegano ad argomenti religiosi e di contrasto tra cattolicesimo ed ebraismo, che potrebbero far arricciare il naso ad esperti di kabala.
La trama è pervasa da un senso di suspance che cresce lentamente fino ad esplodere nei capitoli finali.
Il libro è edito dalla casa editrice "Albatros - Il filo" alla quale porgo i miei complimenti per aver portato alla luce un'opera affascinante alla quale però l'autore dovrà dare una conferma di qualità con un nuovo romanzo, magari un sequel e le prospettive ci sarebbero.
Buona lettura.
Syd

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Thrillers storici
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Racconti
 
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C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    04 Novembre, 2011
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Ascolta il Vento...

Domenico Infante, son sincera, non conoscevo questo autore.
Poi mi capita per le mani questo libriccino...mi lascio rapire dalla quarta di copertina.
Lo leggo.
E oggi vorrei che Domenico Infante col suo VENTO E SABBIA lo conosceste anche voi.
Un libro senza la risonanza mediatica di certi titoli e certi autori, un libro nato in silenzio, che vive in silenzio ma che non merita l'oblio. No, non sarebbe giusto.
Poche pagine, si legge in poco piu' di un'ora, ma e' un'ora di Bellezza.
Racconti.
Racconti raccolti nel mondo dal Vento e dal Vento narrati.
Ogni Vento porta il suo racconto, ogni Vento una storia diversa.
La Tramontana.
Il Grecale.
Il Levante.
Lo Scirocco.
L'Ostro.
IL Libeccio.
Il Ponente.
Il Maestrale.
Non voglio scrivere di chi si parla, non voglio anticiparne i contenuti, e' tanto breve che direi tutto anche con poco,mi limito a scrivere cosa ha suscitato in me : sensazioni.
Storie di vita comune, narrate con bella scrittura, con delicatezza.
Ti culla, ti incanta, ti emoziona, ti trattiene. Ti sa riscaldare, ti fa rabbrividire. Ti soffia negli occhi e ti fa scendere una lacrima.
Del resto e' il Vento che scrive.
Chiudete gli occhi, per un'ora chiudete gli occhi. Ascoltatelo...
" Io sono il vento. Io porto fresco e caldo, accompagno la pioggia e vado in giro a rubare le storie. Le prendo, le porto con me e le disperdo nell'aria, come i pollini e i semi. Storie, racconti di sole, di aria , di terra e di mare.
Il vento allora comincio' a raccontare." D.I.

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eleonora. Opinione inserita da eleonora.    01 Novembre, 2011
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Il Mai

Arianna, la protagonista del libro, si racconta in prima persona, intervallando momenti del presente con momenti del passato.
Il filo conduttore di questo spazio temporale è un manoscritto che Arianna scrive nel periodo universitario, ma che viene pubblicato anni dopo da Giulia, sua compagna di studi, che le aveva sottratto lo scritto. Arianna si trova a fare i conti con il passato, ripercorrendo gli anni universitari trascorsi a Urbino con le sue amiche di sempre Chiara e Lucia, analizzando l'amicizia con Giulia, nata nel periodo degli studi, e affrontando un presente incerto, imbrigliato e fermo a quel manoscritto perduto.
Si, perché per Arianna quel libro non era soltanto il suo primo romanzo, ma anche parte di sé , dei suoi sentimenti, dei suoi dolori e nel quale il tema centrale era il rapporto padre-figlia.
Il doversi imbattere nuovamente in quell'episodio, le permette di riaffrontare e rivedere il decennio passato della sua vita in maniera più lucida e critica, le permette quindi di vivere il presente affrontando nuovamente la passione per la scrittura, voltando pagina e guardando al futuro.
Ho trovato interessante la trama di questo romanzo d'esordio.
Lo stile con il quale viene affrontato il racconto è chiaro e diretto ma a volte l'uso accentuato di "gergo giovanile" impoverisce la scrittura del romanzo.

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LuigiDeRosa Opinione inserita da LuigiDeRosa    01 Novembre, 2011
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Donne e uomini sull’orlo di una crisi di nervi

In questa raccolta di racconti Curzia Ferrari, analizza le debolezze, i tic, le nevrosi dell’uomo contemporaneo. C’è la vecchia attrice che cerca nell’avventura con il giovane scandinavo di ignorare l’infame vecchiaia che avanza inesorabilmente, l’industrialotto che nonostante i soldi soffre per un cognome ridicolo, ma quando è pronto con gli amici a festeggiare il cambio di cognome che gli è stato concesso impazzisce definitivamente perché il secondo è ancora più denigratorio. Ci sono racconti sull’amore quello che dura tutta la vita, quello che sembra scomparire per diventare sogno per poi tornare realtà un giorno, quando meno te lo aspetti. Ci sono gli amori infedeli e quelli non corrisposti, fatti amarissimi calici. Ci sono le passioni,quelle sportive,quelle rossonere!,Rivera e Pippo Inzaghi su tutti. C’è anche tanta letteratura nei racconti di Curzia Ferrari,Gorkij,Dostoevskij e l’odiato Miguel de Cervantes Saavedra che , ahimè!, finisce in pasto ad una capra, del resto, la scrittrice mi perdoni, ma lei che ha confessato di amare fra tutti i personaggi di carta Stavroghin, ha fatto fare al povero sognatore iberico una fine “Demoni...aca!”
di Luigi De Rosa

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Severamente viatato agli interisti.Battute a parte lo consiglia a chi ama i racconti brevi,colti e cinici.
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Dilo Opinione inserita da Dilo    31 Ottobre, 2011
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il sorriso del conte

E' un libro che parla d'Italia, dalla prima guerra modiale al 1988. La storia di una famiglia di nobili, costretti a lavorare, gli esperimenti pedagogici del padre sul suo unico figlio. Padre che prende come sua unica fonte di ispirazione Rousseau e che proprio per questo non solo cresce suo figlio come l'Emile ma addirittura lo chiamerà Gian Giacomo. Il giovane odia il suo nome e l'inadeguatezza del programma educativo lo porterà ad essere fuori posto in ogni occasione, fin quando non si sposerà e poi incontrerà un cugino che sembrava disperso. Esilarati e interessanti sono i parallelismi, tra la guerra che l'Italia stava combattendo e la "guerra" che Gian Giacomo si trova ad affrontare con una moglie che per amor di patria decide di non assolvere più i suoi doveri coniugali.
Poi l'autore ci fa fare un salto di 50 anni e finalmente si comincia a parlare del Conte, ovvero il figlio di Gian Giacomo, e lo fa a partire dalla morte del conte Angelo, ciò che ne viene fuori è un uomo-bambino sempre sorridente, con una vita piena di segreti. Interessantissima è la figura del prete amico di Angelo, che nonostante abbia una vita completamente diversa da quella dell'amico e nonostante l'abito talare dovrebbe imporgli di disprezzare lo stile di vita di Angelo, il Don non può fare a meno di volergli bene.
E' una storia piacevole, scritta in tono ironico, potrebbe essere anche una bella storia, se non fosse che il finale è inconcludente, alla fine vorresti chiedere all'autore: "scusa potresti dirmi, se non ti disturba troppo, per quale motivo mi hai raccontato tutta sta cosa?"
Ciò che sinceramente non capisco e non tollero è l'uso dell'articolo determinativo prima dei nomi propri di persona, non è Italiano e risulta anche particolarmente fastidioso, l'articolo prima del nome viene usato soltanto dal narratore e non dai personaggi e ciò rende questa scelta (perché voglio sperare che sia una scelta) totalmente priva di senso, anche perché la narrazione è in terza persona e il narratore è fuori dalla storia. Se fossero stati i personaggi ad usare l'articolo prima del nome, allora, avrei potuto giustificare la scelta, visto che il romanzo è ambientato a Bergamo, avrebbe addirittura contribuito a dare veridicità ai personaggi. Quante volte ci hanno detto che leggere è importante,perché impariamo parole nuove e anche perché ci aiuta a capire come si scrive in italiano?
Sotto questo punto di vista bocciato lo scrittore e la casa editrice che avrebbe dovuto fare un minimo di editing

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Sydbar Opinione inserita da Sydbar    25 Ottobre, 2011
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Cieli in tempesta

Opera prima di Michael Gibbs, scrittore emergente italiano, nonostante il nome.
Thriller molto avvincente, con continui cambi di prospettiva ed indagine altalenante nei risultati. I personaggi sono molto ben delineati e molto bella la ricostruzione dei curriculum vitae di alcuni investigatori della Polizia di Stato.
La trama racchiude in sè molti argomenti attuali della società odierna, alcolismo, gioco d'azzardo, adulterio si intrecciano magistralmente e cosa molto bella non sempre i protagonisti possono essere vincenti ma allo stesso modo non è detto che non debbano superare gli ostacoli che la penna di questo autore mette sul loro cammino.
La morte di un docente univeristario, uno studente testimone inconsapevole (di cosa?), due Ispettori dalle personalità opposte ma ben affiatati, donne all'apparenza tranquille ma allo stesso tempo agitate come un mare in tempesta.
Tutti questi ingredienti, uniti a dei capitoli non molto lunghi, rendono l'opera piacevole alla lettura.
Unica nota negativa ma superficiale i caratteri molto piccoli utilizzati per scrivere il libro.
Complimenti alla casa editrice "Il Ciliegio" un buon investimento.
Piacevole sorpresa.
Buona lettura.
Syd

PS per l'autore:

Interrogatorio
Nel processo penale (d. proc. pen.)
È l'atto tipico della fase delle indagini preliminari e come tale non ha, almeno di regola, una funzione probatoria, ma serve, come gli altri atti d'indagine, a consentire l'accertamento della sussistenza di elementi idonei a fondare la decisione del P.M. in ordine all'esercizio dell'azione penale; è quindi un mezzo di garanzia per l'indagato il quale in questa sede può far valere oralmente le sue difese.
Potrà acquisire valore probatorio se il processo si svolgerà secondo le forme di uno dei riti speciali privi di dibattimento.
L'(—) è dunque atto tipico della fase inquisitoria del procedimento, poiché nel dibattimento, o in quella sua anticipazione costituita dall'incidente probatorio, l'imputato o l'indagato può essere solo sottoposto, con il suo consenso, all'esame di cui agli artt. 208-210 c.p.p.
All'(—) procede di regola il P.M. (art. 375 c.p.p.) ovvero la P.M. su sua delega (art. 370 c.p.p.), ma sono previste anche ipotesi in cui procede il giudice delle indagini preliminari, e cioè nel corso dell'udienza di convalida dell'arresto o del fermo (art. 391 c.p.p.), quando sia stata adottata la misura della custodia cautelare in carcere o altra misura cautelare (art. 294 c.p.p.) o nel corso dell'udienza preliminare. In tale ultimo caso, l'interrogatorio potrà essere svolto, su richiesta di parte, nelle forme previste dagli artt. 498 e 499 c.p.p. (cd. cross examination), sicché le sue risultanze saranno utilizzabili nel dibattimento ex art. 514 c.p.p.
Esso è svolto alla presenza del difensore.
L'art. 141bis c.p.p. prevede, inoltre, che quando la persona da interrogare è detenuta, l'atto di interrogatorio deve essere fonoregistrato o riprodotto audiovisivamente a pena di inutilizzabilità.
Il difensore deve essere avvisato dell'(—) a pena di nullità nella fase delle indagini preliminari.
La riforma introdotta dalle norme del c.d. giusto processo (L. 63/2001) ha previsto una novità importante in tema di dichiarazioni rese dall'imputato/indagato nell'interrogatorio, il quale ammetta le proprie responsabilità e/o riferisca anche sulle responsabilità di altri: in particolare, quando riferisce su fatti attinenti alle accuse che lo riguardano, egli ha la veste di imputato; quando invece narra fatti riguardanti la responsabilità penale di altri, assume la veste di testimone. Ciò ha indotto il legislatore a imporre particolari cautele nella fase preliminare dell'interrogatorio, onde richiamare l'attenzione dell'imputato/indagato sull'atto a cui sta partecipando. Il nuovo terzo comma dell'art. 64, infatti, prevede che prima che inizi l'interrogatorio la persona deve essere avvisata che: a) le dichiarazioni rese potranno sempre essere utilizzate contro di lui; b) ha facoltà di non rispondere, ma in ogni caso il procedimento seguirà il suo corso; c) in relazione alle dichiarazioni coinvolgenti la responsabilità di altri, assumerà la veste di testimone.
L'omissione degli avvertimenti di cui alle lettere a) e b) comporta l'inutilizzabilità assoluta delle dichiarazioni rese; l'omissione del solo avvertimento di cui alla lettera c) rende inutilizzabili le dichiarazioni nei confronti della persona accusata.
A meno che non si prosegua con un rito speciale privo della fase dibattimentale, il verbale d'interrogatorio va inserito nel fascicolo del P.M., tra gli atti cioè che non sono portati preventivamente a conoscenza del giudice del dibattimento. Però, se in dibattimento l'imputato è contumace, assente o rifiuta di sottoporsi all'esame, il giudice, su richiesta di parte, disporrà la lettura dell'(—) reso nella fase precedente con le modalità e i limiti previsti dall'art. 513. Inoltre, se l'imputato accetta di sottoporsi ad esame, l'(—) precedentemente reso potrà essere utilizzato dal P.M. per eventuali contestazioni, per le finalità di cui all'art. 503 c.p.p.

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Sydbar Opinione inserita da Sydbar    16 Ottobre, 2011
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Ossa

Un libro di 184 pagine scritte magistralmente con una trama che non lascia il tempo di respirare, scorrevole, duro, diretto e che non si può leggere se non tutto d'un fiato.
Un contenurto intriso di segreti che possono aver diretto realmente ed incredibilmente le sorti del mondo nel corso degliultimi secoli, con la ricerca sopraffina di un'arma perfetta, elegante ed efficace.
La lettura è scorrevole e non lascia altre scelte, divorare letteralmente il libro.
Così come preannunciato nella prefazione, l'opera fa parte di un trittico la cui prima parte, "Ossa", è una perla incastonata in un gioiello tutto da ammirare, si spera.
Complimenti alla Arduino Sacco Editore che investendo autonomamente in Alessandro Maiucchi, a cui va il merito di aver creato un libro validissimo, ha edito un'opera di un nuovo potenziale scrittore italiano che merita tutti i miei onori e quelli di quanti leggeranno, rimanendo folgorati, questo romanzo.
Buona lettura.
Syd

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LuigiDeRosa Opinione inserita da LuigiDeRosa    09 Ottobre, 2011
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La verità è la bugia alla quale decidi di credere

Delicato e inquietante, potrei definirlo così in estrema sintesi questo romanzo del rumeno Adrian Chivu.Proprio come il più famoso "Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte" di Mark Haddon, il protagonista e io narrante del romanzo è un ragazzino che soffre di una particolare forma di autismo,mentre il padre e la madre sono alle prese con una dolorosa separazione.In particolare l'amatissima madre è disperata e soprattutto non vuole in alcun modo accettare la perdita del marito che combatte con frustranti e inutili scenate di gelosia.
Il ragazzino rinchiuso nel suo mondo fatto di alberi,uccelli,colori e numeri cerca di interpretare il mondo adulto molto faticosamente soprattutto perchè la nonna materna lo odia di un odio profondo e spietato,la vecchia, gretta e meschina, è convinta che la causa dello sfascio familiare sia proprio quel "ritardato,balordo" del nipote.
Un giorno la vecchia bavosa scompare, la figlia e il genero la cercano invano per settimane, infruttuose si rivelano all'inizio anche le ricerche del commissario di zona, eppure ,c'è un dubbio che scarnifica piano piano la giovane figlia e noi lettori, il bambino ha disegnato la nonna fatta a pezzi e poi gettata nelle condutture delle fogne...è questa l'amara verità?

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silvia71 Opinione inserita da silvia71    20 Settembre, 2011
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Il postulante

Il romanzo è ambientato negli anni cinquanta in un convento situato sul suolo italico ma di cui l'autore preferisce tacere il nome della località, come per calare le vicende in un paesaggio nebuloso e indefinito, rispecchiando così l'animo del protagonista e forse, azzarderei, per concentrare tutta l'attenzione del lettore solo sulla storia narrata.
Questa è la storia di un giovane in bilico tra due amori contrastanti e inconciliabili; quello verso Dio e quello verso gli uomini.
Due tematiche notevoli come la ricerca di una vocazione religiosa solida e la raggiunta consapevolezza di essere omosessuale, si fondono qui in un unico enorme fardello sulle spalle del giovane.
La fede del protagonista è tormentata e vacillante,corrosa da numerosi interrogativi in merito a taluni dogmi propugnati dalla Chiesa, a cui spera di dare risposta immergendosi nella vita contemplativa del convento ed entrando in contatto con persone sicure della propria scelta di vita, da cui attingere preziosi consigli.
I numerosi motivi di incertezza sul fronte prettamente religioso si intrecciano continuamente con sentimenti d'amore terreno per i propri simili, indomabili e persistenti, vissuti come una colpa di cui la ragione vorrebbe liberarsi superando la resistenza del cuore.
Lo stile narrativo di Selmi è immediato e diretto, dando vita ad una lettura dai connotati piacevoli e scorrevoli, vuoi anche per la scelta di un linguaggio che sa di quotidianità e non di ricercatezza.
Sul piano contenutistico invece occorre esprimere un giudizio più critico; cominciamo col dire che
l'idea che sta alla base dell'elaborazione della trama, di per sé non brilla per originalità , tuttavia se l'analisi introspettiva del personaggio fosse stata condotta in maniera più approfondita, avrebbe catturato ugualmente il lettore, poiché di fronte a certi temi, è interessante valutare la capacità dell'autore nell'affrontarli.
Al termine della lettura ci si avvede di come la profondità di contenuto sia veramente scarna e le emozioni ed i turbamenti del giovane non siano sviscerati a sufficienza in rapporto alla scelta esistenziale da compiere e al doloroso bivio che attende in fondo al cammino.
I temi trattati sono spinosi e dalle mille sfaccettature, poiché toccano numerosi ambiti, quale quello morale, sociale, filosofico, teologico e psicologico, richiedendo quindi una solida maturità letteraria ed una robusta preparazione dottrinale, che si acquisiscono e si consolidano con l'avanzare della propria produzione.
Un'opera dal sapore acerbo ma che mette il luce le potenzialità di un buon scrittore.

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silvia71 Opinione inserita da silvia71    01 Settembre, 2011
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La ragazza di Camden

“La ragazza di Camden” è un romanzo che racconta di percorsi di vita alquanto difficili e tormentati, quelli stessi che talvolta il destino sembra imporre a taluno, senza offrire vie di fuga.
Le vite di due donne finiscono per intrecciarsi casualmente dopo tanti anni, provocando un terremoto emotivo e la caduta di quelle maschere fittizie che l'essere umano costruisce per nascondere dolorose verità.
L'autore ci accompagna attraverso questa narrazione dalle mille sfaccettature, capace di passare da momenti di estrema dolcezza a passaggi forti e crudi, facendo avvertire prepotente la sua presenza tra le righe, grazie all'inserimento di riflessioni di una squisita profondità.
L'intreccio della trama, nonostante mostri qualche debolezza sotto il profilo della originalità, tuttavia è sorretto da un sottile filo di mistero che stuzzica la curiosità del lettore tenendone vivo l'interesse e da una delicata e convincente analisi dei personaggi che emergono con vigore e realismo.
Il romanzo pur nella sua brevità, è un crogiolo di spunti per riflettere sul valore e l'importanza della famiglia e sul conseguente vuoto affettivo provocato da una sua eventuale mancanza; la carenza di affetto spinge talora l'essere umano ad affrontare cammini di vita perniciosi e distruttivi, destinati a lasciare segni indelebili, di cui è inutile affannarsi a cancellarne i ricordi, perché sembrano destinati a riemergere in una resa dei conti finale.
Scorre calda tra le pieghe del racconto, la voglia della ragazza di Camden di spogliarsi dei segreti con cui ha convissuto e urlare la verità al mondo senza vergogna, per librarsi finalmente alleggerita da un peso persistente e logorante.
La precarietà delle vite in gioco e il fardello doloroso a carico delle coscienze, non riescono tuttavia ad intaccare la vena di ottimismo che serpeggia in queste pagine, vuoi per una accettazione della propria condizione vuoi per un inaffondabile bisogno di amore e comprensione.
Considerata la complessità dei temi affrontati, in taluni frangenti un maggior approfondimento avrebbe giovato a conferire al racconto completezza e potenza; sicuramente l'autore paga il dazio di una esperienza letteraria agli albori, ancora da corroborare.
Sul piano stilistico, invece, il lettore ravviserà una buona capacità narrativa, permeata da una sensibilità d'animo pronta a captare emozioni profonde e a proporle con abilità linguistica.

“ Un segreto è il rimpianto di una verità. All'inizio è diverso: quando ti accorgi di possedere un segreto senti dentro un senso profondo di libertà. Lasci che l'arcano si muova tra gli spazi infiniti dell'anima e del cuore. Ma presto quella sterminata area intima diventa spazio angusto e senti crescere talvolta l'impulso irresistibile alla confessione. “ (Salvatore D'Antona)

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gio gio 2 Opinione inserita da gio gio 2    01 Settembre, 2011
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Una storia romantica

I giorni nascosti, secondo romanzo di Luisa Gossa edito di Primalpe.

Come viene enunciato nella prefazione dello psicologo Massimo Schinco, che introduce il romanzo, l'autrice riprende temi a lei cari, che vengono da essa tracciati come un evidente e profondo legame che instaura con essi : il piacere, il passato e la morte.

Protagonista della storia, anche in questa seconda opera è una donna.
Betta, anch'essa costretta a fare i conti con un passato a lei "nascosto", percorso fondamentale di una vita, che ha speso invece rifugiandosi in sentimenti apatici, sterili,non trovando il coraggio di scavare invece nella loro autenticità,
accettando passivamente il comportamento freddo ed enigmatico di una madre distante, attribuendolo unicamente alla morte tragica e prematura della figlia minore.

Giungendo all'età della pensione troverà il modo di recarsi a Villapieve ,nella grande casa delle vacanze della sua giovinezza, un luogo che conserva ancora tutto il dolore della terribile perdita della sorella Clara, tragico evento che ha segnato il percorso di molti destini.

Nel fondo di un cassetto troverà un amore "nascosto", infangato" dall'odio , dal pregiudizio e dal veleno di una gelosia follemente vendicativa.
Spalancherà un mondo che rivelerà le origini di ogni angolo più remoto della sua vita, l'immagine "più nascosta" di una madre,specchio di stessa.
Ciò comporterà un cammino doloro ma necessario per poter affrontare un sentimento "rinchiuso",offuscato da una rivale passione, ma in fondo,da sempre, profondamente desiderato.

Lo stile di Luisa Gossa è carico di minuziosi dettagli, dal tratto "morbido", indubbiamente femminile, una tinta decisamente rosa, che a mio avviso sarà in grado di soddisfare gli amanti delle storie romantiche, dense di segreti e ardenti passioni.

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Oltre la notte, Luisa Gossa
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gio gio 2 Opinione inserita da gio gio 2    25 Agosto, 2011
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Oltre la notte...----

Oltre la notte è il primo romanzo di Luisa Gossa, pubblicato da Primalpe.

Sin dalle prime pagine, l'autrice piemontese, vuol renderci immediatamente partecipi, attraverso incantevoli descrizioni della sua terra, luogo dove la storia viene ambientata.
Durante questa prima introduzione, il lettore si ritroverà d'innanzi ad un quadro che farà apparentemente da contrasto con ciò che verrà rivelato: la storia di una donna, Regina, di un segreto che affonda le sue radici nel passato, un eco lontanto ma soffocante che, per trovar pace e giustizia esige di essere
urlato.
Un romanzo narrato in due spazi temporali, un'alternanza di episodi fortemente crudeli e drammatici, uniti ad accurate descrizioni di fatti quotidiani, nei quali vi troveremo familiarità e calore come i personaggi stessi,discendenti di un segreto a loro sconosciuto ma palesementi eredi di un orrore che getta un'ombra oscura sui loro animi e nei loro rapporti più intimi.
Un percorso che richiederà il coraggio di combattere non solo contro il pregiudizio ma di "afferrare" la causa del male, sradicando il marciume del seme che ha gettato, per poter far emergere la forza dell'amore che, in ogni sua espressione, viene introdotto all'interno della storia.

Una scrittura indubbiamente fresca ma coraggiosa, sono pochi i punti i cui vi ho trovato dei "cedimenti", ho molto apprezzato l'introduzione di termini dialettali e la descrizione di usanze tradizionali che hanno contribuito a rendermi ancor più emotivamente partecipe.

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Fantascienza
 
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Stefp Opinione inserita da Stefp    24 Agosto, 2011
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Mr Wallaby

Mr Wallaby è un avventore di un bar, ma non parla, non consuma, nessuno lo nota, se ne sta lì, appoggiato al bancone ed è testimone silenzioso delle storie, delle vite che scorrono e che attraversano incatenate la storia del bar; il Consiglio comunale che delibera la costruzione di un enorme traliccio in pieno centro, l'ospedale che per proteggersi dalle radiazioni del traliccio dà l'incarico ad un pittore di imbiancare la facciata con una vernice a base di piombo, il pittore che muore per le esalazioni velenose e finisce in una specie di Paradiso che è stato privatizzato e venduto ad una multinazionale dell'hamburger....
Non è semplice seguire le storie che Lorenzo Badia intreccia in questo libro; l'allegoria ed il surreale sprizzano da tutti i pori di questo racconto alla ricerca di una comicità che stenta a decollare. Protagonisti strampalati, allucinati, irreali descritti con un lessico fin troppo condito. Un racconto dal quale si fa fatica ad estrarre un messaggio, un significato, e che onestamente non sono riuscito ad apprezzare.

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Sydbar Opinione inserita da Sydbar    19 Agosto, 2011
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Il segreto dei tre campanili

La trama nel complesso è risultata discreta ma purtroppo manca in suspance.
Lo stile narrativo è molto scorrevole, anche merito di capitoli non eccessivamente lunghi, ma in alcuni casi la storia risulta caratterizzata da cose un po' superflue, forse inserite per rendere un po' intrigante il romanzo, il problema che queste "nebbie" rimangono fini a se stesse in alcuni casi e poco utili alla trama (vedi la tresca clandestina tra due insegnanti o i tre stessi campanili ma potrei citarne altri di cui evito per non rovinare la lettura a chi mi seguirà).
Interessante il contenuto che si rifà ad alcuni misteri della Venezia del XIV° secolo ma purtroppo in alcuni momenti sembra farmi ricordare una caccia al tesoro quasi Browniana più che la trama di un romanzo giallo/thriller.
Mi sento di dare la sufficienza all'autrice, Roberta Di Odoardo, alla quale consiglio spassionatamente di continuare su questo filone giallo/thriller ma cercando di rendere le trame un po' più tese, con colpi di scena meno prevedibili e soprattutto con più suspance tra un passaggio e l'altro.
Da rileggere sicuramente.
Syd

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Romanzi storici
 
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Lauralia Opinione inserita da Lauralia    17 Agosto, 2011
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Londra 1757

Se un mystery è di per sé puramente accattivante, l’Inghilterra georgiana e l’arguta indagine di Lord John Grey, ufficiale al servizio di Sua Maestà, testimoniano l’intima e necessaria unione dell’austerità con la licenziosità, che insieme ad enigmi, suspense e azione, compongono i caratteri peculiari di un giallo storico, dalle cui combinazioni e complicazioni si originano la sorpresa e la lode per i vittoriosi colpi di scena creati dalla Gabaldon e la conseguente ammirazione per un’opera ben scritta.

Diana Gabaldon, nel perseguire l’indagine della questione privata di Lord Grey, rappresenta la fumosa vita sociale della Londra del Settecento attingendo peraltro preziose informazioni inerenti la realtà omosessuale inglese e, nella fattispecie, londinese da rilevanti fonti letterarie.

Lord John, mai dominato dalla paura, in accordo con le esigenze della propria natura acuta e vivace, in base al riconoscimento del suo importante ruolo, sembra destinato a vivere un’avventura in cui possa toccare con mano il desiderio di potenza, l’amor proprio, il calcolo d’interesse, l’egoismo, ma anche la devozione, l’altruismo e la solidale armonia fra i compagni d’arme.

Per tale via, la Gabaldon riuscirà a catturare gli amanti del genere.


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Storia e biografie
 
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LuigiDeRosa Opinione inserita da LuigiDeRosa    16 Agosto, 2011
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Normografia ortopedica del pensiero,come combatter

Ci sono miniere che sembrano non contenere più nulla di prezioso, solo pietre e odore di chiuso, poi capita che un disperato scenda nei cunicoli e scopra una nuova vena d’oro.
Pasolini mi sembra questo, una miniera abbandonata, dagli intellettuali (ma ci sono ancora gli intellettuali oggigiorno?),dagli amici e dai nemici, poi , per fortuna sua e nostra, capita che un’attenta giornalista (disperata perché circondata dal piattume intellettuale di oggi) decida di rileggere le carte del poeta bolognese ed ecco che nuovi spunti di riflessione,idee e concetti sorgono dal pensiero muto ma mai sterile di Pasolini. Rubo un’espressione ad Enrico Aceti, autore della prefazione, “normografia ortopedica del pensiero” perché è questo che ci è accaduto e che profetizzava Pasolini.In questi anni abbiamo assistito all’omogeinizzazione del sapere, all’omologazione dell’immagine ma soprattutto "abbiamo accettato" l’avvento al potere dell’autorità che sa come non far conoscere, come non far sapere, che con l’uso scaltro dei media ha impararo ad anestetizzare il pensiero critico, a renderlo pedante.
Leggendo la rubrica “Dialoghi con Pasolini” sul settimanale Vie Nuove, scopriamo il pensiero profetico di Pasolini che va dalle riflessioni sui migranti,come non citare “Alì dagli occhi azzurri” 1950 (…)sbarcheranno a Crotone o a Palmi,a milioni, vestiti di stracci (…) alla corruzione dei politici e all’amara riflessione sugli Italiani o Italioti?,scusatemi ricorro ad un'altra citazione, "Alla mia nazione" (…)Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti (…) . Berlusconi,la televisione spazzatura, la politica delle starlette ,Marchionne, il manager italo-canadese che è “autorizzato” ad umiliare sindacati e lavoratori tutti questi fenomeni erano già stati oggetto di analisi di Pasolini perché tentativi di togliere dignità al lavoratore sono sempre stati messi in atto da coloro che comandano: “così come Mussolini voleva organizzazioni sindacali fasciste (estensione del modello di società concepita dalla sua mente), ugualmente Marchionne ambisce ad un sistema di relazioni industriali dove i rapporti di forza slittino alla competenza dell’azienda (quella che lui stesso rappresenta)minando quel principio del favor prestatoris che giuridicamente viene riconosciuto al lavoratore quale contraente debole nella contrattazione negoziale”.
Il Saggio della Buonomo è costituito da capitoli brevi che con linguaggio sempre chiaro e scorrevole analizzano vari temi sociali,quando una citazione riguardante un episodio biografico del poeta o della Storia d'Italia potrebbe mettere in difficoltà un lettore meno addentro a certe tematiche viene spesso in aiuto una nota esplicativa,un ottimo saggio che consiglio a tutti coloro che amano Pasolini ma soprattutto a coloro che hanno voglia di capire.

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Saggi di politica,filosofia e letteratura
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Racconti di viaggio
 
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silvia71 Opinione inserita da silvia71    13 Agosto, 2011
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Io viaggio verso est

Dopo aver attraversato alcuni Paesi dell'ex Unione Sovietica, Valsecchi firma un lavoro in cui riesce ad amalgamare con sapienza ricostruzioni storiche, analisi politiche e sociali ed interviste nate per strada incrociando persone del luogo, aggiungendo inoltre interessanti e ponderate riflessioni personali.
Quello di Valsecchi è un viaggiare carico di voglia di conoscere i lati oscuri e meno conosciuti, di incontrare la gente ed ascoltare le loro storie, di approfondire, grazie ad un adeguato supporto storico, i numerosi problemi che affliggono queste regioni, come l'arretratezza economica estrema, i contrasti etnici tuttora esistenti, il dilagare massiccio della criminalità cementato da anni di connivenza con le alte sfere politiche.
La testimonianza che ne scaturisce è di una lucidità disarmante, in quanto l'autore lascia parlare le diverse realtà che incontra sul suo cammino, senza intessere teorie interpretative e senza schierarsi con alcuna forza politica; ciononostante egli stesso non può esimersi dal porsi delle domande, poiché tocca con mano il disfacimento di un sistema politico ed il conseguente crollo delle basilari garanzie sociali, leggendo negli occhi della gente comune la sofferenza, l'angoscia, la fatica di vivere senza i mezzi necessari e la delusione per essere stati ingannati e sfruttati da regimi che propugnavano il raggiungimento di maggiori benefici a favore del popolo, producendo, invece, solo un abisso di diseguglianza tra i pochi che ora detengono il monopolio economico e l'intera massa abbandonata ad una qualità di vita nettamente inferiore agli standard europei.
Buona la capacità narrativa di cui da prova questo scrittore esordiente, riuscendo a coinvolgere il lettore in questo viaggio on the road, grazie ad un linguaggio pulito e deciso, ma pregno di tutte le sensazioni e le emozioni vissute, che emergono talora prepotenti tra le righe.
Le parti dedicate alla ricostruzione storica, seppur brevi e impeccabili, giocoforza rallentano il ritmo narrativo e richiedono impegno, ma sono del tutto complementari a questo genere di opera, poiché forniscono al lettore digiuno di informazioni, gli strumenti necessari per una migliore comprensione del processo evolutivo di queste terre, in quanto una corretta analisi delle situazioni attuali non può mai prescindere da uno studio del passato.
Giungendo a fondere le caratteristiche tecniche e giornalistiche tipiche di un saggio a quelle
più propriamente narrative di un racconto, Valsecchi offre al pubblico una lettura interessante e utile per approfondire la conoscenza del mondo dell'est Europa, catturato dal suo occhio acuto e curioso.

Un ringraziamento alla Redazione per la possibilità offertaci di poter approfondire la conoscenza dell'attuale panorama letterario.

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ahab Opinione inserita da ahab    10 Agosto, 2011
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(è un po' lunga)

Premessa.
È il primo libro di un autore di Qlibri per il quale esprimo un’opinione. Per un parere di questo genere sarebbe più utile una chiacchierata. Ma le regole sono queste.
Mi verrebbe da parlare dei punti di forza e di debolezza che ho riscontrato. Il voto, sebbene medio, non è altro che un voto sospeso, in quanto ritengo che molti “primi libri” possano soffrire di pecche e difetti sanabili grazie all’intervento professionale di un editor, cosa che consentirebbe a un libro, se buono, di far emergere le potenzialità che possiede.
Fine premessa.

Tramonti d’Occidente. Il responsabile di una casa editrice, Claudio, sposato con figlia, si ritrova a condurre brillantemente la sua impresa. Sennonché, a un certo punto della sua vita l’abbandono a un certo “istinto” susciterà in lui un profondo senso di colpa, motivazione che lo spingerà a tentare di sanare questa colpa ma, soprattutto, alla ricerca di se stesso. Il romanzo presenta molti personaggi e il luogo di lavoro in cui lavora Claudio non è funzionale alla trama, ma solo un punto di partenza e l’occasione per spunti e digressioni narrative.
Tutti gli altri personaggi vivono vite a sé, sebbene alla fine emerga un filo comune che intreccia tra loro ansie, paure e rimorsi di ognuno.

La trama c’è. E questo si può considerare già un punto a favore. Probabilmente la trama di fondo, quella di Claudio, passa spesso in secondo piano rispetto a quelle degli altri personaggi, e questo talvolta rallenta il ritmo narrativo. È possibile che le 188 pagine, se ridotte di numero fino a stringere l’accaduto intorno alla trama portante, sarebbero risultate più avvincenti e avrebbero centrato meglio il cuore del racconto.
Ma l’intento della scrittrice, forse, è stato proprio quello di non far soffermare il lettore su un qualcosa di preciso ma accompagnarlo in una lettura che tocca – davvero – qualsiasi possibile aspetto della società d’oggi. In altri termini i “Tramonti d’Occidente”, di cui promette il titolo, sono innumerevoli (e questo può essere un punto di forza e debolezza allo stesso momento; a volte l’ho ritenuto più un punto di debolezza, forse perché l’intento quasi di “denuncia” della scrittrice talvolta prevale sulla trama; ma questa può essere una mia impressione).

Oltre alle tantissime riflessioni sociali, attraverso digressioni di primo e di secondo grado o per mezzo di pure speculazioni autonome rispetto al testo, un altro aspetto alquanto ridondante è dato dalle vicende dei personaggi. Nel loro insieme, accade praticamente di tutto: malattie terminali, abbandono di figli, tradimenti e violenze sessuali, disagi degli immigrati, rapporti a tre, rapporti lesbici, incidenti, suicidi, presenza di cellule terroristiche islamiche, servizi segreti,… Insomma, in genere si dice “molta carne a cuocere”, sebbene non sia una delle mie espressioni preferite. Molti di questi accadimenti, però, anche in questo caso distraggono dal nucleo portante del romanzo e confondono un po’ il lettore. Sarebbe bastato ridurli di numero o di intensità per migliorare notevolmente il racconto (in questo anche auspicavo l’intervento di un editor per l’opera).

Stile. La scrittura è composta, attenta, senza sbavature. Decisamente un punto di forza. Spesso si incontrano delle domande, a volte anche lasciate in sospeso, nel senso che la scrittrice, più che descrivere, con una certa frequenza indugia su domande che già, però, sembrano avere in sé delle risposte. Non è un aspetto da criticare negativamente, in quanto personalmente la vedo come una forma e scelta stilistica.
Diverso è per l’io narrante. Chi narra è una collega di lavoro di Claudio. Ora, nel romanzo spesso si confonde quest’io, ben individuato, con quell’io onnisciente (incorporeo) che tutto sa di tutti i personaggi. A questo va aggiunto che alcune riflessioni dei personaggi vengono fatte in prima persona. Insomma, la confusione tra io narrante, io onnisciente e il parlato dei personaggi c’è.

Infine, prescindendo dal legame che alla fine, unisce i vari personaggi, un esperimento in fase di stesura del romanzo sarebbe stato quello di presentare una raccolta di racconti autonomi, sempre con un filo conduttore comune, piuttosto che un unico romanzo. È solo un’idea, un esperimento di scrittura che sasrebbe servito per capire come possa meglio uscire dalle pagine la “voce” dello scrittore.

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Sydbar Opinione inserita da Sydbar    09 Agosto, 2011
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Il silenzio degli occhi

Terza avventura del Commissario Ponzetti in una Roma che viene descritta senza fraintendimenti da chi la città eterna la conosce davvero anche nei suoi movimenti.
Lo stile dell'autore è molto sciolto accompagnato da un lessico molto semplice e senza l'uso di inutili orpelli.
La trama si sviluppa nel periodo pre e post natalizio del 2008 in una Roma affaccendata per l'immininente festa e per la piena del Tevere.
Personaggi simpatici e ben caratterizzati, forse Iannotta, in un primo momento molto simpatico con il suo dialetto romanesco, diviene un po' troppo forzato ma congeniale al contesto.
Alcuni passaggi mi sono apparsi prevedibili ma non stonati con il ritmo ed il contenuto della storia.
Un consiglio all'autore, Giovanni Ricciardi, mi è parsa mancare un po' di suspance che si spera sia dovuta probabilmente alla veracità dei personaggi, dei luoghi e della storia.
Il libro è letto in giornata grazie ad uno stile narrativo scorrevole e mai noioso che è stato molto apprezzato dal sottoscritto.
Promosso.
Syd

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gio gio 2 Opinione inserita da gio gio 2    03 Agosto, 2011
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Sulle ali "fantasiose" di Zafòn...-


Le luci di settembre fu il terzo libro
che scrisse Carlos Ruiz Zafòn e venne pubblicato per la prima volta in Spagna nel 1996, compreso nei quattro suoi romanzi
che vennero introdotti nella sezione narrativa per ragazzi.

L'ombra del vento, che scrisse e pubblicò nel
2001, ebbe un immediato successo internazionale che lo confermò, insieme agli altri suoi tre successivi romanzi, tra i più acclamati autori contemporanei.

Durante la lettura di Le luci di settembre, ho trovato le caratteristiche letterarie dell'autore, o per meglio dire,gli elementi "fondamentali" , l'"origine" di ciò che in seguito l'autore è riuscito a rielaborare nel suo primo romanzo per adulti, riuscendo cosi a costruire ciò che nei suoi pensieri ha sempre sperato di mettere in atto e concretizzare.

Lo stile narrativo possiede una nota decisamente "fresca", si intuisce un talento che sta tentando di decollare con l'impeto di un'ammmirevole passione e qualche lieve passo incerto, che non turba ma commuove, per l'amore e la dedizione che traspare dalle parole di un giovane autore emergente.

La storia stessa ha un fascino fantasioso e commovente, un insieme di elementi che coinvolgono emotivamente il lettore e lo fanno volare sulle ali di una fantasia "giovane" ma seducente.

Un racconto che "intrappola" un vasta gamma di elementi dai più terreni ai più surreali.

I protagonisti principali che animano la vicenda sono Simone Sauvelle che, ritrovandosi improvvisamente vedova e dovendo pagare gli insospettabili debiti lasciati dal defunto marito, si vedrà costretta a trasferirsi da Parigi in piccolo paese sulla costa insieme ai due figli Dorian e Irene, dove, Lazarus Jann un facoltoso conoscente del marito, un famoso fabbricante di giocattoli ,le offrirà lavoro in qualità di governante presso la sua sontuosa e... "misteriosa" dimora popolata dalle fantastiche e inquietanti "creazioni" dell'ingegnoso proprietario.
Ma... che mistero nasconde il gentile e bonario Lazarus, cosa celano le lettere che riceve settimanalmente ed il libro che conserva gelosamente in biblioteca??? E la moglie malata che vegeta in una stanza buia, avvolta da un mortale e inquietante silenzio???
Cosa lega Lazarus alla misteriosa leggenda del posto, Le luci di settembre, a un'altra terribile scomparsa???
Irene e Ismael, un giovane marinaio del posto,mentre un dolcissimo sentimento li unirà, si ritrovarenno coinvolti in un icredibile scoperta...

Un viaggio fantastico e romantico, che dona momenti di piacevole "avventura" a lettori di ogni età.

Personalmente ho avuto l'ennesima conferma che, molto spesso, le immagini e racconti più fantasiosi sembrano possedere la "chiave" che spalanca le porte a sentimenti puri e paure mascherate che albergano dentro ognuno di noi.

Complimenti Zafòn

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Stefp Opinione inserita da Stefp    01 Agosto, 2011
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Niente, tranne la pioggia

Dalla Moldavia all'Italia del Nord, Bergamo. Allettate dalla promessa, dalla prospettiva di un lavoro, di una vita vera, normale, speranzose di fuggire la miseria che da sempre è la loro compagna, si ritrovano rapite, violentate, costrette a prostituirsi, in strada. Se sono brave, dopo qualche tempo possono ambire ad una posizione più elevata; escort. Una parola che da noi ha acquisito un sapore esotico, pruriginoso, quasi nobilitata viste le avventure del nostro Presidente del Consiglio. In realtà sono schiave. La moderna tratta delle schiave produce soldi, una montagna di soldi e una scia nauseante di crimini in una joint venture a delinquere formata da criminali moldavi, mafia slava e italiana. Vasco Lubrano, sovrintendente capo della Polizia Giudiziaria di Bergamo deve indagare sulla morte di una ragazza, trovata a pezzi in un sacco della spazzatura, prostituta moldava. Il suo senso estremo della giustizia gli impone di indagare a fondo, anche se per molti la vita di una prostituta clandestina moldava non è poi così importante. In un crescendo di violenza, sarà assassinata un'altra prostituta moldava e un libraio. Gli omicidi sembrano collegati fra loro....
Un noir.... nerissimo, crudo, non risparmia nessun orrore al lettore. Coinvolgente, è vivere un incubo intraprendere il viaggio dalla Moldavia a Bergamo insieme alle ragazze rapite, nella parte iniziale del romanzo. Un ritmo lento, riflessivo, con brusche accelerate, con il protagonista, Vasco Lubrano, un personaggio profondo, ben delineato che si sente come il criceto Campbell che corre, corre, dentro la ruota che però non lo porterà mai da nessuna parte. Un ritratto di Bergamo, di un certo nord Italia e di una certa classe politica, che non fa sconti a nessuno, scomodo quanto reale, grigio e... piovoso. Un romanzo condito da una bella colonna sonora, tanti sono i riferimenti a bei pezzi della musica pop e rock.
Occorrerebbe “sentire” nel profondo il disprezzo per l'uso che si fa, in tanti campi, del corpo femminile come merce, come “cosa” sempre ammiccante e pronto all'uso sessuale. Non si sente... niente, tranne la pioggia.


Grazie a Qlibri per avermi dato, attraverso Sergio Paoli, l'autore, l'opportunità di leggere questo libro.

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Lauralia Opinione inserita da Lauralia    09 Luglio, 2011
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Sete

Come si inscrive nell’ormai sempre più nota crisi di risorse un bene come l’acqua? Che significato assume la trasposizione del concetto di sete nell’orizzonte affaristico di una ricerca che ha per oggetto l’essenza dell’acqua e il suo destino?

Una risposta adeguata a tali interrogativi può unicamente trovarsi nella considerazione di un tema o problema che il romanzo di Alberto Riva affronta nei sui termini essenziali, nella considerazione cioè della sete di potere.

«Tutti abbiamo sete di qualcosa» è il manifesto retrospettivo che illustra la questione di fondo di questo thriller – direi – dai muscoli saldi come l’acciaio. Potremmo altresì definirlo una costruzione complessa. In termini figurati “Sete” sarebbe dunque un edificio. Un edificio imponente che occupa la superficie totale di 465 pagine lungo un complesso di stanze e corridoi intricatissimi, in cui il lettore riuscirà comunque a trovare la via di uscita, seguendo una narrazione originale, passando attraverso storie cariche di ambiguità, che imprimeranno al romanzo un ritmo di grande intensità.

Sembra, infatti, da un lato, che le vicende narrate non possano considerarsi a se stanti, estranee le une alle altre, e che invece costituiscano un tutt'uno: «Anche in chimica accade così: la reazione di due elementi può essere la più inaspettata. E la reazione ha ragioni molto precise, sempre. Non è mai frutto del caso, di fattori accidentali e irripetibili. Il contatto di quegli elementi conduce necessariamente a una reazione, sebbene prima nulla potesse farlo credere». D’altro lato, le storie delle famiglie Braga e Johannsen nonché di Jean-Sebastian Faucon non appaiono soggette l’una all’altra e si rivelano ancor più di difficile combinazione.

In realtà, se prendiamo le mosse dal primo dei temi indicati, l’acqua, ruoteremo attorno alla storia del Drago, Jean-Sebastian Faucon, indecifrabile personaggio, e osserveremo con lui la mappa del mondo in modo diverso. Orbene, proprio la sua attrazione per la parte blu del mondo, che evocherà il sogno del Narciso Cieco, darà origine, e forza, all’indagine di Matheus Braga e Sarah Clarice nell’impenetrabile terra brasiliana. Brillante biochimico, Matheus, introverso, di un indiscusso fascino, è particolare perfino nell’esecuzione delle sue sequenze yoga. Sarah Clarice Young è un’attivista, lavora per una ONG di Salvador, è intrepida e di una avvenenza fantastica. Entrambi, insieme, per sete di verità, verranno a capo di una storia dai risvolti incredibili legati alle famiglie Braga e, come suddetto, Johannsen.

Resta un ultimo personaggio emblematico, forse il più difficile: Bruno Johannsen, facoltoso e carismatico, seducente, ha sete, ma non di soldi. Non è chiaro, tuttavia, se le sue azioni siano interpretabili alla luce della sete di potere. Sembra, per certi versi, un fanatico, propenso unicamente alle battaglie. Non scherza affatto, è verosimilmente violento. Non potrà che confondere il lettore che, solo alla fine, realmente alla fine della narrazione, comprenderà i suoi intenti.

Nel punto critico in cui il concetto di sete abbandonerà il dominio dell’acqua e si presenterà sotto le più oscure spoglie, il thriller di Alberto Riva raggiungerà il suo obiettivo e il lettore guidato da un’inenarrabile sensazione d’attesa non potrà che definirlo ben riuscito.

Buona lettura

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